Eolico come rischio di dissesto idrogeologico in Appennino. La lezione delle alluvioni del 2023

Eolico in alta Valmarecchia e Valtiberina: dal Professor Gian Battista Vai dell'Università di Bologna nuove importanti osservazioni e analisi sulla non idoneità del crinale appenninico e sui rischi che incombono. Ne terrà conto la Conferenza dei Servizi?

 

 

“I numeri, le carte, le foto dopo le alluvioni di Maggio e Novembre 2023 dovrebbero far capire a chiunque che l’Appennino Settentrionale ha dei limiti naturali oggettivi a ogni tipo di insediamento e utilizzo moderno diffuso e pervasivo, che voglia essere sostenibile economicamente e socialmente. La ricerca di un equilibrio che cerchi di prescindere dalla sua propensione al dissesto ha come destino ineluttabile il disastro”.

 

Questo passaggio è estratto da una lunga valutazione, corredata di mappe e analisi dettagliate, che il geologo Gian Battista Vai, già professore di Geologia stratigrafica nonché direttore del Museo Geologico dell’Università di Bologna, ha redatto al fine di evidenziare i concreti motivi per cui i crinali proposti per i progetti eolici non sono idonei ad accoglierli. Dal suo studio emerge in modo evidente come, a causa dell’estrema fragilità idrogeologica dei territori individuati - per naturale conformazione ed origine, accelerata dalle conseguenze relative al cambiamento climatico - nel caso di installazione dei progetti eolici di grande taglia come Badia del Vento o Poggio Tre Vescovi, i versanti individuati sarebbero così destabilizzati per cui la loro stabilità, già precaria, verrebbe fatalmente indebolita.

 

Immagine della frana che ha interessato il Comune di Casteldelci (RN) in Località Villa di Fragheto nell’alluvione di Maggio 2023.

 

Di seguito altri stralci tratti dalla relazione del Prof. Vai:

 

Il progetto di impianto eolico industriale di grande taglia denominato "Badia del Vento", previsto nel comune di Badia Tedalda (AR) ma con impatti anche nel comune di Casteldelci (RN) ed in altri territori limitrofi con 7 aerogeneratori di 180 m di altezza (rotore compreso), è il primo di una serie di progetti adiacenti come quello denominato "Poggio Tre Vescovi", Badia Wind, (e da ultimo anche "Monte Comero" quest’ultimo esteso nel territorio del comune di Verghereto-FC) e tutti rivolti nel crinale Tosco-Romagnolo tra parchi e aree naturali protette dell’alta Valmarecchia e Valtiberina. Questi impianti insistono nello stesso territorio che ha visto nell’ultimo quindicennio progetti del tutto analoghi aspramente criticati e puntualmente bloccati per gli impatti non mitigabili né compensabili e "Badia del Vento" è il primo riproposto giunto oggi ad una fase avanzata dell’iter autorizzativo.

A fronte di questa situazione occorre ritornare sui maggiori fattori di rischio, già evidenziati in passato: quelli geologici, che minano alla base i progetti eolici in Appennino Settentrionale e che ne hanno finora impedito l’autorizzazione. Si dirà che i cambiamenti climatici impongono un’ulteriore espansione anche deII’eoIico in Italia. Ebbene, è proprio in tale quadro che, se si vuole essere coerenti con la realtà, occorre considerare che l’espansione deII’eoIico neII’ItaIia collinare e montana, in particolare neII’Appennino Settentrionale, è insostenibile essendo fonte di un nuovo rischio di dissesto idrogeologico in un territorio già di per sé altamente instabile. È necessario intervenire nella programmazione dell’uso del territorio, nella prevenzione dei grandi rischi geologici considerando le sollecitazioni critiche di esperti scientifici e professionali per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e prevenire quindi situazioni di disastro alluvionale come quello di Maggio 2023.

 

Le stesse ditte proponenti presentano i loro progetti con aerogeneratori di enormi proporzioni, con vaste aree di fondazione che andrebbero ad insistere su un territorio tra i più franosi d’Italia (per grandi frane a piani di distacco profondi) e i più inadatti a ospitare infrastrutture, soprattutto quelle di grande peso e dimensioni, che necessitano di fondazioni profonde che, a loro volta, vanno a riattivare i suddetti piani di scivolamento e distacco.

 

In un tale contesto gli impianti eolici di grande taglia costituirebbero enormi pericoli per via dei loro interventi (fondazioni e inviluppo di viabilità di cantiere per trasporti di dimensioni eccezionali). In aree costellate di frane attive e quiescenti, si assisterebbe all’avvio di un nuovo ciclo di erosione e trasporto del suolo agrario che dall’area di inviluppo dell’intervento si estenderebbe a macchia d’olio a tutti i versanti circostanti, con ingenti danni aggiuntivi.

 

Non sarà certo l’insediamento di “parchi“ eolici e fotovoltaici a riequilibrare la montagna, con tutto il Ioro indotto fatto di ruspe che andrebbero a sconquassare i territori e di trasporti eccezionali che andrebbero a demolire strade e pendici tracciando antichi drenaggi a favore del dissesto. Per oltre 10 anni impianti eolici di tale stazza in questo territorio non sono mai stati autorizzati per i deprecabili impatti.

 

Bisogna quindi prendere coscienza che questo nostro territorio montano ha dei vincoli di stabilità e pone dei limiti di un equilibrio sempre instabile che va ricercato con sagacia e mai superato, come per contro avverrebbe se tali impianti fossero autorizzati e quindi realizzati. Se in pianura le casse di espansione possono essere strumenti utili a mitigare gli impatti delle alluvioni, in questa collina e montagna ogni intervento va studiato con cura e inserito in un preciso programma per evitare danni incalcolabili.

 

In conclusione, se da un lato si vuole favorire ulteriormente l’eolico in Italia, questo sviluppo non può avvenire a scapito della sicurezza e dell’equilibrio geoidrologico, tanto più che oggi, a fronte dei recenti accadimenti, siamo tutti più coscienti del maggiore rischio.

 

Comitato Appennino sostenibile