Una rassegna stampa (i grassetti nel testo sono nostri) sul recente rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) favorevole al rilancio del nucleare per guidare una transizione energetica più sicura e meno costosa. Secondo l'AIE, senza interventi per invertire la tendenza in atto, nei prossimi 20 anni il contributo del nucleare alla produzione di energia nel mondo crollerà mettendo a rischio gli obiettivi di decarbonizzazione, facendo aumentare i prezzi dell'elettricità e accrescendo in modo significativo complessità e costi della transizione. Forse delusa dalla mancata realizzazione di quella “rinascita nucleare” che aveva profetizzato un decennio fa, l’AIE se ne era da allora disinteressata, spostando il baricentro dei suoi messaggi verso le altre tecnologie low-carbon, in primis nuove rinnovabili (solare ed eolico), ma senza mai rimarcarne i limiti fisici, economici, energetici ed alimentando, in tal modo, il pensiero unico dominante che ritiene che esse possano costituire il principale se non unico strumento per combattere i cambiamenti climatici.Tutta l'enfasi posta finora sulla decarbonizzazione integrale non porterà quindi solo, inevitabilmente, al rilancio di una tecnologia come il nucleare a fissione che nessuno considerava più, se non altro per motivi di costo, ma anche - e questo è davvero incredibile - ad una sua "remunerazione", parola che si deve leggere intendendola come sussidi pubblici al nucleare "sporco". La realtà, infatti, ha ormai preso il sopravvento sulle puerili illusioni alimentate dai lobbysti delle rinnovabili non programmabili, che finanziano la loro propaganda grazie a rendite parassitarie di entità inimmaginabile (230 miliardi di soli incentivi alle sole Fer elettriche finora assegnati solo in Italia), tali da essere in grado di condizionare, oltre che i mass media, la politica non solo dei singoli Stati ma anche quella dell'Unione Europea, ed in particolare la Commissione: i Paesi europei, seguendo quanto previsto dai tecnocrati della Commissione nelle loro direttive ordoliberiste, hanno finora preso decisioni sulla riduzione della loro capacità di produzione elettrica, come la chiusura di impianti a carbone o nucleari, spesso senza discuterne con gli altri. L'esito finale disastroso è inevitabile. Lo scorso giugno per più volte le grandi industrie tedesche sono state escluse dalla rete elettrica in sovraccarico, onde evitare il collasso sistemico, che è stato evitato solo con il soccorso dei Paesi confinanti. Questo soccorso presto non sarà più possibile. La crisi sistemica tedesca si è andata a sommare a quella analoga del gennaio scorso in Francia, durante la quale il Paese transalpino si è trovato a un passo dal blackout. La situazione è destinata a peggiorare con l'entrata in vigore dei Piani Nazionali Energia e Clima, pretesi dalla Commissione e resi vincolanti dai provvedimenti compulsivi previsti nel Clean Energy Package. Le politiche su ambiente e energia non si possono guardare un obiettivo alla volta, un paese alla volta – ognuno col suo phase out da annunciare. I tempi appaiono ormai maturi per riconoscere pubblicamente che il re eolico è nudo e che, dopo avere sfregiato l'Europa con decine di migliaia di pale, inutili se non dannose, adesso i Paesi europei dovranno chinare la testa accettando pure le centrali atomiche, che verosimilmente saranno realizzate... con i reattori SMRs cinesi!

 

 

E' stato un colpo sparato a freddo e a bruciapelo.

Lo ha esploso in un suo titolo il quotidiano francese Le Figaro il 28 maggio scorso: "Sans le nucléaire, les objectifs d’électricité verte sont hors de portée", che sottotitolava: "L'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) raccomanda di prolungare le centrali atomiche".

Non stiamo dunque parlando di una subdola setta nuclearista contraria per malvagità alla facile salvezza del Pianeta per il tramite dell'eolico santo ed immacolato, ma di una agenzia internazionale (e perciò, nella retorica globalista corrente, rigorosa, equanime e spassionata per definizione) fin qui favorevole alle rinnovabili salvifiche e, ad ulteriore garanzia di autorevolezza, con sede proprio a Parigi, dove sono state sottoscritte le Tavole della Legge degli accordi della COP 21 e dove regna il presidente Macron, che ostenta di rappresentare l'argine provvidenziale contro tutti i letali egoismi, populismi e "sovranismi" che, chissà perchè, fioriscono ogni giorno che passa in ogni parte del mondo.

Per chi non sa il francese, consigliamo di approfondire la notizia leggendo l'articolo del Quotidiano Energia del 29 maggio dal titolo "Aie: Senza nucleare transizione più difficile e costosa".

Il viceministro leghista dello Sviluppo economico Dario Galli ha risposto ad una interrogazione per conoscere gli effetti sulle tasche degli italiani delle misure previste dal Piano Nazionale integrato Energia Clima (Pniec) per il 2030, secondo il quale la produzione del fotovoltaico, che dovrà passare da poco più dei 20 TWh del 2018 ai 74,5 del 2030, è destinata a quasi quadruplicare e la produzione da eolico, che dovrà passare dai 17 TWh del 2018 ai 40,1 del 2030, dovrà più che raddoppiare. Siamo rimasti esterrefatti da come un viceministro (leghista!) abbia eluso tutte le domande e si sia appiattito sulle posizioni del Movimento 5 Stelle, che coincidono, come da noi più volte denunciato, con i desideri delle lobby delle FER non programmabili (eolico e fotovoltaico) e con le pretese della politica mercantilistica tedesca. E' poco serio pensare che, per realizzare al 2030 un incremento di produzione elettrica da Fer di circa 65 TWh rispetto all'attuale, si prospetti di spendere "solo" 36 miliardi addizionali, mentre per incentivare la stessa identica produzione (circa 65 TWh all'anno sono attualmente incentivati) sono stati impegnati negli ultimi anni (ed in larga parte già spesi) circa 230 miliardi. Galli ipotizza pericolosissime "forme di garanzia pubblica per i PPA" ma non ci dice neppure se i costi per i cittadini continueranno ad essere occultati in bolletta o se verranno addossati alla fiscalità generale oppure se verranno finanziati in deficit spending. Intanto persiste un gap tra i prezzi pagati per l'elettricità dalle piccole imprese italiane rispetto ai competitor europei con un divario del 12,1%. Il divario di prezzo è determinato pressochè interamente (per il 94%) dagli oneri fiscali e parafiscali. Con gli oneri aggiuntivi insiti negli obiettivi Pniec al 2030, sta dunque per piovere sul bagnato, con il concreto rischio, per l'economia italiana, di un'uscita di strada. Ciò comporterà, prima o poi, la totale delocalizzazione delle nostre industrie in altri Paesi dove l'ideologia della transizione energetica basata sulle rinnovabili ed il mantra della "decarbonizzazione integrale" non saranno state neppure prese in considerazione. TUTTI i numeri del Pniec afferenti ai costi vengono dati a braccio, con la massima superficialità e nella totale irresponsabilità dei redattori. A causa delle insanabili contraddizioni tra le diverse anime dei 5 Stelle rischiamo di venire travolti da direttive e regolamenti: alla fine in parte deciderà la Ue e in parte saremo costretti a decidere in pochi mesi. Con il Pniec, aumenteranno le voci "Reti" e "Accumuli" e quelle relative al dispacciamento e al bilanciamento del sistema. La Terna ammette che non è neppure scontato che, chiudendo il grosso della generazione termoelettrica, il sistema elettrico tenga. Tutte le obiezioni tecniche sono però risolvibili, ma con costi che sommati diventerebbero schiaccianti ed insostenibili per qualsiasi economia, ed in particolare per l'arrancante economia italiana dell'ultimo quarto di secolo.

Nella foto Galli e Conte

Lo scorso 26 giugno il viceministro leghista dello Sviluppo economico Dario Galli ha risposto ad una interrogazione presentata da Luca Squeri di Forza Italia alla X commissione della Camera (Attività produttive) per conoscere gli effetti sulle tasche degli italiani delle misure previste dal Piano Nazionale integrato Energia Clima (da ora Pniec) per il 2030.

Al termine della risposta del viceministro Galli, l'onorevole Squeri si è dichiarato "fortemente insoddisfatto della sua risposta che conferma la politica, a suo avviso del tutto errata, di puntare solo su due fonti rinnovabili, il fotovoltaico e l'eolico".

E pensare che persino i dati presentati dall'interrogante, che parlava di "triplicazione del fotovoltaico e quasi raddoppio dell'eolico" non erano precisi in quanto sottostimati, perchè per il conseguimento degli obiettivi UE conta la produzione da rinnovabili, e non il potenziale installato che viene promesso, a cui il governo italiano attribuisce produttività inverosimili. Questo significa che, in realtà, la produzione del fotovoltaico, che dovrà passare da poco più dei 20 TWh del 2018 ai 74,5 del 2030, è destinata a quasi quadruplicare e la produzione da eolico, che dovrà passare dai 17 TWh del 2018 ai 40,1 del 2030, dovrà più che raddoppiare (si vedano le tabelle qui sotto).

Sembrava una dimenticanza invece è confermato : il nuovo decreto FER 1, che ha appena avuto il via libera della Commissione UE, ha di fatto cancellato gli scaglioni a 20 e 60 kW introducendone uno da 1 a 100 kW al di sotto del quale la tariffa è indifferenziata ma soprattutto esclude ogni possibilità di accesso diretto agli incentivi per i piccoli impianti.

La situazione che si è venuta a creare si può riassumere nelle due immagini sottostanti, la prima tratta dalle “PROCEDURE APPLICATIVE DEL D.M. 23 giugno 2016” fonte Gse  si riferisce alla modalità di accesso agli incentivi fino al 31/12/2017.



Quella sottostante invece è la modalità prevista dal nuove decreto FER 1.



E' da considerare inoltre che proprio sulla spinta degli incentivi esistenti, gli investimenti in questi anni si sono concentrati su impianti di taglia coincidente con gli scaglioni previsti dalle norme sugli incentivi e dalle procedure autorizzative semplificate (PAS) . Il nuovo decreto, cancellando gli scaglioni di 20kW e 60kW, di fatto rende anche poco significativa l’attuale normativa basata proprio sul limite dei 60 kW quale soglia per utilizzare la procedura autorizzativa semplificata ( PAS ) in luogo della autorizzazione unica ( AU ).

C’è anche da dire che a questo problema potrebbero ovviare le singole regioni, infatti Decreto Legislativo 28 del 3 marzo 2011 al punto 9 dell’Art. 6 recita :

“Le Regioni e le Province autonome possono estendere la soglia di applicazione della procedura di cui al comma 1 agli impianti di potenza nominale fino ad 1 MW elettrico,…”

Pertanto in qualche regione il minieolico uscito dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra usufruendo inoltre di turbine di maggior potenza.

L'ossessiva presenza del presidente dell'Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento) Simone Togni presso i grillini dei Palazzi del Potere romano ha contraddistinto i primi mesi del nuovo governo. M5S e Anev saranno reciprocamente fedeli finchè morte non li separi? La Rete della Resistenza sui Crinali NON manda agli sposini i propri rallegramenti. In compenso, domenica alle urne i comitati contro l'eolico faranno pervenire ai 5 Stelle uno sgradito regalo di nozze. 

 

Luglio 2018: il neo eletto ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio si precipita ad omaggiare il presidente dell’Anev Simone Togni.

Secondo lo Spiegel, l'idea tedesca dell'Energiewende sta facendo naufragio. In Germania "nessun politico teme niente di più che la resistenza dei cittadini se da qualche parte deve essere installata una pala eolica o se deve essere costruito un elettrodotto". Questo disastro voluto dalla Merkel favorisce Alternative für Deutschland, che da anni cavalca posizioni dichiaratamente negazioniste sul surriscaldamento del pianeta. Per Le Figaro, circa la contestazione alle pale eoliche, in Francia "cittadini ed eletti prendono al balzo la palla dei gilet gialli per fare intendere la loro collera": gli oppositori delle pale, privati da Macron delle proprie legittime tutele giurisdizionali, ora hanno indossato, come naturale conseguenza, i gilet gialli e guidano l'insurrezione nelle piazze francesi. Ciò a vantaggio del Front National (ora Rassemblement National), da sempre favorevole a decretare una moratoria immediata dell’eolico. Analoga la posizione di Farage nel Regno Unito. In Olanda, la più ambiziosa legislazione al mondo per la lotta ai cambiamenti climatici ha reso in alcune province rurali la lotta tra campagna ed energia eolica molto accesa ed ha portato alla vittoria nelle recenti elezioni il partito Forum voor Democratie, il cui leader Thierry Baudet esclude esplicitamente qualsiasi ulteriore sviluppo dell’energia eolica. In Ungheria le norme vietano di fatto l’installazione di nuove pale eoliche. In Italia, invece, tutto tace. Forse contribuiscono gli incentivi alle Fer elettriche senza pari al mondo, che garantiscono ai loro percettori una rendita puramente parassitaria di 12 miliardi di euro all'anno. Nonostante ciò, noi suggeriamo a chi si richiama alle radici identitarie l'uso delle ruspe anche per le fallimentari ed inaccettabili pale eoliche, se non altro per rimarcare le distanze dal M5S e dai loro amici dell'Anev.

 

Sarà un caso? La scorsa settimana sulla copertina dello Spiegel (il settimanale tedesco che vanta la maggior tiratura ed una delle riviste europee più influenti) è apparso il disegno di un lugubre paesaggio con tante pale eoliche spezzate ad illustrare il titolo "Pastrocchio in Germania. Transizione energetica (Energiewende): come una grande idea tedesca fa naufragio".

"Il maggiore fallimento della Merkel alla fine del suo cancellierato". "L'Energiewende manca di impianti, reti e accumuli. Lo Stato ha sperperato miliardi".

Niente meno. Per noi non è una novità, ma per lo Spiegel, almeno su questa materia, questi toni non sono certo consueti. Leggiamo ancora qua e là (tutti i grassetti del post sono nostri):

"I sondaggi mostrano come la grande idea della Energiewende conduce ad una frustrazione ancor più grande. Nonostante tutta la simpatia per il progetto, i cittadini oggi lo vedono come costoso, caotico, ingiusto... Secondo la Corte dei Conti federale, l'Energiewende è costata almeno 160 miliardi di euro negli ultimi 5 anni. Lo sforzo è stato "enormemente sproporzionato rispetto al mediocre guadagno"... Manca tutto: dalle reti agli accumuli, e soprattutto alla volontà politica ed alla capacità manageriale... E nessuno teme niente di più che la resistenza dei cittadini se da qualche parte deve essere installata una pala eolica o se deve essere costruito un elettrodotto."

 

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sul Mattino di oggi: “Pensare che nei prossimi 10 anni la capacità eolica possa raddoppiare, senza incentivi e con la forte opposizione di oggi, è come sognare”. E' dunque a causa della nostra "forte opposizione" che le porcherie che Lorsignori hanno in mente non hanno avuto e non avranno scampo. Questa constatazione è per noi una involontaria decorazione al valor civile. Se si lamentano della forte opposizione "di oggi" non sanno che cosa li aspetta domani... A cominciare dalle elezioni europee del 26 maggio, quando negheremo il voto ai 5 Stelle (a Roma sfacciatamente amici dell’Anev) che oggi comandano (si spera ancora per poco) ai ministeri dello Sviluppo (Di Maio) e dell’Ambiente (Costa). 

 

La "Rete resistenza crinali" è stata evocata come esempio delle "opposizioni" alle pale eoliche da Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sul Mattino di oggi nell’articolo dal titolo “Se l’energia eolica è cara ma necessaria”.

Il professor Tabarelli (si deduce) si è recato a Casoni di Romagna dove ha avuto un incontro ravvicinato con le pale dell’Agsm che “fanno un rumore che intimorisce” (prendete nota di questa testimonianza disinteressata della rumorosità delle pale per un prossimo futuro, quando verranno proposti aerogeneratori ancora più grandi).

Col suo articolo, il professor Tabarelli ci vuole fare capire che le pale, nonostante siano rumorose, facciano schifo, costino un’esagerazione eccetera eccetera, devono essere montate comunque perchè “gli obiettivi che si è data l’Europa verso la completa decarbonizzazione implicano una loro forte espansione” (questo dovrebbe essere di monito alle associazioni ambientaliste nostre amiche che chiedono la “decarbonizzazione integrale” ed in particolare a chi di recente – incredibilmente – ha persino aderito all’indegna immolazione mass-mediatica della povera “piccola Greta” inscenata dagli speculatori della “green economy”).

Quindi, secondo Tabarelli, ci possiamo mettere il cuore in pace e lasciarci impalare. L’unico problema, per lui, è dove trovare i soldi per incentivare le pale da installare nel 2030, visto che saranno necessari incentivi ben superiori a quelli passati (lui stesso ammette che si dovrà installare in 10 anni la stessa quantità di pale in più (in realtà dovrà essere il 150% in più) rispetto a quelle montate in venti anni (lui dice trenta, ma quelle installate prima degli incentivi rappresentavano una quantità irrilevante).

Da notare che Tabarelli, tra gli esperti di energetica di vaglia, è uno dei maggiori critici delle politiche delle Fer elettriche non programmabili  seguite finora dai governi italiani. E quindi: se tanto mi dà tanto...

Lo stesso Tabarelli, però, è scettico sui risultati al 2030. Infatti scrive: “Pensare che nei prossimi 10 anni la capacità possa raddoppiare, senza incentivi e con la forte opposizione di oggi, è come sognare”. In realtà gli incentivi si troveranno. A Roma stanno lavorando proprio su questo (lo strumento individuato sono quei PPA che vengono evocati nell’articolo e per i quali alla fine sarà prevista una garanzia pubblica) perchè proprio gli incentivi - enormi - sono il vero motivo di tanto affaccendarsi al ministero dello Sviluppo economico (soprattutto) ed in quello dell’Ambiente.

Come scrivono gli Amici della Terra nell’ultimo numero dell'Astrolabio sulla recente (tendenziosa e imbarazzante sia nella forma che nella sostanza) “Pubblica Consultazione” sul Piano Energia Clima nell'articolo "Tante Preghiere, Poca Politica":

"Il dibattito continua a svolgersi fra addetti ai lavori e la Consultazione si è svolta su un questionario predisposto dal ministero per lo Sviluppo economico che limita l’oggetto del confronto ai suggerimenti per rendere più accettabili alle popolazioni locali programmi che sono dati per scontati nella loro impostazione e definizione".

Il vero problema irrisolvibile per i Lorsignori dei ministeri è dunque “la forte opposizione di oggi”.

AMICI DEI COMITATI: SI STA PARLANDO DI NOI! E’ A CAUSA DELLA NOSTRA “FORTE OPPOSIZIONE” CHE LE PORCHERIE CHE HANNO IN MENTE NON HANNO AVUTO E NON AVRANNO SCAMPO. Questa constatazione di Tabarelli è per noi una involontaria decorazione al valor civile. Ne prendiamo orgogliosamente atto. Ma SE SI LAMENTANO DELLA FORTE OPPOSIZIONE “DI OGGI”, NON SANNO CHE COSA LI ASPETTA DOMANI.

A questo proposito, e tanto per cominciare, vorremmo ricordare a tutti gli anti-eolici di Italia che tra due settimane si voterà per le Europee e che i Signori del Movimento 5 Stelle (a Roma sfacciatamente amici dell’Anev) che oggi comandano (si spera ancora per poco) ai ministeri dello Sviluppo (Di Maio) e dell’Ambiente (Costa) NON avranno il nostro voto.

Alberto Cuppini

 

Sul Piano Energia Clima (PEC) per il 2030 (ed in particolare sul settore elettrico) incombono costi insostenibili. Nonostante un acclarato eccesso di capacità di produzione elettrica, si manifesta fin d'ora il problema di come coprire il fabbisogno creato dalla chiusura anticipata di troppi impianti termoelettrici. La soluzione principale indicata dal PEC sono gli accumuli. Ma gli accumuli elettrochimici sono impianti costruiti solo per le emergenze critiche, che nulla hanno a che fare con lo stoccaggio delle enormi quantità di energia elettrica che verranno prodotte, secondo il PEC, nel 2030 da FER non programmabili. Basti pensare, tanto per fare un esempio delle dimensioni del problema, che è prevista una produzione da fonte solare di 74,5 TWh. Per produrre con il fotovoltaico una simile quantità di energia, nel 2030 saranno necessari - ipotizzando la stessa produttività del fotovoltaico del 2018 di circa 1.100 ore all'anno (22 TWh prodotte da quasi 20 GW di potenza) - ben 67,7 GW di potenza FV installata (74,5 TWh : 1.100 ore), cioè una potenza, essa sola, superiore del 10% al picco massimo di domanda elettrica mai registrato in Italia. Che fare allora delle mostruose eccedenze produttive se non regalarle all'estero oppure arrestare di continuo parte della produzione non programmabile? La maturità tecnologica conclamata da Rifkin delle celle a combustibile e quella economica dell’idrogeno si sono rivelate due colossali bufale. L'ipotesi dei pompaggi nelle dighe idroelettriche è impercorribile per una serie di motivi, innanzi tutto per banali ragioni di convenienza economica: i sistemi di pompaggio già esistono e già oggi sono largamente sottoutilizzati. Il motivo di questo sottoutilizzo sta proprio in uno degli effetti prodotti dalle Fer elettriche non programmabili: il progressivo restringimento dello spread del prezzo dell'elettricità all'ingrosso tra le ore (diurne) di picco e le ore (notturne) di fuori picco ne ha eliminato in gran parte la convenienza. Eppure, nonostante l'evidenza, a Roma si insiste con questa ipotesi dei pompaggi. Del resto, senza accumuli, crollerebbe tutto il castello di carta della transizione energetica basata sulle FER elettriche non programmabili. Alla fine sarà forse necessario dedicare l'idroelettrico esistente a funzioni di regolazione, destinando tutto l'idroelettrico a bacino (non incentivato) ad una funzione vassalla di eolico e fotovoltaico (incentivati). Chiarezza e credibilità delle affermazioni nell'odierna politica energetica italiana sono passate in secondo piano. Tutto questo (controproducente) zelo ultra ortodosso per la tutela del clima globale condurrà inevitabilmente tutti i Paesi europei, come già riconosciuto dall'Olanda, alla creazione di un installato con caratteristiche di alta flessibilità pari all'installato delle fonti rinnovabili non programmabili. Un raddoppio del sistema elettrico, in definitiva, ed una moltiplicazione dei suoi costi. Si dimostra vieppiù che per l’energia non esistono soluzioni semplici nè, tanto meno, aiuta la demagogia politica improvvisata.

 

Sul Piano Energia Clima (PEC) per il 2030 (ed in particolare sul settore elettrico) incombono costi insostenibili, come osservato da Antonio Sileo e Nicolò Cusumano, ricercatori della Bocconi, nell'articolo sulla Staffetta Quotidiana dell'8 marzo "Elettricità, lo stallo delle rinnovabili e il pericolo di stranded cost":

"Obiettivi ambiziosi, certo, la cui implementazione vera è rimandata alla prossima legislatura. I nuovi investimenti si concentreranno, così si legge, tutti dopo il 2024... A questo si dovrà aggiungere il sembra definitivo abbandono al 2025 del carbone, compresa la nuova centrale di Torrevaldaliga Nord da ben 1.980 MW entrata in esercizio meno di dieci anni fa, la cui conversione da olio a carbone, ricordiamolo, è costata quasi 2 miliardi di euro... Attualmente l'Italia vive una situazione di eccesso di capacità di produzione rispetto alla domanda. La bassa redditività degli impianti termoelettrici sta già portando alla chiusura, anche anticipata, di molti impianti. In un futuro sempre più prossimo bisognerà, quindi, ricominciare seriamente a domandarsi come coprire il fabbisogno e quindi favorire nuovi investimenti."

Proprio per coprire questo fabbisogno, accumulando la produzione non programmabile della quantità stragrande di impianti eolici e fotovoltaici previsti per il 2030, da qualche anno si favoleggiava di un impianto all'avanguardia nello stoccaggio di energia elettrica in costruzione proprio a Torrevaldaliga Nord.

Un paio di mesi fa abbiamo appreso sbalorditi, dalla Staffetta Quotidiana dell'11 febbraio nell'articolo "Batteria a Torre Nord, Viale: Enel precursore negli accumuli", che "Enel ha confermato oggi che il suo progetto di batteria da poco meno di 10 MW presso il gruppo 4 della centrale di Torrevaldaliga nord (Rm) è stato selezionato da Terna nell'ambito del progetto pilota..."

La potenza è però solo uno dei due elementi per stabilire la capacità di accumulo dell'impianto; l'altro è il tempo: queste due componenti, assieme, sapranno rivelarci quali sono le potenzialità del sistema. Ecco allora fornita nello stesso articolo, sia pure indirettamente, l'informazione che mancava:

"Il sistema di accumulo integrato, scrive Enel nella nota, sarà la prima batteria da 10 MW in Italia, e avrà una capacità di energia di 11 MWh".

In altre parole, dividendo l'energia per la potenza, l'Enel ci informa candidamente che il suo ciclopico sistema ha una durata di poco più di... un'ora ( ! ). Ci sono cadute le braccia. Per intenderci meglio facciamo un esempio: 11 MWh rappresentano esattamente il consumo elettrico pro capite annuo di 2 (due!) italiani. Oppure, se preferite, 11 MWh rappresentano la riserva per assicurare i consumi elettrici di 17.520 cittadini per un'ora (2 X 8.760 ore da cui è composto un anno). In un sistema integralmente decarbonizzato e basato sulle Fer non programmabili, come previsto dal PEC in prospettiva 2050, rimarrebbe il non piccolo problema di come accumulare energia elettrica per i bisogni dei restanti 60 milioni di italiani nel caso in cui non tirasse vento per le pale e non splendesse il sole per i pannelli. A meno, ovviamente, di ipotizzare la costruzione di migliaia di impianti di stoccaggio come quello di Torrevaldaliga su tutto il territorio nazionale. A quel che ci risulta, la notizia non è stata commentata (e quindi ridicolizzata) da nessun organo di stampa nazionale a larga diffusione.

Ancora più modesti i risultati della concorrenza dell'Enel. Veniamo a sapere, ad esempio, nell'articolo di Tuttoscienze della Stampa del 6 febbraio a firma Luigi Grassia "La batteria per le rinnovabili. Edison la abbina a un super-impianto. Rimedio all'incostanza di Sole e vento" che la Edison "ha abbinato un grande sistema di accumulo da 822 kWh al suo impianto fotovoltaico di Altomonte, in provincia di Cosenza, per sperimentare la capacità di queste batterie di essere complementari all'energia ricavata dal Sole... il sistema di immagazzinamento di Altomonte... è racchiuso in un anonimo container... dentro si trovano 108 moduli di batterie agli ioni di litio per una potenza installata di 500 kiloWattt".