Confutiamo l'impressione, che si sta rafforzando nell'opinione pubblica italiana come già accaduto negli Stati Uniti e in Brasile, che tutto l'ambientalismo sia preda di una ideologia anti-industriale, dell'irrazionalità ed ora anche dell'infantilismo, e perciò stesso sia non solo inaffidabile ma persino deleterio. Come prova del fatto che rimangono forti presìdi ambientalisti con i piedi saldamente piantati nel tempo e nello spazio, presentiamo il caso dell'Imposta sulle emissioni aggiunte (Imea) e la sponsorizzazione di questa proposta di una nuova fiscalità per le emissioni clima-alteranti fatta dagli Amici della Terra in tutte le sedi istituzionali. L'Imea mira a valorizzare sull’IVA le reali emissioni di CO2, a prescindere da dove i beni siano stati prodotti, e ambisce a diventare uno standard di produzione sostenibile. A tal fine, l'Imea si propone di incorporare il costo della CO2 nei prodotti attraverso uno schema di fiscalità ambientale valido sia per i prodotti interni che per quelli importati, prendendo come riferimento i migliori benchmark di intensità emissiva nei vari settori di produzione. Non ha infatti alcun senso da un punto di vista ambientale - e industriale - disincentivare le produzioni locali europee a basse emissioni nel confronto di mercato con quelle più inquinanti. Oggi, grazie alle tecniche denominate "blockchain", potrebbe essere possibile tracciare le emissioni di beni complessi e contrastare il fenomeno del carbon leakage, e quindi l'involontario aumento delle emissioni clima-alteranti, attraverso un approccio bottom-up, in contrapposizione al "sistema Kyoto", che invece è il tipico metodo top-down, deciso dall'alto e imposto alla base. La realizzazione di questo schema potrebbe spalancare le porte ad un nuovo paradigma: lo spostamento della tassazione da chi produce ricchezza collettiva a chi consuma risorse comuni non riproducibili. L'applicazione dell'efficienza energetica delle best practice europee (o anche semplicemente l'applicazione dell'efficienza energetica italiana, che eccelle nel mondo) permetterebbe di raggiungere risultati migliori, nel contenimento delle emissioni carboniche, di quelli previsti con i metodi utopistici e velleitari suggeriti dalle varie COP dell'ONU, da cui derivano direttamente i grotteschi, tragicomici regolamenti ordoliberisti della commissione Ue, scritti sotto dettatura dei lobbysti che imperversano a Bruxelles.

 Una delle apocalittiche acciaierie cinesi dove viene prodotto l’acciaio consumato dai “gretini” europei.

"Togliere la difesa dell'ambiente dalle mani degli ambientalisti" tuonava il titolo del fondo di Claudio Cerasa sul Foglio del 24 settembre scorso, che denunciava "i danni di un ambientalismo che gioca con il capitalismo, le tasse, i vizi, le nascite e il modello bancomat dell’Europa" ed in particolare, ci permettiamo di aggiungere noi, che gioca con le gabelle in costante ed insopportabile crescita, finora celate nelle bollette elettriche di tutti gli italiani, per sussidiare in modo inverosimile le rinnovabili elettriche non modulabili (in primis eolico e fotovoltaico) e per evitare che il sistema elettrico italiano tracolli proprio a causa della loro natura non programmabile.

Scriveva il Foglio (uno dei pochissimi giornali italiani che hanno fatto la scelta contro corrente di criticare "la teologia apocalittica scelta dai follower di Greta Thunberg"):

"Difendere l'ambiente è cosa buona e giusta  anche se, come suggerito qualche giorno fa dal Wall Street Journal, lasciare che i bambini siano i leader nel campo dei cambiamenti climatici è una ricetta per il disastro sicuro. Ma chi ha a cuore la difesa dell'ambiente dovrebbe preoccuparsi più di chiunque altro di non delegittimare le battaglie in difesa dell'ambiente... quando l'ambientalismo diventa una scusa per fare quello che senza l'ambientalismo non sarebbe concesso...".

Per fortuna, la denuncia del Foglio è solo una generalizzazione. Qualche ambientalista italiano (pochi, in verità...) non ha perso la trebisonda a seguito della tempesta mediatica della "piccola Greta" (che è stata strumentalizzata, guarda caso proprio in coincidenza della redazione dei piani nazionali energia clima, dai lobbysti delle rinnovabili - e poi dai mass media - con la massima spregiudicatezza), rinunciando così a cogliere i facili vantaggi della popolarità garantita a chi si conforma ad argomentazioni puerili ed a comportamenti opportunistici.

Ne abbiamo avuto la prova provata (sperando che non si tratti della classica eccezione che conferma la regola) da una notizia riportata dalla stampa specializzata. "Carbon border tax, Amici della Terra scrive a Gentiloni" titolava, lo stesso 24 settembre scorso, la Staffetta Quotidiana:

"La presidente degli Amici della Terra Monica Tommasi ha inviato stamani una lettera al nuovo commissario UE per l'economia Paolo Gentiloni, incaricato di elaborare una Carbon Tax così come previsto dal documento programmatico della presidente della Commissione Ursula von der Leyen..."

Per saperne di più potete andare sul sito dell'Astrolabio, dove è riportato il testo della lettera a Gentiloni, nel post "ImEA, la tassa che non punisce l’industria efficiente" che così la presentava:

"Con una lettera della presidente Tommasi, inviata in questi giorni al Commissario europeo all’Economia Gentiloni, gli Amici della Terra rilanciano la proposta dell’ImEA, una carbon tax non discriminatoria sulla Co2 nei beni che non è un dazio ma una nuova strada che l’UE può aprire per trasformare la sostenibilità in uno dei parametri della competizione globale."

Di nuovo dall'Astrolabio avevamo appreso da Beniamino Bonardi, nel post "Energia e ambiente nella nuova Commissione europea", che al nuovo commissario all'Economia Paolo Gentiloni "spetterà anche farsi promotore della riforma fiscale europea, in particolare per quanto riguarda l’introduzione della tassa sul carbonio. Nella lettera d'incarico a Gentiloni, la presidente von der Leyen scrive:

“La tassazione deve svolgere un ruolo centrale nel Green Deal europeo. Voglio che Lei diriga i lavori del riesame della direttiva sulla tassazione dell'energia per allinearla alle nostre ambizioni e porre fine alle sovvenzioni dei combustibili fossili. In stretta collaborazione con il vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo, dovrà guidare i lavori sulla proposta di imposta sul carbonio alle frontiere, strumento fondamentale per evitare la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio e permettere alle imprese dell'Unione di competere in condizioni di parità."

Noi non abbiamo avuto mai nessuna fiducia in Gentiloni, e risparmiamo, per carità di Patria, le considerazioni sulla salute della democrazia italiana che si potrebbero formulare partendo dalla sua nomina alla Commissione europea dopo la sua personale - pesantissima - sconfitta elettorale alle politiche nel marzo 2018 e dopo l'insuccesso del suo partito anche nelle elezioni europee del maggio di quest'anno. Ammettiamo però che il tentativo degli Amici della Terra andasse comunque fatto. La Von der Leyen ha aperto uno spiraglio, con la citazione di una carbon border tax (per contrastare il fenomeno del carbon leakage) già nel suo discorso di insediamento, che andava allargato il più rapidamente possibile.

Sempre sull'ultimo numero dell'Astrolabio abbiamo letto l'intervista di Tommaso Franci alla professoressa Agime Gerbeti, ideatrice dell'Imea, intitolata "Salvare il clima e difendere le industrie meno inquinanti", che così viene introdotta dall'intervistatore stesso:

"Abbiamo chiesto all’autrice di “CO2 nei beni” un parere sulla praticabilità degli obiettivi europei 2030 di decarbonizzazione, sull’efficacia del meccanismo UE di ETS e sulle criticità per l’industria europea ecoefficiente. La proposta dell’Imea, che è molto diversa da un dazio alla frontiera (carbon “border” tax) e che rappresenterebbe un vantaggio perpetuo per chiunque produca beni emettendo di meno, può trovare sostenitori nel Governo e nelle istituzioni italiane."

Nell'intervista, tra l'altro, leggiamo che "l'imposta sulle emissioni aggiunte (Imea) mira a valorizzare sull’IVA le reali e puntualmente contabilizzate emissioni di CO2, a prescindere da dove i beni siano stati prodotti, e ambisce a diventare uno standard di produzione sostenibile. Quindi la contabilizzazione è sempre sulla produzione reale e non sulla media della nazione di provenienza. Questo rende l’Imea molto diversa da una carbon border tax..."

Abbiamo molto ben giudicato non solo la lettera degli Amici della Terra a Gentiloni, ma anche la rinnovata attenzione, da sempre dedicata dall'Astrolabio all'Imea, e l'assidua sponsorizzazione di questa proposta di una nuova fiscalità per le emissioni clima-alteranti fatta dagli Amici della Terra in tutte le sedi istituzionali.

Seguivamo con la massima attenzione il lavoro della Gerbeti sin dai tempi della pubblicazione del suo libro "CO2 nei beni e competitività industriale europea" nel 2014. Ne eravamo venuti a conoscenza proprio dall'Astrolabio, da una bella recensione del compianto Francesco Mauro:

"l’autrice viene fuori con durezza a mostrare il non funzionamento del sistema ETS e degli accordi internazionali ad esso connessi, la sua burocratizzazione, persino il suo uso a fini speculativi. E propone di uscirne fuori incorporando il costo della CO2 nei prodotti attraverso uno schema di fiscalità ambientale applicato all’IVA sia per i prodotti interni che per quelli importati, prendendo come riferimento i migliori benchmark di intensità emissiva nei vari settori di produzione."

Mauro aveva, in estrema sintesi, individuato i due elementi che, insieme, rendevano l'idea della Gerbeti rivoluzionaria: 1) il concetto di carbon footprint (o CFP) dell'ingegnere svizzero Mathis Wackernagel (pagina 100 e seguenti del testo) ed in particolare che "caratteristica della CFP è procedere attraverso un approccio bottom-up, letteralmente dal basso verso l'alto, in (apparente) contrapposizione col sistema Kyoto che invece è il tipico metodo top-down, deciso dall'alto e imposto alla base" e che 2) la nuova imposta doveva essere applicata a tutti i beni consumati (ripetiamo: consumati, non prodotti) in Europa ed essere incorporata nell'IVA, a parità di gettito tributario, sostituendosi progressivamente ad essa per non apparire un nuovo odioso balzello.

La realizzazione di questo schema potrebbe spalancare le porte ad un nuovo paradigma: lo spostamento della tassazione da chi produce ricchezza collettiva a chi consuma risorse comuni non riproducibili.

Francesco Mauro non aveva però colto il limite invalicabile (allora) della proposta della Gerbeti, che ingenuamente auspicava (a pagina 126 del testo), per definire un metodo lineare e non discriminatorio per quantificare la CO2 e la sua tracciabilità per ogni singolo prodotto, niente meno che l'avvento di "decine di migliaia di esperti energetici e sulle emissioni per definire nel dettaglio il meccanismo, per valutare quanto ogni singolo prodotto dovrebbe emettere per essere considerato efficiente eccetera eccetera".

Dio ce ne scampi e liberi! Sarebbe stata l'apoteosi proprio dei tecnocrati di Bruxelles, che invece sono i nemici principali, assieme alle Conferenze delle Parti (COP) dell'ONU, che l'approccio bottom-up al problema delle emissioni clima-alteranti dovrebbe sconfiggere.

Da allora, però, la tecnologia ha fornito qualcosa di assolutamente nuovo: lo strumento della blockchain.

La professoressa Gerbeti ha intuito le sue potenzialità e lo ha rapidamente inserito nella sua costruzione teorica, a partire dall'articolo "Blockchain e tracciabilità delle emissioni industriali" - firmato assieme a Fabio Catino - pubblicato nel secondo numero del 2019 della rivista Energia. A sua volta, la redazione di Energia ne ha colto la portata rivoluzionaria al punto da pubblicare non uno ma due post di presentazione (che vi sollecitiamo a leggere per intero), il primo del 20 giugno dal titolo "La blockchain per tracciare le emissioni industriali (e tutelare la competitività europea)":

“La logica di fondo consiste nel riconoscere che non ha alcun senso da un punto di vista ambientale – e industriale – disincentivare le produzioni locali europee a basse emissioni nel confronto di mercato con quelle più inquinanti.”

ed il secondo il 22 agosto, dal titolo "Blockchain: cos’è e come può servire la causa climatica":

"Grazie alla blockchain è possibile tracciare le emissioni di beni complessi e contrastare in questo modo il fenomeno del carbon leakage... Le emissioni in sostanza dovrebbero essere calcolate non al momento della produzione di un bene, ma a quello del suo consumo, così da conteggiare anche i beni prodotti altrove e poi importati. Altrimenti si rischia un gioco delle tre carte che consente ipocritamente di vantare numeri virtuosi che non riflettono la realtà delle cose".

Non siamo però assolutamente d'accordo con una delle conclusioni del sopra menzionato articolo a firma Gerbeti-Catino: "L'Imea, ... seppure favorita dalla tecnologia blockchain, non può considerarsi di semplice adozione." E fino qui tutto bene. "Le complicazioni in merito non sono tuttavia di natura concettuale... nè di natura tecnica, ma di carattere politico, economico e finanziario." Assolutamente no! I problemi principali sono proprio di natura tecnica.

Neppure i successivi chiarimenti richiesti alla Gerbeti, che evidentemente ha suscitato un grosso interesse tra gli addetti ai lavori, ci sono parsi soddisfacenti.

Non nell'articolo pubblicato sulla Staffetta Quotidiana del 27 settembre "I problemi della carbon border tax - L'analisi di Agime Gerbeti (Aiee)", in cui la blockchain non viene neppure nominata, nè nell'articolo ben più interessante, pubblicato il 24 settembre su Orizzontenergia, Climate change: Globalizzazione del problema e blockchain, in cui ci si limita ad osservare, con un eccesso di semplificazioni, che:

"se fino ad ora la blockchain è stata impiegata per le transazioni economiche e spesso associata con approssimazione alle cryptovalute, questo non significa affatto che non possa essere utilizzata per tracciare le transazioni emissive di bene in bene per tutta la filiera produttiva peraltro con straordinaria efficacia. Il passaggio monetario o quello dei dati riferiti alle emissioni per la produzione di un determinato componente non differiscono assolutamente da un punto di vista digitale."

Il problema della determinazione tramite blockchain della "traccia carbonica" su tutti i beni e servizi consumati (non prodotti!) in Italia (o in Europa) è iper-complesso e va affrontato con un approccio multidisciplinare, affidandosi ad una task force comprendente le menti migliori (almeno) dell'università italiana (che devono lavorare in stretto coordinamento, altrimenti lo sforzo sarebbe inutile), a cominciare dai  più brillanti ingegneri, informatici, economisti e tributaristi. La soluzione (ammesso che arrivi) non sarà affatto immediata, anche se tale potrebbe apparire ai posteri, così come oggi appare a noi ovvia e naturale l'applicazione dell'IVA, che invece ha comportato a suo tempo un percorso intellettuale e culturale arduo e molto tortuoso.

Ci rammarichiamo del fatto che nell'intervista di Franci si sia parlato della blockchain in modo del tutto marginale. In realtà tutto l'edificio teorico dell'Imea dipende dalla percorribilità di questo strumento tecnologico. Se ci possiamo permettere un consiglio, sarebbe opportuno, alla prossima occasione, farsi spiegare da altri esperti, in modi comprensibili dai lettori dell'Astrolabio, quali sono i termini, i problemi ed i costi di questa tecnologia applicata al caso specifico. In particolare, penso che sarebbero utili più puntuali analogie ed alcuni esempi teorici per qualche bene (e servizio, meglio ancora) di uso comune. Al momento, senza soluzioni semplificatorie che al momento risiedono nella mente degli Dei, la nostra impressione è che i problemi ed i conseguenti costi dell'applicazione capillare delle tecniche blockchain sarebbero devastanti.

E tuttavia lo sforzo merita di essere fatto.

I danni per l'economia italiana e per l'ecosistema planetario del carbon leakage non risultano, neppure come prima approssimazione (per quello che se ne sa), da nessun documento o, almeno, da nessun documento italiano. E' un fatto gravissimo, che però sembra non interessare a nessuno, neppure al ministero dello Sviluppo economico.

Non credo che tutte le potenziali conseguenze positive di questo approccio completamente nuovo al problema (conseguenze indotte da una tassazione delle emissioni carboniche di tutti i beni e servizi in un mercato, come quello europeo, di 500 milioni di grandi consumatori) siano state ben comprese, neppure dalla professoressa Gerbeti. Nella seconda parte del post vedremo di spiegarne implicazioni e vantaggi.

Nel frattempo dovrebbe essere facile, partendo da alcune ipotesi semplificatorie, calcolare come l'applicazione dell'efficienza energetica delle best practice europee (o anche semplicemente l'applicazione dell'efficienza energetica italiana, che eccelle nel mondo) a livello globale avrebbe permesso di raggiungere risultati migliori, nel contenimento delle emissioni carboniche, di quelli previsti con i metodi utopistici e velleitari suggeriti dalle varie COP dell'ONU, da cui derivano direttamente i grotteschi, tragicomici regolamenti ordoliberisti della commissione Ue, scritti sotto dettatura dei lobbysti che imperversano a Bruxelles.

 

Alberto Cuppini