Lettera aperta del presidente di Italia Nostra Toscana Francesco Pratesi al WWF: "Aver trasformato le gigantesche pale eoliche nell’icona indiscutibile della salvezza del Pianeta riflette un approccio dogmatico piuttosto lontano dalla realtà".

 

Alberto Conti, per anni al nostro fianco come presidente del WWF di Forlì-Cesena nella difesa dei crinali tosco romagnoli dalle pale eoliche. In memoriam.

 

Caro WWF, scrivo con un sentimento che mescola gratitudine e incredulità. Gratitudine per ciò che il WWF ha rappresentato in Italia e in parte ancora rappresenta: una delle esperienze più limpide di difesa della natura. Incredulità nel vedere oggi un’associazione che, agli occhi di chi le è stato vicino, appare talvolta irriconoscibile.

Mio padre, Fulco Pratesi, considerava il paesaggio italiano un bene primario, non replicabile. Aveva ben chiaro che l’installazione di impianti rinnovabili non dovesse compromettere l’unicità del nostro territorio, ben diverso dalle lande del Nord Europa spazzate dal vento o dalle aride steppe spagnole. Dal 2010, oltre 200 miliardi sono stati presi dalle nostre bollette per disseminare di pale e pannelli alcuni dei contesti più preziosi del Paese, con effetti insignificanti sulla decarbonizzazione globale, se è vero, come è vero, che la produzione di elettricità italiana pesa per circa lo 0,15% delle emissioni mondiali e solo un quinto di questo 0,15% è stato convertito all’eolico e fotovoltaico. Aver trasformato le gigantesche pale eoliche nell’icona indiscutibile della salvezza del Pianeta riflette un approccio dogmatico piuttosto lontano dalla realtà.

Colpisce nell’odierno WWF l’incapacità di interrogarsi con coraggio sulle nefaste conseguenze, culturali ma anche sociali, di una trasformazione irreversibile dei mille diversi paesaggi identitari italiani verso un unico modello di paesaggio industriale, la cui utilità – al di là del valore simbolico – è tutta da dimostrare. E colpisce il doppio standard sul consumo di suolo. Quando riguarda urbanizzazione o infrastrutture, viene giustamente denunciato. Quando invece è quello oggi prevalente legato a impianti industriali di rinnovabili, sembra scomparire dal vostro orizzonte critico. Eppure si tratta dello stesso suolo: fertile, vivo, parte integrante di ecosistemi e paesaggi. Un patrimonio che in Italia è unico – per biodiversità, storia e densità di siti UNESCO – e che viene progressivamente trasformato senza che si levi, da parte del WWF nazionale, una voce critica.

Non è solo una questione di paesaggio. È l’impatto complessivo di un modello industriale che tende a nascondere al pubblico il costo ambientale per l’adeguamento della rete, per la produzione, il trasporto, l’installazione e lo smaltimento degli impianti, con effetti tutt’altro che trascurabili e non solo in Italia. Ed è anche il costo pagato dalla fauna: gli uccelli, spesso rapaci e migratori, simbolo stesso della libertà naturale, sono tra le vittime più evidenti della diffusione incontrollata degli aerogeneratori i cui progetti affollano ormai anche zone prospicienti le vostre stesse riserve naturali. Tutto questo mentre sulle aree protette, vere trincee contro il cambiamento climatico, non si investono miliardi ma solo pochi milioni di euro l’anno.

In sintesi, resta difficile comprendere l’allineamento del WWF a posizioni che un tempo ne erano lontane. Quella che si proponeva come un’associazione autonoma, capace di giudizi indipendenti e talvolta scomodi, sembra oggi, su questa materia, muoversi all’unisono con un fronte indistinto, in un contesto caratterizzato anche da interessi economici rilevanti, rinunciando a quella coraggiosa libertà che ne costituiva la forza dirompente.

Eppure, nei territori, qualcosa resiste. Molte sezioni locali continuano a difendere luoghi insostituibili – da Orvieto alle Crete Senesi, dalle colline del Morellino alla Gallura, fino ai crinali appenninici romagnoli. Lo fanno spesso in solitudine, talvolta persino in contrasto con una direzione nazionale che appare distante dalle loro ragioni. Come presidente di Italia Nostra Toscana, ma prima ancora come figlio di Fulco, non posso non esprimere amarezza nel vedere nel WWF non più un alleato naturale, ma talvolta un interlocutore che rischia di indebolire le battaglie per la tutela del territorio, anche nei passaggi decisivi sul piano legislativo. Ancora una volta vi chiedo di aprirvi a un dialogo davvero laico e alla pari, per salvare la credibilità del fronte ambientalista italiano.

Questa lettera è condivisa da persone che hanno dato molto alla difesa dell’ambiente in Italia – tra cui Arturo Osio, cofondatore del WWF Italia e Carlo Alberto Pinelli cofondatore di Mountain Wilderness International e consigliere nazionale del WWF Italia per ben 12 anni.

Non è troppo tardi per ritrovare lo spirito originario. Ma il tempo, per i paesaggi che perdiamo ogni giorno, non è rinnovabile.

Francesco Pratesi

Negli ultimi anni la dorsale appenninica è interessata da una crescente proliferazione di progetti di impianti eolici industriali. Attualmente dieci di questi progetti insistono sull’Alto Tevere e sul Montefeltro con 60 aerogeneratori alti dai 180 ai 200 metri che minacciano i paesaggi di Piero della Francesca e borghi come Sansepolcro, Pennabilli e Casteldelci: Cactus Wind, Scirocco Energy, Poggio Tre Vescovi, Badia del Vento, Maestrale Energy, Sestino, Poggio delle Campane, La Fonte, Poggio dell’Aquila, Monte Petralta.

 

 

Negli ultimi anni la dorsale appenninica è interessata da una crescente proliferazione di progetti di impianti eolici industriali. Un fenomeno che impone una riflessione seria, equilibrata e lungimirante. La transizione energetica è senza dubbio necessaria, ma non può e non deve avvenire a scapito di ciò che rende unico e irripetibile il nostro territorio.

L’Alto Tevere e il Montefeltro, al confine tra Romagna, Toscana e Marche, rappresentano uno dei contesti più ricchi e stratificati dal punto di vista storico, artistico e paesaggistico dell’intero Appennino. Qui, in un equilibrio costruito nei secoli tra uomo e natura, si trovano emergenze culturali di straordinario valore: dai centri storici di Sansepolcro, Casteldelci, Pennabilli, Sant’Agata Feltria fino ai percorsi legati a Piero della Francesca, senza dimenticare la vicinanza a sistemi ambientali di rilievo nazionale come la riserva dell’Alpe della Luna e il Parco del Sasso Simone e Simoncello.

Questi territori non sono semplicemente luoghi da attraversare: sono depositari di memoria, identità e relazioni profonde tra paesaggio naturale e presenza umana. Chiese, borghi, pievi, emergenze archeologiche e paesaggi storici costituiscono un patrimonio diffuso che non può essere considerato marginale nelle scelte di pianificazione energetica.

La presenza capillare di beni culturali e aree protette rende evidente l’incompatibilità tra impianti eolici industriali di grande scala e la tutela del contesto paesaggistico e identitario. L’inserimento di tali infrastrutture comporterebbe una trasformazione radicale e irreversibile di questi luoghi.

Il danno che verrebbe imposto sarebbe enorme: un territorio massacrato e ridotto a periferia industriale, con conseguenze pesantissime per la biodiversità e per l’economia locale, a partire proprio da quelle attività turistiche e culturali che oggi rappresentano una delle principali risorse di sviluppo sostenibile.

Non possiamo non rilevare come il concetto stesso di sostenibilità e di transizione energetica, spesso richiamati per giustificare tali interventi, rischino di svuotarsi del loro significato, riducendosi a slogan utili a legittimare forme di speculazione e di pressione sui territori che nulla hanno a che vedere con una visione equilibrata e lungimirante.

Siamo purtroppo di fronte a una condizione di inganno concettuale in cui diviene possibile una contrapposizione elettiva tra il Bene e la Bellezza, una distinzione astratta e strumentale tra l'ambiente e il paesaggio, tra idealismo delle istanze estetiche/paesaggistiche e realismo delle necessità economiche. La narrazione corrente parla infatti di "sacrificio necessario". Il sacrificio della Bellezza.

Ma questo sacrificio non è necessario.

Se la redenzione della presidente Von der Leyen sul nucleare resta solo a parole e l’apparato normativo costruito durante gli anni del fondamentalismo verde rimane intatto e pienamente operativo, ben diverso appare l'intervento del ministro tedesco dell'Economia e dell'Energia Katherina Reiche di non fissarsi sul net zero al 2050. "Se un obiettivo climatico ignora altre cose a cui bisogna pensare, specialmente disponibilità e abbondanza di energia, si deve cambiare strada". La Reiche ha quindi specificato che la crescita economica deve avere più importanza, nelle politiche, rispetto agli obiettivi climatici.

 

Il ministro tedesco dell'Economia e dell'Energia Katherina Reiche.

 

Eccellente (e non è la prima volta che capita, anche se non capita sempre) articolo di Domenicantonio De Giorgio ("Nucleare: la (finta) conversione di Von der Leyen sulla via di Parigi") sul blog della rivista Energia (a proposito: è uscito il primo numero del 2026).

Articolo eccellente ma non eccellentissimo a causa della convenzionale conclusione politicamente corretta pro-rinnovabili. Qui ne riproponiamo qualche passaggio (i grassetti sono nostri), ma il testo del professor De Giorgio dovete leggervelo tutto sul sito web della rivista Energia:

 

"A Parigi, Ursula von der Leyen ha pubblicamente confessato che ridurre la capacità nucleare dell’Europa è stato “un errore strategico”, ma la redenzione resta solo a parole... Il problema è che l’apparato normativo costruito durante gli anni del fondamentalismo verde – la Tassonomia Ue, lo standard europeo per i green bond, la Sustainable finance disclosure regulation (Sfdr) – rimane intatto e pienamente operativo, sancendo nella legge una visione del mondo che il suo stesso architetto ora rinnega, ma solo a parole, davanti ai microfoni. Oggi, sull’onda della crisi iraniana e del nuovo aumento dei prezzi del gas, riscoprire il pragmatismo è facile. Ma il danno è fatto e le sue radici sono più profonde di quanto qualsiasi vertice parigino possa sanare... Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, membro della Cdu come von der Leyen, ha usato lo stesso linguaggio nel gennaio 2026 con riferimento al phase out nucleare: “un grave errore strategico”. Eppure, la Germania era vistosamente assente dalle 40 nazioni presenti al vertice dell’Aiea a Parigi. Un’assenza eloquente. Il ministro dell’Ambiente tedesco, Carsten Schneider, ha liquidato la posizione della von der Leyen come una “strategia retrospettiva”, riaffermando la supremazia dell’eolico e del solare. La liturgia verde continua, anche se il tempio sta bruciando... Il comitato tecnico della Tassonomia (poi diventato la Piattaforma sulla finanza sostenibile) ha operato con l’assoluta certezza di chi possiede la verità rivelata. Chiunque fosse al di fuori del canone – in primis, nucleare e gas – era semplicemente eretico... Tra il 2019 e il 2025, la produzione netta di elettricità in Germania è crollata del 28%. I prezzi dell’elettricità industriale, un fattore critico per la competitività manifatturiera, sono più che raddoppiati rispetto alla media del 2010. Nel frattempo, la crisi con l’Iran – che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e riattivato lo spettro dello shock energetico del 2022 – ha semplicemente accelerato la narrazione, senza modificare la sostanza normativa. I green bond rimangono tali e quali. La Tassonomia rimane tale e quale. Il nucleare rimane “transitorio”. Il gas mantiene la scadenza del 2035. L’architettura della fede è intatta. Solo il sermone è cambiato."

 

Dicevamo della conclusione politicamente corretta:

 

Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ieri mattina a Cagliari: "Io non vedo questo Paese - e spero che non lo sia mai - una di quelle realtà coperte da pale eoliche e da fotovoltaico. Dovrebbe finire questa situazione di deregolamentazione che c'è stata sulle rinnovabili perché con la nuova norma in vigore da pochi giorni si è stabilito quali sono le aree idonee per eccellenza, quelle industriali, quelle collegate al sistema ferroviario in modo stretto e per la parte rimanente invece saranno le Regioni a dover individuare una percentuale di territorio laddove ritengono opportuno per l'insediamento di questi impianti produttivi, eolico o fotovoltaico".

 

Video dell'intervista al ministro Pichetto Fratin, dal sito Stream 24 del Sole 24 Ore.

 

Decisamente l'aria salmastra della Sardegna stimola le prese di distanza dei politici nazionali dall'eolico. Già era capitato ad Elly Schlein - nel 2024 a Nuoro - di assumere un'inflessibile, rigorosissima posizione contro "l'assalto eolico", peraltro da lei subito obliata non appena rimesso piede sul Continente.

Ciononostante, il titolo del lancio dell'agenzia ANSA di ieri ci ha colti di (lieta) sorpresa: "Fratin, 'con nuove norme finirà deregolamentazione su rinnovabili'.

Queste le testuali parole pronunciate dal ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin nel suo intervento al convegno “Parliamo di mare” ieri mattina a Cagliari:

 "Dovrebbe finire questa situazione di deregolamentazione che c'è stata sulle rinnovabili perché con la nuova norma in vigore da pochi giorni si è stabilito quali sono le aree idonee per eccellenza, quelle industriali, quelle collegate al sistema ferroviario in modo stretto e per la parte rimanente invece saranno le Regioni a dover individuare una percentuale di territorio laddove ritengono opportuno per l'insediamento di questi impianti produttivi, eolico o fotovoltaico, ricordando che su terreni agricoli il fotovoltaico non è possibile ed è possibile l'agrivoltaico di un certo tipo". 

Ma il bello (bello per noi, non per i rinnovabilisti) doveva ancora venire. E infatti è venuto nell'intervista rilasciata alla stampa e ai media a margine del convegno, il cui video è qui proposto dal sito Stream 24 del Sole 24 Ore.

Riportiamo la frase iniziale, che è quella che più ci interessa:

"Io non vedo questo Paese - e spero che non lo sia questo Paese - una di quelle realtà coperte da pale eoliche e da fotovoltaico. E poi non ci arriveremo mai! D'altra parte, quindi, dobbiamo superare il fossile così com'è, anche se ci accompagnerà ancora per un po' di tempo. E dobbiamo trovare una soluzione di produzione. L'energia elettrica da fonte nucleare è una soluzione neutra, che non ha emissioni, è una soluzione che tra l'altro dà il vantaggio di non pagare tassazioni. La differenza nel prezzo in Italia rispetto alla Spagna e alla Francia è data anche dalla tassazione"

L'ultimo rapporto Terna ribadisce una volta di più che in Italia l'installazione massiva di impianti eolici sempre più grandi - tutti sussidiati e con costi ancillari sempre crescenti - prosegue nonostante la producibilità eolica sia in calo irreversibile da alcuni anni.

 

 

L'altro ieri è stato pubblicato il rapporto Terna per il mese di dicembre.

Si segnala:

 

- A pag. 5 la tabella dei risultati della produzione elettrica per fonti da gennaio a dicembre 2025, dove risulta una diminuzione della produzione da eolico rispetto all'anno precedente del 3,3% (21,3 TWh contro i 22,0 TWh del 2024).

- A pag. 15 il grafico in basso, dove si evidenzia che nel 2025 sono stati attivati ulteriori 608 MW eolici rispetto alla fine del 2024, portando il totale di potenza eolica in esercizio a fine anno a 13,6 GW, rispetto ai 12,9 di fine 2024.

- A pag. 16 nel grafico in basso a destra, dedicato alla produzione eolica nei 12 mesi del 2025, si rileva che la maggior produzione eolica imputabile agli impianti installati nell'anno ammonta a 1.052 GWh, che è stata però più che annullata dalla diminuzione della "producibilità" degli impianti esistenti pari a 1.874 GWh. Si tratta di una débâcle clamorosa: 1.874 GWh rapportati ai 22.071 GWh prodotti nel 2024 significa una diminuzione della produzione degli impianti già operativi a fine 2024 dell' 8,5%!

- A pag. 19 nella tabella in alto si osserva che nel solo mese di dicembre 2025 la capacità eolica in esercizio ha - purtroppo per il paesaggio patrio - registrato un enorme aumento della capacità in esercizio di 111 MW, che pure è un dato al netto degli impianti scollegati dalla rete nello stesso periodo, come si deduce osservando, nella seconda tabella sempre a pag. 19, che in dicembre il numero degli impianti eolici, nonostante il rilevante aumento della capacità di 111 MW, risulta invariato.

 

La potenza eolica in esercizio alla fine del 2025 è dunque aumentata del 4,71% (608 MW / 12,9 GW) rispetto alla fine del 2024. Ci si sarebbe dovuti aspettare (a parità di condizioni meteo) un aumento analogo dell'energia elettrica prodotta. Viceversa la produzione da fonte eolica, come abbiamo visto, è diminuita del 3,3%. La somma algebrica (4,7 + 3,3) è dunque dell' 8%, che conferma per deduzione il disastroso dato della diminuzione della "producibilità" eolica dell' 8,5% ricavato dal grafico a pagina 16.

Tutto questo ribadisce una volta di più che l'installazione massiva di impianti eolici (tutti riccamente sussidiati, si badi bene) prosegue nonostante la producibilità eolica sia in calo costante e irreversibile da alcuni anni. Già denunciavamo (inutilmente) questa aberrazione all'inizio del 2023.

In seguito la tendenza si è non solo confermata ma addirittura accentuata.

Allora (tre anni fa) scrivevamo, calcolando grossolanamente l'indice di efficienza ingegneristica dell'eolico nel 2022:

 

"Le ore equivalenti alla produzione alla massima potenza teorica, perciò, sono scese a 1730 all'anno (20358 GWh prodotti secondo la Terna diviso 11764 MW installati secondo l'Anev). Un anno è composto da 8760 ore. L'indice di efficienza ingegneristica, di conseguenza, non è arrivato neppure al 20% (1730 / 8760 = 19,75%)".

 

Eseguendo lo stesso grossolano calcolo per il 2025, si ottiene che le ore equivalenti alla produzione alla massima potenza teorica sono scese lo scorso anno ad appena 1570 (21.363 GWh prodotti da fonte eolica diviso 13,6 GW di installato). L'indice di efficienza ingegneristica è perciò ulteriormente sceso al 17,92% (1570 / 8760 = 17,92%). Un'efficienza irrisoria, anche prescindendo dall'obiezione fondamentale che si tratta di energia non programmabile e sincrona, ovvero destinata sempre più spesso ad essere buttata via.

Nessuno ha evidenziato un simile tracollo. A maggior ragione, le cause sono ignote. Quel che è peggio, a nessuno la faccenda sembra interessare. La spiegazione più plausibile è che gli aerogeneratori più vecchi si stanno usurando sempre di più ogni anno che passa, subiscono arresti sempre più frequenti e spesso non conviene più ripararli.

Una spiegazione induttiva sarebbe possibile sulla base dei dati a disposizione della Terna e del GSE (ad esempio l'elenco degli impianti che annualmente vengono scollegati dalla rete perchè improduttivi) che però (finora) non sono mai stati pubblicizzati. E così si continua a sussidiare sempre nuovi impianti eolici - ed a sostenerne i costi ancillari sempre crescenti - destinati ad essere rapidamente abbandonati.

Dio pardon la Commissione UE lo vuole!

 

Alberto Cuppini

 

Dopo il recente, sconcertante decreto legislativo di recepimento della direttiva europea RED III, che introduce la stabilizzazione per legge del curtailment (ovvero che l’energia prodotta da impianti non programmabili - essenzialmente quelli eolici e fotovoltaici di enorme impatto territoriale - venga incentivata anche quando non è immessa in rete), la coalizione TESS chiede a Giorgia Meloni di tradurre in realtà le sue ripetute dichiarazioni programmatiche, assumendo il ruolo di garante di una politica basata sulla “neutralità tecnologica” nella scelta delle fonti energetiche, una posizione che presuppone l’uscita dall’approccio dogmatico delle “rinnovabili ad ogni costo”, trasformate ormai in un meccanismo di rendita finanziaria obbligatoria e garantita, in aperta contraddizione con gli obiettivi dichiarati di sicurezza energetica, tutela dell’interesse pubblico e sostenibilità del sistema economico.

 

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

 

Transizione energetica e interesse nazionale: richiesta di intervento immediato al Governo

 

Gentile Presidente Giorgia Meloni,

Le scrive TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione, una coalizione interregionale che oggi riunisce oltre 140 associazioni e comitati attivi in tutta Italia per la difesa dei territori, del paesaggio e delle comunità locali.

Abbiamo apprezzato le Sue recenti dichiarazioni sull’importanza della “neutralità tecnologica” nella scelta delle fonti energetiche, una posizione che presuppone l’uscita dall’approccio dogmatico delle “rinnovabili ad ogni costo”.

Purtroppo ciò che sta accadendo non sembra riflettere i Suoi auspici. Da ogni parte del Paese raccogliamo segnali sempre più allarmanti: quella che viene oggi definita “transizione energetica” sta assumendo i contorni di una deriva speculativa senza precedenti, lontana sia dalla tutela dell’ambiente sia dagli obiettivi di sicurezza energetica nazionale.

In un quadro già di per sé allarmante, il recente decreto legislativo di recepimento della direttiva europea UE 2023/2413 (RED III), approvato dal Consiglio dei Ministri, introduce un elemento di eccezionale gravità: la stabilizzazione per legge del curtailment. Il decreto stabilisce che l’energia prodotta da impianti non programmabili (essenzialmente quelli eolici e fotovoltaici) venga incentivata anche quando non è immessa in rete, perché eccedente rispetto alla domanda o alla capacità di assorbimento del sistema elettrico, superando il principio secondo cui l’incentivo pubblico era legato all’energia effettivamente utilizzata o autoconsumata.

Il recente report dell'ENTSO-E dedicato al blackout iberico del 28 aprile spiega che non siamo in presenza di un singolo evento, un semplice guasto, ma piuttosto di qualcosa di sistemico che ha messo in luce le fragilità nascoste e le dinamiche complesse delle nostre moderne reti elettriche, sempre più permeate dalle energie rinnovabili non programmabili, dove eventi sostanzialmente irrilevanti possono scatenare un collasso a cascata. Evidente come, nelle attuali condizioni in cui operano le reti, in cui la decentralizzazione aumenta progressivamente, non sia più necessario il guasto di un grande impianto per causare un blackout: una serie di eventi distribuiti, apparentemente minori, può aggregarsi rapidamente e con effetti devastanti. In definitiva il blackout iberico non è stato un singolo incidente, ma una catena di eventi interconnessi in un sistema che appariva sicuro sulla carta, ma era silenziosamente minato da energie intermittenti e imprevedibili come eolico e fotovoltaico. Giovanni Brussato conclude (conclude?) con questo articolo, ripreso dal sito web di Ius101, le sue analisi sul grande apagòn spagnolo. In parole povere, comprensibili anche ai profani di ingegneria elettrica, l'autore ha redatto il certificato di morte del sistema "tutte rinnovabili" (rinnovabili non programmabili, precisiamo), che si affianca e si sovrappone all'altro problema altrettanto irrisolvibile dei costi marginali crescenti all'aumentare della potenza installata in pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Intanto si apprende che, appena venti giorni dopo l'apagòn, anche la Macedonia del nord ha subito un altro blackout - di cui in Italia nessuno ha parlato - con "preoccupanti similitudini con l’evento spagnolo".

 

 

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L'articolo del giorno

Parchi eolici nell'Appenino

Mappa interattiva delle installazioni proposte ed esistenti