Prosegue la nostra inchiesta sul progetto di centrale eolica industriale "Monte Giogo di Villore" presentato dall'AGSM Verona, con otto pale ciascuna alta oltre 160 metri, da collocarsi al centro delle terre giottesche - frequentate assiduamente anche dal giovane Dante - sui crinali incontaminati tra Vicchio e Dicomano, in provincia di Firenze. Un progetto caotico, dove, oltre alla consueta mancanza di un bilancio energetico-ambientale, accade persino che iI valutato escluda i valutatori, sebbene nella Relazione Generale, per ben quindici volte (15!), AGSM enfatizzi le virtù del buon progettare. Lo strano caso del Comune di Marradi. Sarebbe lungo l'elenco delle lacune (come la mancata specificazione di quale turbina installare e quale sarà la potenza definitiva dell'impianto) del progetto di AGSM, che lo ha presentato come necessario (anzi urgente!, anzi vitale!!) per la salvezza del pianeta. E perciò, secondo AGSM, non si discute neppure che l'Appennino Settentrionale, la Toscana e la Romagna si debbano lasciar sovrastare, e sfregiare, dai suoi otto giganti di acciaio e vetroresina (più quelli che non nasconde di voler installare una volta arrivata lassù) per trasformare quel pezzo di montagna in un'area industriale tutta sua.

 

 Panoramica della Colla di Villore

 

Abbiamo già rilevato qualche spunto umoristico contenuto nel progetto di centrale eolica industriale sui crinali di Vicchio e Dicomano, in provincia di Firenze, come quello di presupporre che tutte le umane attività, servizi pubblici compresi, debbano adeguarsi ai tempi e ai comodi (cioè ai profitti) di coloro che producono l'energia eolica, "pulita", cioè immacolata per definizione, e quindi priva d'ogni peccato.

A metà luglio si è chiusa la fase delle Consultazioni pubbliche per il progetto di centrale eolica “Monte Giogo di Villore”. E' quindi scaduto il termine per le osservazioni della cittadinanza e della società civile, e per i pareri scritti da Enti e Autorità della Conferenza dei Servizi: osservazioni e pareri (o “contributi”) che, fra le “Consultazioni concluse”, troviamo tutti qui.

Questi elaborati suggeriscono molte e significative considerazioni. Anche di carattere generale.

 

Un progetto caotico

 

Fino al 2 giugno compreso, i limiti alla circolazione delle persone hanno impedito ogni sopralluogo a quelli che, come noi della Rete della Resistenza sui Crinali, vivono fuori dai confini della Regione Toscana. Ma, per l'esame del progetto, un altro pesante ostacolo è il caos con cui è stato articolato.

Cos'è accaduto? In seguito al primo inoltro del 31.12.2019, come da procedura di legge, vari Enti, Regione Toscana compresa, hanno dovuto formulare molteplici richieste di colmare pesanti lacune progettuali. Il risultato è stata una proposta progettuale ambigua e caotica, perché AGSM, nella foga di rispettare i 30 giorni che per legge le erano dati (li ha rispettati?) per fornire le integrazioni al progetto, non si è curata di dar loro coerenza interna e organicità: sarebbe bastato riorganizzare le cartelle in cui collocare i singoli elaborati, eliminando quelli superati. Invece ne sono stati semplicemente aggiunti di nuovi, in buona parte alla rinfusa, senza integrarli con i rimanenti, senza appunto eliminare quelli superati o aggiornati (rimasti così in libera consultazione come se fossero validi e vincolanti), e, in diversi casi, senza neppure che gli elaborati sostitutivi contenessero la doverosa premessa di essere pubblicati ad aggiornamento o a sostituzione di altri.

Ad esempio, chiunque abbia voluto consultare lo Studio di Impatto Ambientale, ha cliccato sul link “SIA” della pagina web dedicata al progetto: e così si è trovato a prenderne per buona una versione superata, però rimasta pienamente disponibile alla consultazione. E magari neppure è mai venuto a conoscenza di una versione successiva, e quindi sostitutiva (e quindi... di riferimento), dello stesso SIA. Lo Studio di Impatto Ambientale “vero” era infatti reperibile (meglio forse sarebbe dire “nascosto”) sotto un link denominato “Int. Formali 3”, in una cartella “DVD3 pubb”, in una sotto-cartella “PDF”, a sua volta contenente una sotto-sotto-cartella “INT_19V042_SIA_Giogo_ParteII_III”. La limpidezza di una pozzanghera.

In mezzo a questo caos può anche essere accaduto che qualche osservante, o qualche Ente, abbia speso tempo nel rilevare, in buona fede, carenze progettuali già nel frattempo sanate.

In casi come questi, la “bussola” per la consultazione di progetti complessi dovrebbe trovarsi in un elaborato che è... l'elenco degli elaborati. Ma quello di AGSM è risultato di per se stesso fuorviante, poiché non solo NON è stato aggiornato dopo il 31.12.2019, ma neppure era esaustivo in origine: NON elencava quelli riferiti alle matrici ambientali, agli aspetti paesaggistici o agli impatti acustici. Neppure indicava la posizione della Sintesi Non Tecnica, prevista per legge come documento di primo orientamento per chi non abbia specifiche esperienze.

E' stata redatta? Sì, ok. Ma trovarla è un altro discorso.

Paradossalmente, il Computo Metrico Estimativo delle opere era invece presente due volte: quello ripresentato come integrativo (o sostitutivo, non si sa), è infatti identico a quello originario.

Il lato umoristico? Nella Relazione Generale, per quindici volte (15!) AGSM enfatizza la celebrazione del buon progettare, cioè del progetto “di qualità”.

 

 

Il servizio in prima serata della prima rete della tv nazionale classifica giustamente come catastrofe ambientale un evento estremamente frequente in tutte quelle parti del Pianeta in cui siano presenti giacimenti minerari di metalli oggetto di attività estrattiva: il drenaggio acido metallifero.

Il drenaggio acido è un inquinamento chimico derivante dalla percolazione di acidi nelle falde acquifere. E'  strettamente correlato alla dispersione di metalli pesanti e si associa alla presenza di minerali, chiamati solfuri, in cui lo zolfo è combinato con elementi metallici e semimetallici quali ferro, rame, zinco, piombo, argento o molibdeno per citare i più noti.

Questo fenomeno, del tutto naturale, avviene ogni qualvolta rocce contenenti solfuri entrano in contatto con ossigeno ed acqua e, reagendo con essi, formano acidi solforici. Tuttavia, l’attività mineraria lo amplifica notevolmente, in quanto l’estrazione e la successiva disgregazione del minerale aumentano enormemente la superficie di contatto con gli agenti atmosferici.

L’estrazione di questi metalli comporta la rimozione di enormi quantità di roccia: per circa 5 chilogrammi di rame è necessario frantumare una tonnellata di roccia. Le rocce scartate alla fine del trattamento di arricchimento vengono depositate in grandi accumuli che solitamente contengono notevoli quantità di metalli pesanti come piombo, arsenico, mercurio e cadmio, oppure le sostanze chimiche che sono utilizzate nel particolare processo per separare il minerale utile dal resto.

La pioggia, o un’alluvione, come testimoniato nel filmato, possono così innescare reazioni chimiche e generare catastrofi, poiché uno degli aspetti più preoccupanti del drenaggio acido è la persistenza nell’ambiente. A causa della formazione di acido solforico, una struttura di deposito di rifiuti minerari può avere ripercussioni gravi e prolungate nel tempo sulle acque superficiali e sotterranee, e sulle forme di vita acquatica. Una volta avviato, il processo di formazione di acidi è estremamente difficile da arrestare. È risaputo che l’acidità e la presenza di contaminanti disciolti uccidono la maggior parte delle forme di vita acquatica, facendo diventare pressoché sterili i corpi idrici e rendendo l’acqua inadatta al consumo umano.

Travolto dalla pandemia di Covid-19 con migliaia di morti spesso lasciati, avvolti in teli di plastica, nei bidoni della spazzatura o sui lati delle strade di Quito o Guayaquil, con l’economia in profonda crisi per il crollo dei prezzi del petrolio, il governo dell'Ecuador, malgrado le richieste della società civile di posporre il pagamento di alcune rate del debito per poter spendere maggiori risorse nel sistema sanitario nazionale, ha scelto di rimborsare 325 milioni di dollari ai creditori: FMI, World Bank e Cina.

A salvare il paese dalla crisi economica e sanitaria si è candidato il settore minerario che sta cercando in ogni modo di aprire nuove enormi miniere nella foresta tropicale per poter approvvigionare la crescente voracità di materie prime delle tecnologie verdi: è di ieri l'articolo del Sole24ore che riporta l'incredibile aumento del prezzo del rame con un +45% rispetto a marzo.

Le compagnie minerarie, in molti paesi, non sono state soggette alle misure di quarantena ma  sono state classificate come 'essenziali' ed hanno utilizzato la situazione emergenziale per continuare le loro operazioni evitando così le resistenze delle popolazioni locali. I campi minerari rappresentano un grave rischio per l'ulteriore diffusione del coronavirus tra le popolazioni indigene ed inoltre, le regioni in cui si svolge l'estrazione sono spesso lontane da adeguate strutture mediche, dove è più difficile l'accesso all'acqua potabile.

Che le le miniere siano degli hotspots per il corona virus è già stato denunciato dalla stampa internazionale ma con pochi risultati solo il dilagare della pandemia ha portato il problema all'attenzione dei media mainstream.

La comunità indigena di Shuar, che vive nella provincia amazzonica meridionale di Zamora Chinchipe nella Cordillera del Condor, una riserva forestale amazzonica protetta che si estende lungo il confine orientale con il Perù, ha riferito che la presenza di compagnie minerarie li pone in una posizione molto vulnerabile. Ricordiamo che qui è stata avviato ufficialmente lo scavo e la produzione nel 2019 del progetto “El Mirador”, una miniera di rame il cui proprietario è il consorzio cinese Tongguan costituito da CRC, China Railway Construction, Corporation e Tongling Nonferrous Metals Group.

La concessione devasterà oltre 10.000 ettari di foresta tropicale di cui circa 6.000 sono all’interno della riserva protetta della Cordillera del Condor dove è prevista la costruzione di una diga di sterili per lo stoccaggio di rifiuti chimici dell’altezza di circa 260 metri, quanto la diga del Vajont. Le previsioni degli esperti, su un potenziale cedimento della diga, parlano di perdita di vite umane e di centinaia di milioni di tonnellate di rifiuti tossici, contenenti mercurio, arsenico, cianuro, acidi e metalli pesanti che precipitano attraverso il sistema fluviale per raggiungere il Rio delle Amazzoni: è stato calcolato che se il crollo si verificasse in un momento di forti piogge, percorrerebbe oltre 80 chilometri in cinque ore. Questo evento in un’area come la Cordillera del Condor, con la sua grande biodiversità, potrebbe generare un vero incubo con inquinamento e distruzione, perdita di vita nei fiumi e degli habitat per la fauna selvatica.

Ma ora il dilagare della pandemia ha obbligato le compagnie a chiudere gli impianti estrattivi e quindi dopo il Perù anche il gigante cileno Codelco, che produce circa il 20% del rame a livello globale, ha dovuto fermare la produzione. Le conseguenze porteranno, come si legge nell'articolo, ad un "un rischio crescente di deficit di offerta" affermazione condivisibile ma non così esplosiva visto che era noto da parecchi mesi che la richiesta di rame, elemento chiave tra i metalli della transizione verde, legata alle previsioni della IEA e della World Bank porterà ad estrarre nei prossimi 25 anni altrettanto rame di quanto ne è stato estratto nei precedenti 5000 anni.

L'articolo segnala anche il pericolo, legato al lockdown, che vengono congelati importanti progetti di sviluppo di nuove miniere: anche di questi ci eravamo occupati, BMW e Codelco un accordo green?, per documentare quali fossero gli esorbitanti costi ambientali e sociali legati all'approvvigionamento delle materie prime necessarie alle tecnologie green e la necessità, legata al progressivo esaurimento dei giacimenti cileni, di avviare l'apertura di nuove miniere per riuscire a sostenere la produzione.

L’estrattivismo legato alle tecnologie verdi ha mostrato nuovamente il suo reale volto approfittando dei momenti di crisi per aggredire il territorio: quello che sorprende è il contraddittorio comportamento di alcune associazioni ambientaliste italiane che, pur condividendo le finalità delle lobby delle tecnologie green, hanno sottoscritto l'appello di oltre 300 organizzazioni ambientaliste e di tutela dei diritti umani di tutto il mondo in cui esprimono solidarietà con le comunità e i lavoratori colpiti dalle  speculazioni delle compagnie minerarie durante la pandemia di COVID-19.

 

Giovanni Brussato

 

Motore del Green Deal, l’industria estrattiva ha assunto la missione di approvvigionare i minerali che costituiranno gli ingredienti fondamentali delle tecnologie verdi. La World Bank stima che sarà necessario estrarre oltre 3,5 miliardi di tonnellate di questi minerali per raggiungere gli scenari più ambiziosi previsti dall'IEA. Nel 2019 ne sono state estratte a livello globale poco più di 35 milioni di tonnellate, pertanto sulla base delle considerazioni della World Bank vi saranno minerali come il litio, il cobalto e la grafite che vedranno la loro produzione aumentare di oltre 500 volte rispetto all’attuale.  Ci sono minerali, come il rame, di cui nei prossimi 25 anni ne verrà estratta la stessa quantità dei 5000 anni appena trascorsi. L’estrazione dei minerali comporta un grande utilizzo di acqua dolce.

Abbiamo cercato di analizzare e stimare numericamente la water footprint, WF, l’impronta idrica, indicatore della quantità di acqua dolce utilizzata per produrre beni o servizi, del processo estrattivo di alcuni metalli necessari alla costruzione delle tecnologie verdi.

Abbiamo preso come base i dati forniti dalla Commissione Europea (Joint Research Centre, JRC) in uno studio pubblicato qualche settimana fa: Raw materials demand for wind and solar PV technologies in the transition towards a decarbonised energy system” . Lo studio mira a fornire un supporto scientifico basato su evidenze tecniche al processo decisionale europeo per assicurare la transizione all'energia verde.

La WF può riguardare un singolo processo produttivo, un prodotto, o anche la quantità totale di risorse idriche usate in un’azienda durante tutte le fasi della produzione. In base al processo o prodotto a cui si riferisce, l’impronta idrica è generalmente espressa in litri o metri cubi. Oltre ad aiutarci a comprendere per quali scopi le risorse d’acqua dolce vengono consumate, è un valido strumento per valutare gli impatti ambientali causati da queste attività analizzando sia l’uso diretto di acqua, ma anche quello indiretto, ovvero la quantità di risorse idriche complessivamente utilizzate lungo tutta la catena produttiva.

 

L'energia eolica e l'approvvigionamento dei minerali

 

Le moderne turbine eoliche possono essere divise in due categorie: trasmissione diretta o cambio. I due tipi hanno costruzioni significativamente diverse, che differiscono nella progettazione del generatore, nel sistema di trasmissione e, di conseguenza, differiscono notevolmente sia la massa che i materiali con cui sono costruite. Quelle dotate di un cambio ad ingranaggi sono le più diffuse, hanno raggiunto un costo competitivo con un alto livello di affidabilità, sebbene generalmente richiedano una manutenzione frequente a causa del maggior numero di parti meccaniche in movimento rispetto a quelle a trasmissione diretta e presentino un peso superiore del generatore dovuto all'uso di materiali convenzionali come ferro e rame.

Le turbine eoliche a trasmissione diretta dispongono di generatori collegati direttamente al rotore, alcuni modelli, come quelli prodotti da Goldwind, impiegano un generatore con magneti permanenti al neodimio-ferro-boro, altri, come quelli di Enercon, utilizzano un rotore eccitato elettricamente costruito utilizzando maggiormente il rame. Tendono ad avere un costo per megawatt superiore che però viene compensato da una manutenzione significativamente inferiore durante il suo esercizio. Questo le fa preferire nelle installazioni offshore dove la manutenzione è molto più impegnativa mentre quelle ad ingranaggi sono più richieste nelle installazioni onshore, dove gli interventi sono relativamente semplici.

La differenza tra queste tecnologie ha delle evidenti implicazioni sulla domanda di minerali.

Interessante vedere come tra il dire ed il fare ci sia di mezzo.. proprio il mare o meglio la Manica. Qualche giorno fa, il 2 giugno, il National Grid Electricity System Operator (ESO) ha dichiarato  che l'incredibile corsa senza carbone durata 53 giorni ed oltre senza che il carbone venisse bruciato per generare elettricità nel Regno Unito ha battuto il "record" di oltre 18 giorni rimasto dall’era Vittoriana. Ma...

La centrale a carbone Datteln4 da poco inaugurata in Germania

 

Sebbene ciò possa far credere che le energie rinnovabili stiano inesorabilmente ed affidabilmente sostituendo le forniture di elettricità a base di combustibili fossili all'interno della rete elettrica del Regno Unito questo non risponde al vero. Normalmente, nei mesi precedenti, il contributo del carbone alla produzione di energia nel Regno Unito era solo del 2% circa. Inoltre da circa il 23 aprile, il Regno Unito aveva vissuto un periodo di sette giorni molto mite e calmo, che sommato agli effetti della pandemia ha ridotto la domanda di elettricità del 18% in meno rispetto alla media stagionale. Allo stesso tempo, la generazione eolica era praticamente crollata in tutto il Regno Unito e si era completamente fermata il 3, 6, 7 e 8 maggio.

Nonostante la riduzione della domanda, per l'ultima settimana di aprile e la prima di maggio il Regno Unito dipendeva dall'energia importata per consentire le normali attività ma soprattutto mantenere gli ospedali funzionanti.

L'Europa continentale stava fornendo circa 4.000 MW.

La Scozia stava importando più di 1.200 MW per mantenere il funzionamento del paese in crisi mentre la diffusione di Covid-19 stava accelerando. Inoltre l'ESO non ha comunicato che il 23 aprile, presumibilmente per soddisfare la domanda, utilizzava vecchie turbine a gas e, sebbene ciò abbia evitato l'uso del carbone, quelle vecchie turbine, molto più costose da utilizzare, con peggiori rendimenti ed una grande quantità di anidride carbonica rilasciata nell'ambiente vengono utilizzate, peraltro raramente, solo in inverno, quando i prezzi della domanda e dell'elettricità sono molto più elevati, altrimenti sono antieconomiche.

Durante i 53 giorni "record" il Regno Unito ha importato il 10% della sua elettricità dall'Europa, in gran parte generata dal carbone, quindi durante il "record" l'energia elettrica utilizzata non era "priva di carbone". Il gas, il nucleare, il solare e il vento non erano in grado da soli di tenere accese le luci.

Circa il 15% dell'elettricità generata nei Paesi Bassi proviene dal carbone. La percentuale in Germania è di circa il 30-38 per cento, che aumenterà quando Datteln4 ( potenza 1,1 GW per un investimento di 1,5 mld di €) verrà, a breve, resa operativa, utilizzando carbone ad alta concentrazione di carbonio. La Germania è anche un grande esportatore sia nei Paesi Bassi che in Francia, quindi le esportazioni francesi nel Regno Unito comprendono abitualmente sia l'energia nucleare che quella generata dal carbone. A mezzogiorno del 30 maggio, ad esempio, la Germania esportava 3,6 GW in Francia, che a sua volta esportava 924 MW nel Regno Unito.

Il nuovo impianto eolico progettato da AGSM sul monte Giogo di Villore, nel Mugello, è previsto sul crinale appenninico principale in provincia di Firenze, nei comuni di Vicchio e Dicomano. L'impianto avrebbe una potenza di 29,6 MegaWatt, distribuita fra otto turbine di altezza, al mozzo, fra i 95 e i 99 m, cui si aggiungono eliche fra i 65 e i 70 m. Otto giganti rotanti, da vero e proprio girone dantesco (Dante frequentò molto i monti fra Firenze e la Romagna), alti più o meno 168 metri, cioè come un grattacielo di 55 piani, destinati a divenire, per sempre, la corona di spine dei contesti di Giotto e del Beato Angelico (che a Vicchio sono nati), e a fare da sfondo al paesaggio toscano, almeno del medio Valdarno fino alle porte di Firenze, ai monti del Chianti, al Pratomagno e ovviamente a tutto il Mugello e al suo Appennino, Falterona compresa, ma anche alla Romagna. Un progetto persino più irrazionale del solito anche dal punto di vista energetico, in un'area senza vento sufficiente. Perché allora questo progetto, e perché in Toscana? Abbiamo un sospetto: non è più un mistero per nessuno che AGSM, in sinergia con la sua omologa vicentina AIM, stia cercando partnership (o fusioni?) con multiutility più robuste (A2A? Hera?), che le consentano di reggere di fronte alle sfide del settore. L'autorizzazione a un impianto del genere sarebbe una dote assai significativa per una sposa desiderosa di convolare a nozze vantaggiose con un buon partito.

 

Ormai dovrebbero essere evidenti la stupidità e l'insensatezza della scelta di inseguire la domanda di energia elettrica installando centrali che ne producono... quando capita: quando, cioè, capita che ci sia del vento utile.

Eppure sono tornati a spuntare gli anemometri nell'Appennino ToscoRomagnolo. Per la precisione sul Monte Giogo di Villore, sul crinale mugellano.

Perché? Perché i prenditori eolici (no, non è un refuso, non sono veri e propri IM-prenditori) continuano a “spingere” per spuntare (ancora!) ulteriori “incentivi”, o “contributi”, tramite le rispettive lobby “chiagni e fotti”, forti di decine di miliardi di euro di profitti incassati da 10 e più anni in qua, e delle loro “pressioni” a Bruxelles e a Strasburgo (ma anche a Roma, e sui media mainstream). Forse contano sulle finanze pubbliche (esangui) per alimentare i loro investimenti o, più facilmente, presuppongono che se ne debbano fare carico (ancora più di ora) gli utenti elettrici: cioè chi, come noi, le bollette DEVE pagarle (altrimenti ci si trova con la corrente staccata), anche quando la nostra famiglia, o la nostra azienda, è in... bolletta. Essere in bolletta, da dodici anni in qua, succede sempre più spesso, proprio anche grazie a chi ci dissangua, privatizzando profitti e socializzando oneri. Eppure, i nostri intrepidi industriali eolici insistono a... chiedere: anche ora che, a dissanguarci, a loro si sono affiancati gli effetti della pandemia. Potremmo intanto chiederci, o magari chiedere loro, nelle tasche di CHI sono andate (e continueranno ancora ad andare, per anni), le decine di miliardi di euro degli incentivi che GIA' stiamo pagando, occultati fra gli “oneri di sistema”.

 

Da più parti, soprattutto dalle parti di chi è più sveglio, come qui, si intuisce però che, nel caso specifico del Monte Giogo di Villore, le motivazioni dell'anemometro, e del progetto che ne è seguito, vanno probabilmente al di là della semplice prospettiva (o speranza) di nuovi e futuri incentivi.

Per ipotizzare un serio PERCHE', dobbiamo considerare prima di tutto CHI ha presentato il progetto: AGSM Verona Spa, la multiutility al 100% in mano al Comune di Verona.

E consideriamo poi DOVE, è stato presentato: alla Regione Toscana.

Per arrivare a ipotesi plausibili occorre procedere con ordine.

I dati GSE del 2019 smentiscono una volta di più le previsione contenute nella Strategia Energetica Nazionale, redatta nel 2017. Obiettivi 2030 per le Fer elettriche impossibili da raggiungere, senza nuovi enormi incentivi, già prima dell'apocalisse Coronavirus. Il lockdown, poi, ha svelato sia la bufala della parità di mercato delle Fer dal 2020 che quella dell'adozione di massa dei contratti PPA senza garanzie statali.

Pubblicato dal GSE il Rapporto delle attività 2019. Per una sintesi della presentazione pubblica del documento si può leggere l'articolo del Sole 24 Ore.

Per chi fosse interessato ad andare al nocciolo dei problemi e non avesse voglia di leggersi le 240 pagine del rapporto GSE, sarebbe però molto più utile affidarsi all’articolo del Quotidiano Energia, che è stato il più esaustivo tra tutti quelli usciti sulla stampa specializzata.

Nel mio piccolo faccio notare solo qualche cosetta antipatica, sfuggita ai giornali, che si ricava dal rapporto: poca roba ma sufficiente a dimostrare la totale distonìa tra la percezione del problema della lotta al cambiamento climatico - basata in Italia in gran parte sulle rinnovabili (FER) elettriche - che si ricava dalla lettura della Strategia Energetica Nazionale (SEN), redatta nel 2017, e del conseguente Piano Nazionale integrato Energia Clima (PNIEC) al 2030 e la ben più complessa realtà che si desume (anche) da alcuni dati di questo rapporto. Tale distonìa non è una novità ma piuttosto una conferma: era stata rilevata già due anni fa da autorevoli analisti.

Vediamo un po' i nuovi dati che smentiscono a maggior ragione le previsioni degli strateghi filogovernativi:

- In Italia nel 2019 solo 350 MW di FER elettriche installati in un anno senza incentivi (gli strateghi della SEN li chiamano “in grid parity”). Tutto fotovoltaico, di fatto. Numeri risibili. Ma, per chi lo scorso anno ha installato grandi impianti FER senza godere di incentivi, c’è poco da ridere, visto che negli ultimi mesi, dopo il crollo della domanda dell'industria e del terziario, l’energia elettrica si vende di giorno ad un prezzo all’ingrosso prossimo allo zero. Cioè con ZERO ricavi di vendita. I campi pieni di pannelli verranno presto abbandonati, se non arriveranno prima i nuovi incentivi statali (finora sempre negati con sdegno dal governo) per raggiungere gli obiettivi al 2030.

- La prevista “parità di mercato” dal 2020 promessa come puro articolo di fede sia dalla SEN che dal PNIEC è la prima vittima del Coronavirus, che ha anticipato lo smascheramento di tante promesse farlocche.

La seconda vittima sono i PPA, deus ex machina di Strategie e Piani del governo che aborriscono la parola "incentivi", senza garanzia statale. Chi ha sottoscritto l’anno scorso questi contratti come acquirente all’ingrosso ed a prezzo fisso dell’energia elettrica, in questo periodo sta probabilmente meditando il suicidio.

- Anche se il GSE prevede un aumento a “solo” 11,8 miliardi, nel 2020 il fabbisogno netto per incentivi alle FER elettriche per la componente Asos (la vecchia A3) sfonderà certamente di nuovo quota 12 miliardi (secondo me sfonderà quota 12,5 miliardi, anche ipotizzando un PUN medio non inferiore a 32 euro al MWh. Basta fare un rapido conto, considerando che nel 2019 il PUN medio è stato di 52 euro al MWh). Non che la sostanza cambi molto. Nel 2016 avevamo speso oltre 14 miliardi (record mondiale assoluto che non sarà mai battuto da nessuno) e neppure allora nessuno, nè sulla stampa nè in Parlamento, aveva detto bao. Dimenticavo di aggiungere, tra chi allora avrebbe dovuto stracciarsi le vesti e non lo ha fatto: nè i tanti, troppi tecnocrati dello Stato, nè i sindacati, nè i consumatori, nè gli economisti, nè i pubblici amministratori di qualsiasi livello eccetera eccetera. Nessuno, tranne qualche sfigato sui social.

Parchi eolici nell'Appenino

Mappa interattiva delle installazioni proposte ed esistenti

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