La produzione di energia rinnovabile e le tecnologie per l'accumulo dell’energia dipendono da materie prime come rame, cobalto, nichel, terre rare e molte altre usualmente definite come metalli tecnologici. La prevista crescita esponenziale delle energie rinnovabili eserciterà una forte pressione sul settore minerario sia per l’enorme richiesta di materie prime che per l’esigenza di adottare pratiche di produzione sostenibili.

La transizione viene vista come un'opportunità per realizzare enormi profitti dalle compagnie minerarie che investono in pratiche sostenibili al fine di fornire ai consumatori la possibilità di verificare le credenziali etiche dei materiali con cui è stato costruito il prodotto acquistato risalendo fino alla miniera stessa. L'uso della tecnologia blockchain nelle catene di approvvigionamento dei metalli è stato presentato come la panacea per alcuni di questi problemi, compresi quelli sociali e ambientali.

Non ne siamo così sicuri.

 

Credit: Institute for Security Studies [1]

 

Riteniamo invece che la pressione normativa, istituzionale e dei consumatori, per la divulgazione e la tracciabilità dei prodotti sia sempre più forte e si scontri con il naturale conflitto di interessi tra la domanda di trasparenza delle catene di approvvigionamento e la necessità di privacy commerciale per le parti attive nella filiera.

La catena di approvvigionamento dalla miniera al mercato è solitamente registrata in documenti di transazione, che sono sparsi in tutto il mondo. Vendere e consegnare un carico di minerali significa inviare tramite corriere o inviare tramite posta elettronica documenti cartacei soggetti a intercettazioni, frodi e minacce informatiche. Conformarsi a un numero crescente di standard industriali e normativi, significa ancora più laboriosi processi di due diligence manuali e cartacei: un compito impegnativo dato che molte miniere si trovano in paesi che rimangono ostinatamente in rosso nell'indice annuale di percezione della corruzione di Transparency International. Dimostrare che l'origine di un foglio di catodo di rame con cui è stato realizzato il tuo veicolo elettrico sia conforme alla politica di approvvigionamento responsabile di LME, in questo contesto, non è semplice.

Se il London Metal Exchange (LME) dovesse realmente vietare o rimuovere i marchi che non sono approvvigionati in modo responsabile entro il 2022 nell'ambito di un'iniziativa intrapresa per aiutare a sradicare dal libero mercato il metallo contaminato dal lavoro minorile o dalla corruzione molto è destinato a cambiare.

Venire esclusi dal più grande mercato al mondo dei metalli industriali significa essere posti ai margini delle catene di approvvigionamento globali ed esclusi da un passaggio storico che vede la borsa evolversi dal suo ruolo tradizionale di certificatore degli standard metallurgici dei suoi fornitori per affrontare la grande sfida dell'approvvigionamento responsabile.

Lo scandalo del lavoro minorile, una delle forme più indegne di violazione dei diritti umani, nell’estrazione del cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, la continua segnalazione di crimini finanziari e i concreti rischi di corruzione che affliggono le catene di approvvigionamento dei metalli soprattutto a monte delle fonderie stanno facendo acquisire ai consumatori globali la consapevolezza dei costi sociali ed ambientali delle tecnologie verdi e più in generale dell’estrazione dei metalli.

Forse ai più era sfuggito che se le catene di approvvigionamento dei combustibili fossili, petrolio, carbone e gas, inquinano l’ambiente e gli oceani quelle relative ai metalli… fanno altrettanto e probabilmente in una scala superiore.

 

Per il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani l'economia italiana funzionerà in gran parte con... eolico e fotovoltaico ( ! ) già dal 2030. E la tutela dell'ambiente e del territorio verrà fatta con le ruspe, che distruggeranno per prima cosa il sistema amministrativo di tutele e salvaguardie faticosamente costruito dalle precedenti generazioni. In arrivo un decreto legge ad hoc con l'obiettivo di accelerare la realizzazione delle opere giudicate cruciali per la "rivoluzione verde" ed in particolare procedure semplificate per gli impianti eolici. Già nel 2030 il 70-72% dell'elettricità dovrà essere prodotta prevalentemente da centrali eoliche o fotovoltaiche. "Basta coi no e le lungaggini", "fate presto". E' questo il senso più profondo della bozza di decreto "semplificazioni ambientali" inviata lunedì a Palazzo Chigi. In molti casi si avrà coincidenza tra l'autorità che rilascia la Via e quella che autorizza l'opera: una sorta di "Via libera". Quanto agli impianti di energia rinnovabile si arriva al paradosso: si vorrebbe che l'autorizzazione ambientale inglobasse anche quella paesaggistica. Sull’Appennino non si salverà un crinale. Forse sarebbe opportuno ricordare il più rapidamente possibile a questi ministri (ed al popolo) che esiste ancora una Costituzione (e non solo l'art. 9...). Fortunatamente qualcuno comincia a comprendere che è troppo facile essere d'accordo sulle rivoluzioni verdi senza guardare ai loro insostenibili costi nascosti.

 

Secondo il Cingolani-pensiero, il sacrificio del paesaggio italiano permetterà di salvare il Pianeta.

 

Tutta l'Italia sconciata come la Daunia?

 

"L'eolico ha limiti di ingombro, ha problemi se c'è vento o no, non si può mettere ovunque e, come il fotovoltaico, non è immune da impatto ambientale (a lungo andare si riempirebbe il pianeta di silicio e metallo). In questo momento il gas è uno dei mali minori".

Così il professor Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova dal 2005 al 2019, nell'intervista rilasciata appena un annetto fa a Roberto Iadicicco, intitolata "Diversificazione delle tecnologie ed educazione al risparmio", per la rivista World Energy dell'ENI.

E invece no. Errore! Resettate tutto e ripartite da zero: per il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani l'economia italiana funzionerà in gran parte con eolico e fotovoltaico già dal 2030. E la tutela dell'ambiente e del territorio verrà fatta con le ruspe, che distruggeranno per prima cosa il sistema amministrativo di tutele e salvaguardie faticosamente costruito dalle precedenti generazioni, a partire dai tempi dell'Unità d'Italia.

Accogliamo il grido di angoscia che giunge dal Mugello: "Non riusciamo a farci una ragione di alcuni comportamenti da noi rilevati durante il procedimento amministrativo che deve decidere sul progetto di impianto eolico “Monte Giogo di Villore”, e decidere quindi il destino del nostro territorio e della nostra comunità". Sembra proprio che della fruizione lenta, del paesaggio toscano, delle foreste dell'Appennino, delle specie protette, dei torrenti che nascono dai serbatoi d'acqua del crinale, dell'acqua stessa, agli Enti che partecipano alla Conferenza dei Servizi non interessi proprio un bel niente, e che il crinale stesso sia destinato a diventare una rombante area industriale deserta di operai.

Crinale appenninico del Giogo di Villore visto dal Belvedere della Capanna del Partigiano presso il Monte Lavane a 1207 mslm

 

Ultimamente, da Mugello e Valdisieve si vedono cose di cui non ci si riesce a fare una ragione.

La Conferenza dei Servizi che deve decidere sul progetto di impianto eolico “Monte Giogo di Villore”, presentato da AGSM Verona Spa, e decidere quindi il destino del nostro territorio e della nostra comunità, era convocata martedì 20 aprile scorso. Ma ci risulta che sia stata rinviata, più o meno all'ultimo momento.
Eppure erano ormai trascorse cinque settimane dall'incontro precedente. Certo, può accadere. Nel frattempo la cronaca non ci ha certo annoiati, e non solo a livello locale. Ma già ci era poco chiaro il motivo per cui, dal Veneto, si vengono a investire decine di milioni di euro sul vento della Toscana. Anche perché, dal sito del GSE  risulta che, nel Veneto, la media delle ore di funzionamento degli impianti eolici è più alta che in Toscana, dove però la produzione eolica, già oggi, è tredici volte superiore. In altre parole: gli impianti eolici nel Veneto, pur non avendo ancora infestato i crinali, sono più produttivi, ma se ne installano meno, al punto che lassù il vento è 13 volte meno sfruttato. Allora, con tutte le praterie eoliche che dice di voler sfruttare, cosa spinge una municipalizzata del Veneto ad andarle a cercare in un territorio diverso dal proprio? Perché non comincia da un luogo dove le praterie eoliche ancora da conquistare sono molte di più, e anche più fertili?

Poche settimane fa il sito dell'ANSA ha riportato la preoccupazione del Presidente di Legambiente Liguria per la concessione, rilasciata dalla Regione Liguria alla CET s.r.l. (Compagnia Europea per il Titanio - azienda estrattiva con sede a Cuneo), di un permesso triennale di ricercaper materiali solidi (titanio, granato e minerali associati) sulla terraferma per l'area del Monte Antenne finalizzato all'apertura di una miniera nel comprensorio del Beigua, in un'area ai margini dell'omonimo Parco Naturale Regionale.

 

Parco Naturale Regionale del Beigua (www.parcobeigua.it/)

 

Da decenni, nell'area specifica, è stato infatti identificato un giacimento di circa 400 milioni di tonnellate di titanio, il cui valore è stimato in 400-600 miliardi di Euro. Per dimensione si tratta del secondo giacimento in Europa.

Facciamo volentieri da cassa di risonanza al presidente di Legambiente Liguria, quando sostiene che si tratta di “un precedente pericoloso, preludio ad una attività insostenibile per impatto ambientale e lontana dai desideri di sviluppo delle comunità locali che da anni si oppongono a qualsiasi ipotesi di apertura di attività estrattive", e che l'iniziativa vanificherà un pluriennale “lavoro su un modello di sviluppo basato su agricoltura sostenibile, manutenzione dei boschi, turismo di qualità e consorzi sempre più attenti alla filiera corta”, a danno di “biodiversità e valori ecologici e paesaggistici oltre che mettere a repentaglio la salute di chi vive nel territorio”.

Ma chiediamoci intanto a che serve il titanio, e perché ne sia conveniente l'estrazione.

 

 

 

...ovvero “Lavori in corso”. Con la "elle" iniziale, come "Firenze"

 

Non è uno scherzo.

In merito al progetto di AGSM Verona Spa per una centrale eolica industriale sul crinale del Mugello ("Monte Giogo di Villore"), la Soprintendenza fiorentina, dopo un parere in cui non aveva analizzato l'intervisibilità dell'impianto da e per le aree incluse nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e a quote superiori ai 1.200 metri, che sono tutelate direttamente dal “Codice del Paesaggio”, ha proposto l'installazione di un impianto come quello da noi simulato in foto. Né più, né meno.

Dettagli, precedenti e considerazioni nel post che segue.

La vicenda

Da qualche mese, le Regioni Toscana ed Emilia-Romagna, una Soprintendenza, enti locali, autorità varie, qualche sindaco di provincia (grazie al cielo non tutti – qualcuno ha rispetto per la propria carica...) sembrano proprio arrampicarsi sugli specchi per consentire ad AGSM Verona Spa di sfregiare lo spartiacque appenninico di Giotto e del Beato Angelico, di Dante e Dino Campana, di fronte alla Barbiana di Don Milani, per produrre (quando c’è abbastanza vento, cioè senza continuità) l'energia elettrica appena sufficiente per qualche migliaio di utenze domestiche: cioè per una popolazione teorica, che vive di stenti, che non va mai in un negozio di alimentari dotato di frigo, in un ambulatorio fornito di corrente, su un treno, o che rinuncia ad andare in ospedale o in un ufficio pubblico. Gente che non usa mai un qualsiasi oggetto prodotto dall'industria, visto che le attività manifatturiere, e tutte le altre che abbiamo detto, hanno bisogno di molta ALTRA energia elettrica: molta di più di quella che necessita alle case di quelle famiglie. Ma AGSM pensa solo a loro quando mostra i muscoli della sua produzione eolicaRifornite le “famiglie”, al resto, da AGSM, sembra che non arrivi nulla.

Un affarone, quindi...

Eppure appaiono titanici gli sforzi per soccorrere AGSM da parte di molte amministrazioni, di qualsiasi colore. A Roma, Firenze, Bologna, Borgo San Lorenzo, Vicchio, Dicomano, si trovano amici della speculazione eolica in qualsiasi formazione politica parlamentare e nei rispettivi servitori.

Chissà mai a cosa si deve questa trasversalità di consenso. Mah...

Il prossimo 15 aprile gli Amici della Terra presenteranno il libro di Giovanni Brussato "Energia Verde? Prepariamoci a scavare".

La presentazione coordinata dalla Presidente degli Amici della Terra, Monica Tommasi, vede la partecipazione al dibattito, oltre che dell'Autore anche di Enrico Mariutti, ricercatore e pubblicista, di cui la Rete ha recensito il libro: "La decarbonizzazione felice", noto anche per i sui articoli critici pubblicati sul Econopoly del ilSole24ORE, Laura Cutaia del "Laboratorio Tecnologie per la gestione integrata rifiuti, reflui e materie prime/seconde" dell'ENEA ed il Professor Luigi De Paoli Ordinario di Economia dell'energia e Economia dell'Ambiente, dell'Università Bocconi.

Saranno presenti inoltre giornalisti delle principali testate specializzate nel settore dell'energia.

Sarà possibile seguire l'evento oltre che sulla pagina Facebook degli Amici della Terra anche su Youtube ed interagire ponendo domande.

 

 

 

 

 

 

Ospitiamo ancora il professor Furfari, autore del recente libro "Énergie, tout va changer demain?", ringraziandolo per la disponibilità. Questa volta presentiamo la traduzione del suo articolo "L’énergie, c’est la vie ! L’Union européenne peut-elle encore le comprendre?", pubblicato la settimana scorsa su Valeurs Actuelles e destinato a sollevare aspre polemiche. Furfari, che per il suo stile scabro e la mancanza di pregiudizi ideologici rappresenta una ventata di aria fresca nella mefitica palude del buonismo politicamente corretto delle élite europee, ci richiama ai principi fondanti dell'Unione e ad una realtà geopolitica, in materia di energia, nota a tutti ma sottaciuta dai mass media. In questo suo articolo ci conferma nelle nostre denunce della carente leadership europea, vittima indifesa dell'ideologia globalista di matrice americana, e dei danni arrecati all'economia continentale dalla politica a favore delle rinnovabili, che di tale ideologia, basata sulla assenza di limiti, consuetudini e senso comune, appare elemento costitutivo ed irrinunciabile. Non riteniamo tuttavia che un invito al ritorno al pragmatismo dei padri fondatori sarà sufficiente per sanare i danni arrecati negli ultimi anni all'idea dell'unità europea dalle inadeguate mosche cocchiere della politica e dell'economia mondiale che hanno preso il posto di Monnet, Schuman, Adenauer e De Gasperi.

 

L'energia è vita! L'Unione Europea può ancora capirlo?

Scegliendo le rinnovabili piuttosto che il nucleare, l'Europa non solo rinnega se stessa, ma accelera anche il declino dei suoi popoli, avverte Samuele Furfari, professore di geopolitica dell'energia alla Libera Università di Bruxelles.

Articolo di Samuele Furfari

pubblicato il 29 marzo 2021 da Valeurs Actuelles.

Jean Monnet non era un politico. Era un uomo d'affari. Mercante di cognac, pensava innanzitutto di costruire un'Unione di realizzazioni concrete e non di concetti politici. Convinse Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, che, a sua volta, persuase il cancelliere tedesco Konrad Adenauer. L'avventura cominciò con la creazione, nel 1952, della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA), che creò un mercato comune di acciaio e carbone - l'energia di quell'epoca - accompagnato da misure sociali per i lavoratori di quei settori e da un programma comune di ricerca. Schuman spiegò che "era nell'interesse del produttore e del consumatore rendere accessibili alle migliori condizioni, su un mercato vastissimo, questi due prodotti indispensabili. L'allargamento di questo mercato era garanzia di sviluppo economico e di ripresa generalizzata del tenore di vita".

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Parchi eolici nell'Appenino

Mappa interattiva delle installazioni proposte ed esistenti