Konrad Lorenz nel libro del 1968 "Gli otto peccati capitali della nostra civiltà" anticipava le abiette motivazioni e gli esiti infausti della proliferazione incontrollata delle onnipresenti pale eoliche e degli altri impianti di produzione elettrica "ad energia pulita": "Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente collegati", scriveva allora il Nobel padre dell'etologia. "La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro, perchè va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile. Coloro cui spetta la decisione di costruire una strada, o una centrale elettrica o una fabbrica che deturperà per sempre la bellezza di una vasta zona sono del tutto insensibili alle istanze estetiche."

Oltre 50 anni fa - non a caso nel 1968 (cinque anni prima di vincere il premio Nobel per la medicina e quindi diventare universalmente noto) - l'austriaco Konrad Lorenz, il padre dell'etologia moderna, scrisse di getto un agile libretto dal titolo "Gli otto peccati capitali della nostra civiltà", presto diventato un best seller della saggistica mondiale. Un libro molto controcorrente rispetto al pensiero unico sessantottino, e quindi molto pericoloso da esporre nelle vetrine delle librerie durante gli "anni di piombo".

Il tempo, come sempre, è stato galantuomo, confermando le capacità sciamaniche di Lorenz nell'intravedere le tendenze evolutive della specie umana.

Il libro deve essere assolutamente riletto oggi, quando agli "anni di piombo" e alla "lotta dura senza paura" a fianco delle "masse proletarie" sono succeduti senza soluzione di continuità gli "anni della melassa" e del buonismo politicamente corretto (come scriveva Lorenz: "Le malattie intellettuali della nostra epoca usano venire dall'America e manifestarsi in Europa con un certo ritardo").

Al filone del buonismo politicamente corretto, ossessionato da due o tre idee fisse al punto da trascurare tutta la varietà e la complessità del mondo, può essere certamente ascritto anche il ghiribizzo di risolvere i problemi planetari del cambiamento climatico piantando pale eoliche e pannelli fotovoltaici da tutte le parti, nè più nè meno di come gli indigeni dell'isola di Pasqua piantavano le statue Moai.

Proprio alle vere, abiette motivazioni degli "ecologisti del fare" (si sono spesso davvero autodefiniti così) ed ai danni cagionati dagli aerogeneratori giganti pare fare riferimento Lorenz (trent'anni prima che apparissero davvero le grandi pale!) nel capitolo che tratta del secondo peccato capitale della nostra civiltà (il primo è la sovrappopolazione, a cui Lorenz fa risalire gli altri sette): la devastazione dello spazio vitale.

Al capitolo sulla devastazione dello spazio vitale appartengono i brani riportati di seguito. I grassetti sono nostri.

Un consiglio. Anzi: due consigli. Il primo ai nostri lettori: procuratevi il libro in biblioteca e leggetevelo tutto, dall'inizio alla fine. Ne rimarrete entusiasti. Il secondo alla casa editrice Adelphi, che ne possiede i diritti: ripubblicate il libro! Oggi è più attuale di allora: sarà di nuovo un successo.

Infine, prima di lasciare la parola a Lorenz, una dedica. La frase "La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme... va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile" la vogliamo dedicare agli spregiudicati lobbysti delle rinnovabili organizzatori della recente manifestazione "global strike", che hanno cinicamente strumentalizzato la povera ragazzina svedese. Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli...

 

 

La fretta affannosa del nostro tempo non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei “doers”, della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. (...)

 

Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente, sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato. Come può un individuo in fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente brutta e banale, dell’uomo? (...)

 

Tra l’immagine della periferia urbana e quella del tumore esistono evidenti analogie: in entrambi i casi vi era uno spazio ancora sano in cui sono state realizzate una molteplicità di strutture molto diverse, anche se sottilmente differenziate fra loro e reciprocamente complementari, il cui saggio equilibrio poggiava su un bagaglio di informazioni raccolte nel corso di un lungo sviluppo storico; laddove nelle zone devastate dal tumore o dalla tecnologia moderna il quadro è dominato da un esiguo numero di strutture estremamente semplificate. Il panorama istologico delle cellule cancerogene, uniformi e poco strutturate, presenta una somiglianza disperante con la veduta aerea (...)

 

Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente collegati e gli uomini che sono costretti a vivere nelle condizioni sopra descritte vanno chiaramente incontro all’atrofia di entrambi. Sia la bellezza della natura sia quella dell'ambiente culturale creato dall'uomo sono manifestamente necessarie per mantenere l'uomo psichicamente e spiritualmente sano. La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro, perchè va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile. Coloro cui spetta la decisione di costruire una strada, o una centrale elettrica o una fabbrica che deturperà per sempre la bellezza di una vasta zona sono del tutto insensibili alle istanze estetiche. Dal sindaco di un piccolo paese al ministro dell’economia di una grande nazione, tutti sono d’accordo nel ritenere che non valga la pena di fare sacrifici economici, e tanto meno politici, per difendere la bellezza del paesaggio. I pochi scienziati e difensori della natura che vedono lucidamente approssimarsi la tragedia sono totalmente impotenti. Avviene infatti che un comune che possiede piccoli appezzamenti di terreno sul limitare di un bosco scopra che questi aumenteranno di valore se saranno collegati da una strada; e ciò basta perché il grazioso ruscello che attraversa il paese venga deviato, incanalato e ricoperto di cemento, e perché un bel viottolo di campagna venga immediatamente trasformato in una orrenda strada di periferia.