Rassegna stampa di un mese vorticoso per il futuro energetico italiano (che i grillini vorrebbero basato su pale eoliche e pannelli fotovoltaici), con frenate, retromarce, cambi di rotta e qualche accelerazione. Il valore obiettivo dell'energia da rinnovabili sui consumi previsto per il 2030 è sceso al 30% (ridotto al 29,7% secondo la Confindustria), comunque superiore al 28% della Sen di Calenda. Effetto gilet gialli o proteste delle popolazioni interessate ai nuovi mega impianti? Il sottosegretario Mise Crippa: "Bisogna essere realisti e tenere conto delle condizioni da cui partiamo e da alcune problematiche che ci stanno a cuore, come quella dell'occupazione del suolo pubblico nella costruzione degli impianti". Altro rischio è "quello di creare scompensi sulla rete che andrebbero a scaricarsi sugli oneri di dispacciamento e che genererebbero ulteriori costi infrastrutturali per Terna con riverberi sulla bolletta". Meno nuovi grandi impianti eolici e FV nel prossimo decreto Fer 1 (ma sempre più di quelli previsti da Calenda). Di Maio: "La tutela dell'ambiente è per noi un valore irrinunciabile; abbiamo il dovere di tenere in fortissima considerazione la voce dei territori”. Intanto già il prossimo inverno si potrebbero avere rilevanti rischi per l’adeguatezza del sistema elettrico italiano nell’eventualità di temperature particolarmente rigide. Ma il rischio più paradossale è che in Italia è persino possibile, secondo i gestori delle reti europee di trasmissione elettrica, un eccesso di produzione da Fer.

 

 Il presidente dell’Anev Togni introduce il sottosegretario Crippa (primo a sinistra)

 

Ricordate quando nel 1990 l'Economist pubblicò un divertente editoriale, attribuito ad un alto diplomatico britannico, dedicato alla presidenza italiana della Comunità europea, definita con graffiante ironia un autobus guidato dai fratelli Marx? Sì? Bei tempi, vero? Allora adesso procuratevi un flacone di Xamamina perchè stiamo per parlare della politica energetica dell'attuale governo italiano ed in particolare di energie rinnovabili, settore monopolizzato dai 5 Stelle.

Eravamo rimasti fermi ad un mesetto fa, alle dichiarazioni del presidente grillino della commissione Industria del Senato Gianni Girotto.

Partiamo da qui per una sconcertante rassegna stampa di quanto accaduto nell'ultimo mese. Ammettiamo che facciamo fatica a seguire, dopo le continue accelerazioni dei primi mesi di guida grillina, tutte le ubriacanti frenate, retromarce e cambi di rotta. I grassetti nei testi sono nostri.

Già l'otto novembre la Staffetta Quotidiana, nell'articolo "Crippa (Mise): Italia supererà i target Ue", ci faceva temere un ulteriore peggioramento. Nella circostanza il sottosegretario Crippa parlava a Rimini agli "Stati Generali (...) della Green Economy" in occasione dell'evento "Il piano nazionale energia clima: stato dell'arte e confronto con gli stakeholder ", realizzato - niente meno - "in collaborazione (!) con il ministero dello sviluppo economico e l'Anev".  In realtà, scorrendo l'articolo, apprendevamo dell'esistenza delle prime crepe nel monolitico edificio delle energie rinnovabili grilline.

Leggiamo in quell'articolo della Staffetta che, in realtà, il governo, secondo Crippa, ha presente il rischio che "andando verso lo scenario più ambizioso, si crei un problema di competitività attraverso gli scenari europei. Soprattutto se le misure che dobbiamo mettere in atto comportano incrementi tariffari che ci farebbero perdere competitività".

Di tutt'altro avviso appariva il titolare del dicastero dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio durante il question time in Senato del 22 novembre sul settore idroelettrico:

"La bozza di provvedimento trasmessa dal MISE, l’8 novembre 2018, alla Conferenza unificata, per l'acquisizione del parere di competenza, mira a dare continuità all’installazione di nuova capacità rinnovabile, anche in considerazione dell’ambiziosa bozza di Piano Energia e Clima che stiamo redigendo, con il quale puntiamo a conseguire un raddoppio - in poco più di 10 anni - della produzione di energia rinnovabile".

Raddoppio di energia rinnovabile al 2030 significa darsi l'obiettivo del 35% sui consumi (adesso siamo già oltre al 17%, che è il valore obiettivo per il 2020), proprio come reclamato all'UE dallo stesso Di Maio all'atto dell'insediamento al MISE.

Il guaio è che questo raddoppio dovrà necessariamente concentrarsi nel settore elettrico e, sempre necessariamente, tale concentrazione riguarderà in modo pressochè esclusivo FV e eolico, in quanto le altre fonti non appaiono più sfruttabili con vantaggi superiori ai danni da esse procurati, come da più parti fatto rilevare. Ad esempio dal  vicepresidente di Legambiente Zanchini, che ne approfitta per attaccare sguaiatamente le Soprintendenze   colpevoli di applicare - pensate un po' - la normativa di tutela paesaggistica anche all'eolico.

A maggior ragione, quindi, servirà molto più eolico rispetto alla Sen di Calenda, che aveva buttato lì (anche lui a casaccio) l'obiettivo già inverosimile del 28%. Il 35% appare una delle solite promesse-sciocchezze di Di Maio, che procurano lavoro solo a Crozza quando ne fa l'imitazione. Una promessa-sciocchezza, in questo caso, in grado però, solo per l'effetto annuncio, di dare un enorme contributo alla deindustrializzazione del Paese.

Non è del nostro stesso avviso, apparentemente, la Confindustria. Leggiamo infatti dal Quotidiano Energia del giorno dopo, nell'articolo dal titolo "Anie Confindustria: Bene Di Maio su raddoppio produzione rinnovabili", che "Anie Confindustria "accoglie con favore" le dichiarazioni del ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, in relazione alla necessità di raddoppiare nei prossimi 10 anni la produzione di energie rinnovabili".

Anie Confindustria in questo supporto alla politica sconsiderata di Di Maio non è sola: trova le sponde più impensate, come la solita Legambiente e niente meno che... il Manifesto! Leggiamo infatti dall'articolo siglato Lu. Ate. del 19 novembre "Sussidi ai combustibili fossili, quel tesoretto da 16 miliardi di euro" che

"come ha ricordato pochi giorni fa al Manifesto il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, il vicepremier Luigi Di Maio «è andato in Europa a chiedere più coraggio sulle politiche energetiche e i cambiamenti climatici, poi però in Italia fa l’opposto. Per esempio, da ministro dello Sviluppo economico ha il potere di aumentare gli incentivi alle rinnovabili e all’efficientamento energetico tagliando i sussidi diretti e indiretti ai combustibili fossili (nel 2016 sono stati 14 miliardi), ma finora non l’ha fatto». E all’interno del Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli stilato dal ministero dell’Ambiente viene definito un perimetro fiscale ancora più ampio da poter aggredire rispetto a quello dei “soli” sussidi ai combustibili fossili, come riporta una recente analisi condotta dall’Ufficio valutazione impatto del Senato".

Questi 14 miliardi di "sussidi diretti e indiretti ai combustibili fossili" scaturiscono proprio da uno sgangheratissimo studio di Legambiente (fatto incredibilmente proprio dal ministero dell'Ambiente) che mette assieme di tutto, ma in particolare quelle esenzioni da tributi che permettono all'economia italiana soffocata dalle tasse sui carburanti di poter sopravvivere.

Si assiste dunque ad un imprevedibile matrimonio di interesse tra la borghesia vendidora italiana, l'ecologismo globalista e la politica di derivazione marxista, che ha da tempo abbandonato i "proletari" (specie se hanno la grave colpa di essere italiani) al loro destino di progressivo impoverimento e che ignora quello che sta accadendo in Francia in questi giorni. Con tutto quello che ne può conseguire anche in Italia.

Ecco dunque comparire "il rischio di scottarsi con l'ecologia tassatrice" come titolava l'articolo del Foglio del 28 novembre a firma Alberto Brambilla. Leggiamo:

"Macron non sembra rendersi conto che, sebbene la sua politica abbia un fine nobile, qual è la tutela ambientale, questo fine non è condiviso da una porzione non trascurabile della popolazione... Soprattutto fare pagare la transizione ecologica a quei cittadini che non possono permetterselo ha contraccolpi politici notevoli, con proteste indirizzate contro le élite di cui Macron, ex banchiere Rothschild, è considerato un membro organico... In Italia le spese a sostegno delle energie rinnovabili sono state pari all'1 per cento del pil. Se gli incentivi fossero fiscalizzati, sarebbero responsabili di un aumento della pressione fiscale dello 0,9 per cento (dal 41,8 al 42,7) nel 2016".

Fa piacere sapere che, sia pure in forte ritardo, questo argomento dell'1% del PIL, scialacquato in gran parte in incentivi per irrisorie quantità di energia elettrica prodotta da eolico e fotovoltaico, sollevato dalle solitarie ma preveggenti nove associazioni ambientaliste  lo scorso anno al Mise in sede di pubblico dibattito sulla nuova Sen (ed allora grossolanamente ignorato), sta diventando di dominio pubblico. 

Non è mai troppo tardi, anche se una maggiore sollecitudine a percepire i problemi sarebbe desiderabile almeno in sede ministeriale, dove invece, in materia di rinnovabili, l'ideologia fa premio sulla realtà.

Un'altra prova di questo grave allontanamento dal principio di realtà arrivava negli stessi giorni proprio dal succitato ministero dell'Ambiente. Il 21 novembre, infatti, abbiamo appreso dal Corriere della Sera, nell'articolo "L'Italia e 10 Paesi Ue per zero emissioni", che "una lettera firmata dal ministro dell'Ambiente Sergio Costa e dai colleghi di Danimarca, Finlandia, Francia (!), Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svezia invita la Commissione Ue a fissare un obiettivo di zero emissione nette di gas serra entro il 2050 e di rivedere anche il target a breve termine, che prevede un taglio delle emissioni di almeno il 40% nel 2030. La lettera arriva a pochi giorni dall'inizio della Cop 24 di Katowice". Può forse confortare che il governo italiano non sia solo in questo suo atteggiamento schizofrenico. Purtroppo per questi ardenti odiatori dei gas serra - ed apparentemente ignari del fenomeno dei gilet gialli - pochi giorni dopo è arrivata una notizia che getta ancor più ridicolo su questa loro velleitaria iniziativa epistolare.

Lo leggiamo nell'articolo della Staffetta Quotidiana del 27 novembre "Clima-energia, si allontanano gli obiettivi al 2020", in cui veniamo a conoscenza che "solo cinque degli Stati della Ue-28 sono nella giusta traiettoria per il raggiungimento degli obiettivi energetici e climatici al 2030... Lo sottolinea il rapporto pubblicato ieri dall'Agenzia europea per l'ambiente... Il punto è che per la prima volta nel 2017 l'Agenzia registra un netto peggioramento delle prestazioni di diversi Stati membri su tutti gli obiettivi al 2020: nel 2017 le emissioni di gas serra sono aumentate... La Francia risulta in ritardo su tutti i parametri relativi a rinnovabili ed efficienza, mentre la Germania è in netto ritardo su tutti i parametri relativi alle emissioni".

Questo totale scostamento dalla realtà, dal senso comune e soprattutto dalle esigenze dei propri popoli si riscontra anche negli argomenti e nei toni misticheggianti dei commissari Ue, come ricaviamo dall'articolo dell'Ansa "Ue spinge per Europa a impatto zero sul clima nel 2050":

"E' la visione strategica a lungo termine presentata dal vicepresidente dell'esecutivo comunitario all'Unione dell'energia Maros Sefcovic e dal commissario al clima Miguel Arias Canete, che puntano ad avere l'Ue in posizione di leadership globale sulla lotta al cambiamento climatico e per realizzare l'accordo di Parigi... L'Ue "non è nella posizione degli Usa, dove se cambia il presidente cambiano anche le politiche" per il clima, "le nostre sono permanenti, coerenti e ambiziose" e "siamo gli unici al mondo che hanno già attuato traducendoli in legislazione i target per il 2030", di conseguenza - afferma Canete - "arriverò alla Conferenza sul clima di Katowice" a dicembre "molto orgoglioso di essere europeo" e con tutte le carte "in regola".

I fatti di Francia, però, qualcosa hanno provocato, almeno in Italia. Contro il rischio della costosissima emorragia sottesa alla "garanzia pubblica" alle Ppa, evocata da Girotto e riportata nel nostro ultimo post, è intervenuto Crippa, come apprendiamo dall'articolo "Garanzia pubblica Ppa, a Crippa (mise) non piace" del Quotidiano Energia del 22 novembre:

"Una garanzia finanziaria pubblica a sostegno dei Power purchase agreement (Ppa) “rischia di essere uno strumento vano che immobilizza anche del capitale e delle risorse”. Lo ha detto il sottosegretario al Mise Davide Crippa, intervenendo in una questione – quella di una qualche garanzia dello Stato che metta al riparo dai possibili rischi dei Ppa – da tempo dibattuta e non chiaramente definita dal decreto Fer... Intervenendo ieri a Roma a un convegno, Crippa ha sostenuto che tale garanzia diverrebbe “una sorta di paracadute” per “sostenere un qualcosa che teoricamente negli altri Paesi si sostiene già da sé”. 

Come se questo non bastasse, sempre il Quotidiano Energia ci riferisce nell'articolo del 28 novembre "Sistema elettrico italiano: torna il rischio inverno" che

"in caso di temperature rigide possibili problemi a causa dei colli di bottiglia Nord-Sud e della limitata disponibilità di import. Possibile anche eccesso produzione Fer. Nell’eventualità di temperature particolarmente rigide, il prossimo inverno si potrebbero avere rilevanti rischi per l’adeguatezza del sistema elettrico italiano. E’ quanto emerge dal “Winter Outlook 2018/2019” dell’associazione dei Tso europei Entso-E".

Sempre il 28 novembre arriva il vero colpo di fulmine, quando Crippa interviene a Roma alla X Conferenza nazionale per l'efficienza energetica organizzata dagli Amici della Terra. Ancora Quotidiano Energia nell'articolo di Giampaolo Tarantino "Crippa: a giorni il Fondo per l'efficienza":

"L'esponente del Governo ha anche annunciato che il Piano energia clima fisserà al 30% l'obiettivo nazionale sulle rinnovabili nel quadro dei target europei al 2030. L'accordo tra Consiglio, Commissione e Parlamento prevede un target europeo del 32% del consumo finale di energia coperto da Fer. "Una scelta problematica che richiederebbe un investimento elevato e il rischio di gap". Ma "da qui a qualche anno la tecnologia riuscirà ad avere altre potenzialità - ha spiegato Crippa in mattinata al Forum QualEnergia -. Il piano deve quindi essere rivisto periodicamente mettendo intanto un punto fermo e puntando poi al rialzo per quanto riguarda l'obiettivo".

Ricordiamo ancora una volta che in origine il target europeo al 2030 era il 28% ma è stato alzato al 32 su forte pressione (anche) del neo eletto ministro dello Sviluppo Economico Di Maio, che lo avrebbe voluto portare addirittura al 35%.

L'improvvisa retromarcia viene riportata anche dalla Staffetta Quotidiana nell'articolo "Rinnovabili 2030, Crippa: ci fermiamo al 30%":

"Lo ha chiarito oggi il sottosegretario allo Sviluppo Davide Crippa escludendo la possibilità di superare tale soglia arrivando al 32% prospettata dallo stesso Crippa a inizio novembre. Parziale cambio di rotta anche sulle garanzie sui PPA, che nei giorni scorsi aveva giudicato negativamente mentre oggi ha precisato che il Mise intende lavorare su una garanzia sul rischio default della controparte... Sul target nazionale sulle Fer "siamo orientati al 30% perchè... oggi un'ambizione più alta del 30% con le tecnologie disponibili prevederebbe una transizione alle rinnovabili preoccupante in termini di spazio, perchè non basterebbe ad esempio coprire di impianti tutti i capannoni ma servirebbero altri spazi e dovremmo discutere con le popolazioni interessate".

Questo repentino cambio di rotta fa scoppiare il putiferio tra i lobbysti. Riportiamo dall'articolo del Sole 24 Ore del 4 dicembre intitolato "Piattaforma pubblica per domanda e offerta" a firma Celestina Dominelli e Carmine Fotina :

"A chi accusa il governo di aver rivisto al ribasso il target sulle rinnovabili al 2030 rispetto all'obiettivo Ue, il sottosegretario Crippa risponde: "Non è una retromarcia ma una base realistica da cui partire per ritoccarlo all'insù strada facendo". Gli ambientalisti (ma quali ambientalisti? Ndr) sono delusi per la decisione di fissare al 30% l'asticella al 2030 sotto il 32% indicato invece dall'Europa. In realtà, il 30% è la trasposizione del target Ue in Italia sulla base dell'algoritmo di calcolo che è imperniato su diversi fattori. Bisogna essere realisti e tenere conto delle condizioni da cui partiamo e da alcune problematiche che ci stanno a cuore, come quella dell'occupazione del suolo pubblico nella costruzione degli impianti. Ad ogni modo, il meccanismo prevede la possibilità di rivedere i target per andare al rialzo... Il rischio è quello di creare scompensi sulla rete che andrebbero a scaricarsi sugli oneri di dispacciamento e che genererebbero ulteriori costi infrastrutturali per Terna con riverberi sulla bolletta".

Anche in questo caso siamo lusingati che, sia pure con enorme ritardo (ed enormi costi per la collettività), si comincino a prendere in considerazione alcune nostre obiezioni che gli "ambientalisti-globalisti" (o sarebbe meglio dire gli "ambientalisti-lobbysti"?) hanno sempre trascurato.

Un'altra parziale ma significativa marcia indietro sull'eolico la riscontriamo nell'articolo del 4 dicembre della Staffetta Quotidiana dal titolo "Incentivi Fer: idro, biogas e geotermia restano fuori.":

"Nessun ripescaggio per gli impianti idroelettrici, da biogas e geotermoelettrici, più potenza per i rifacimenti e meno per grandi impianti eolici e fotovoltaici, priorità all'autoconsumo, stretta sull'eolico sotto i 60 kW. Queste le principali novità che dovrebbero essere apportate allo schema di decreto ministeriale sugli incentivi alle rinnovabili elettriche, sulla base del confronto tra Stato e Regioni".

Quello che più ci interessa, tuttavia, è che nell'ultima bozza del cosiddetto decreto Fer 1 è prevista "una riduzione dei contingenti per i grandi impianti eolici e fv (da 5.600 a 4.300) più a registri e soprattutto rifacimenti (da 500 a 1.300 MW)".

Che cosa sarà successo per spiegare questi imprevisti e improvvisi colpi di freno 5 Stelle all'eolico finora onnipotente e trionfante? Forse la paura dei costi da sostenere per raggiungere i nuovi assurdi obiettivi al 2030 ed il rischio di trovarsi i gilet gialli a bloccare anche l'Italia? Forse qualche grillino si è accorto che la "Costituzione più bella del mondo" prevede anche - e con una formulazione particolarmente enfatica - che la Repubblica tuteli "il paesaggio della Nazione"?  O forse la resipiscenza verso l'eolico è dovuta alle stesse identiche constatazioni dedicate al "mini-idro" espresse da Di Maio in occasione del question time prima ricordato? Ecco Di Maio in quell'occasione:

"La tutela dell'ambiente è per noi un valore irrinunciabile. Bisogna anche ricordare le numerose proteste pervenute nell'ultimo anno da parte di vari territori intensamente interessati dalla nascita di piccoli impianti idroelettrici, che hanno lamentato la mancanza di una programmazione nell'uso delle risorse, fattore che, insieme all'elevato livello degli incentivi e al meccanismo dell'accesso diretto, ha finito per rendere troppo forte la pressione sull'ambiente. Abbiamo il dovere di tenere in fortissima considerazione la voce dei territori”.

Bravo Di Maio! Abbiamo preso buona nota.

Un ulteriore colpo di lima al valore obiettivo del 30% ci arriva, indirettamente, da una nota della Confindustria, diffusa in occasione della presentazione, martedì scorso, del suo "Libro bianco per uno sviluppo efficiente delle fonti rinnovabili", in cui si afferma che l'Italia dovrà raggiungere il 29,7% di energia da rinnovabili. Gli investimenti cumulati al 2030, necessari per raggiungere i nuovi obiettivi Ue sulle fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, sono stimati da Confindustria in circa 68 miliardi di euro nel settore elettrico e in 58 miliardi nel settore termico. Se i 126 miliardi di investimenti (che saranno finanziati da chissà chi. Ndr) venissero interamente soddisfatti dal sistema manifatturiero italiano, sostiene un po' ottimisticamente il Libro bianco, nei 13 anni compresi tra il 2018 e il 2030 si avrebbe un incremento del valore della produzione industriale pari a 226 miliardi di euro. Invero una bella scorpacciata per gli industriali ed un salasso senza fine per gli Italiani. Senza contare, farnetica ancora la Confindustria per rendere accettabile la sua grande abbuffata, i benefici a livello occupazionale, stimabili in almeno (almeno!) 1 milione di nuovi posti di lavoro e che l'investimento nella produzione di energia rinnovabile potrebbe tradursi (il condizionale appare d'obbligo) in un impatto positivo sul prezzo dell'energia al 2030. Sai che bella novità! Questa filastrocca ci pare di averla già sentita...

In occasione della presentazione del Libro bianco è intervenuto l'onnipresente Davide Crippa, come apprendiamo dall'articolo del 4 dicembre a sigla R.M. del Quotidiano Energia "A inizio 2019 un provvedimento sull'energia" che ci lascia intendere che è ancora possibile tutto e il contrario di tutto:

"Crippa è tornato sul target del 30% Fer al 2030 che l'Italia intende inserire nel Piano clima-energia. Un livello criticato dal mondo ambientalista, ma che il sottosegretario difende come base da cui partire, evidenziando che comunque si va oltre la sen. Obiezioni arrivano però anche da dentro il suo stesso partito: prendendo parte all'evento di Confindustria il presidente della commissione Industria del senato, Gianni Girotto, ha infatti definito l'obiettivo del 30% "sufficiente ma non abbastanza per fronteggiare la trasformazione che è in atto nel Pianeta per l'innalzamento della temperatura". "Abbiamo fiducia nel Governo", aggiunge, "e sono sicuro che la decisione" sul Piano "avverrà senza escludere dal ragionamento il ruolo del Parlamento".

Oltre alla presentazione del Libro bianco, nei giorni pre-Katowice e pre-piano nazionale energia-clima abbiamo fatto un'autentica indigestione di articoli dei giornali confindustriali pro-rinnovabili. Sono tutti d'accordo sull'ineluttabilità di fare funzionare la settima potenza industriale del mondo (alcune posizioni in classifica sono state perse - non a caso - nel corso dell'ultima generazione) mettendo pale eoliche e pannelli in tutte le parti d'Italia al fine di salvare il Pianeta dalla "trasformazione per l'innalzamento della temperatura". Nessuno in cuor suo crede che sia una cosa seria, ma ormai gli interessi sono troppi e troppo consolidati. Un flusso di cassa annuale, distribuito sotto forma di rendite parassitarie, pari all'uno per cento del PIL - e che con gli obiettivi al 2030 si vorrebbe raddoppiare - è in grado di condizionare la politica, i mass media e persino la religione. Il cedimento alle rinnovabili elettriche salvifiche non è avvenuto solo per responsabilità storiche di politici, tecnici e scienziati.

Si conferma l'avvenuta transizione dell'Italia a Paese sudamericano. Ormai non manca più niente: abbiamo ai vertici del potere economico una borghesia compradora,  al governo un partito peronista e in Vaticano un Papa argentino che, in mancanza di altri argomenti a lui più consoni, ci ammannisce le sue lezioni quotidiane di pauperismo buone per trasformare l'Italia in una immensa "villa miseria". Anche se, a dire il vero, il modello a cui si rifà l'Italia (senza rendersene conto) è piuttosto quello brasiliano, come già osservava nel 2004 Giuliano da Empoli - che però ha avuto la poco brillante idea di salire sul carro di Renzi - nel suo libro Fuori controllo. Ci meritiamo tutto quello che sta per accadere.

Si sta dimostrando vero quanto sostenuto da Angelo Panebianco nell'articolo "La dannosa ostilità verso industria e scienza" sul Corriere del 5 agosto scorso, il cui sottotitolo è "Sviluppo negato. L'atteggiamento avverso indossa per lo più i panni dell'ecologismo e ha trovato casa nei 5 Stelle". Ne riportiamo qui alcuni brevi passaggi invitando a leggere tutto l'articolo dal sito web del Corriere della Sera:

"Si avverte in giro una diffusa aspirazione, espressa per lo più a mezza bocca, a farla finalmente finita con la modernità industriale... Ora la scienza è sotto attacco da parte di molti... E' un riflesso "politicista", un errore madornale, attribuire sempre tutte le responsabilità, per qualunque cosa accada, alle forze politiche. I politici non inventano mai niente. Si limitano a cavalcare, esasperandole, tendenze già presenti per conto loro nei vari Paesi. La domanda diventa: come è possibile che nella settima potenza industriale del mondo (o quel che ne resta) sia così intensa e diffusa l'ostilità per la società industriale? A occhio, almeno un terzo degli italiani (e forse anche di più) sembra contagiato dal virus anti-industriale... L'atteggiamento anti-industriale indossa per lo più i panni dell'ecologismo... L'ecologismo spinto all'estremo diventa un'utopia reazionaria... La sindrome anti-industriale ha trovato casa nei 5 Stelle". 

Se fosse vero che siamo ridotti così male, non ci resterebbe che sperare che il contagio dei gilet gialli si diffonda, per parafrasare il preveggente saggio di Ortega y Gasset sulla Spagna del 1921, a tutta l'Europa "invertebrada". In Italia si correrebbe però un ulteriore rischio. Finora il progressivo e costante impoverimento era stato per molti italiani solo una fastidiosa sensazione, a cui tanti non assegnavano la dovuta importanza perchè nessuno ne parlava pubblicamente. Nel nostro Paese i gilet gialli sarebbero molto più esasperati rispetto ai francesi, siccome adesso c'è molta gente che, per la prima volta e all'improvviso, comincia a rendersi conto che l'attende la miseria. Quella vera. Ed allora, all'apparir del vero, addio non solo alle rinnovabili, ma anche al sistema di tutele ambientali faticosamente costruito negli ultimi decenni.

Alberto Cuppini