Durissimo intervento pubblico del filosofo - accademico di Francia - Alain Finkielkraut: "L'ecologia non deve perdere di vista la bellezza della natura, celebrata dai poeti. Lottare contro il riscaldamento climatico non giustifica sfigurare il paesaggio con le pale eoliche nè stare sull'attenti davanti a delle ingiunzioni puerili".

L’accademico di Francia Alain Finkielkraut

 

"Addio Virgilio, Ronsard, Wordsworth, Hölderlin, Ponge e Bonnefoy! Non ci sono più i poeti che ci aprano gli occhi e che diano forma alle nostra anime. Ed è Greta Thunberg a occupare il posto lasciato vacante".

Parole forti, del tutto inusuali per gli intellettuali italiani di fama, ormai ripiegati supinamente sul conformismo globalizzante del politicamente corretto.

Alain Finkielkraut, membro dell'Académie française, spiega in toni durissimi, con un intervento pubblico, che soltanto il progresso e la cultura potranno salvare l'ambiente.

"Quel che invece si può rimproverare alla politica ecologica è l’aggravare la devastazione proprio col metodo attraverso cui vi porta rimedio... Si trascura l’amore per i paesaggi per i problemi dell’ambiente. E non c’è tempo da perdere con la bellezza del mondo, quando il pianeta è in pericolo."

Peggio ancora, Finkielkraut aggiunge con accenti apocalittici:

"Le pale eoliche spuntano dappertutto come funghi, scrive Renaud Camus. Niente è più disperante, per l’uomo, di queste pale ammazza-uccelli. Esse gli dicono che è circondato, che non ci sono più scappatoie per lui, non più assenza, non più trascendenza, non più altezze dove sono presenti gli dèi. Ed è proprio la sua specie che gli impone questa incarcerazione... Gli agenti di questo abominio pretendono di erigere queste sbarre di prigione se non per il bene dell’umanità e per salvare il pianeta, ma a che pro salvare il pianeta se lo scopo è farne una sinistra gattabuia?"

Non è necessario riferire altro. Invitiamo chi può a leggere il testo integrale dell'intervento di Finkielkraut in lingua originale dal sito di Le Figaro, o almeno una sua parziale traduzione nell'articolo, pubblicato dal Foglio del 9 settembre, dal titolo "L'ecologismo conosce solo la "biodiversità" e ignora la natura".

Così ha commentato Oreste Rutigliano, antesignano della lotta alla speculazione eolica in Italia:

"La profondità di questo articolo dice una cosa quasi ovvia, a cui non eravamo ancora arrivati, nonostante tanti anni di attenzione al problema. Non possiamo pensare a salvare il pianeta e la sua infinita bellezza, nel mentre ci apprestiamo a uccidere la nostra spiritualità, capace di riconoscerne la grandiosità. Ecco cosa c'è di tremendamente sbagliato nella soluzione eolica ed altre simili, oggi ribadite e suggerite dalla mente semplice di una scaltra ragazzina."

Non vogliamo aggiungere a quanto affermato da Finkielkraut altri commenti, che risulterebbero superflui. Solo un paio di domande, se non altro per aprire un non più procrastinabile "dibbattito" nell'immediata vigilia dell'approvazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), che porterà ineluttabilmente ad uno stravolgimento del paesaggio italiano senza precedenti attraverso l'installazione di impianti per la produzione di energia elettrica ad energie rinnovabili di dimensioni e quantità inimmaginabili.

Quanto dovremo attendere perchè un accademico d'Italia (ci si perdoni l'ironia...) si assuma la stessa responsabilità del filosofo francese accettando il rischio di diventare altrettanto impopolare?

E ancora:

Perchè nella Costituzione della Repubblica italiana, promulgata nel 1947, appariva del tutto naturale affermare con particolare enfasi (nell'articolo 9) che la Repubblica tutela il paesaggio della Nazione (termine usato con estrema parsimonia dai Padri costituenti, dopo l'orgia nazionalistica del ventennio fascista), mentre ora, dopo settantadue anni di democrazia, la tutela del paesaggio, nel caso dell'installazione delle pale eoliche, viene sbeffeggiata?

Secondo noi la risposta (o almeno una parte di essa) è la stessa per entrambe le domande: essa va ricercata nella degenerazione post-sessantottina delle élite italiane, che ha rappresentato un'atroce cesura - forse la peggiore - della nostra millenaria civiltà.

Infine una dedica dell'intervento di Finkielkraut: al vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini, che non risparmia pubblici attacchi alle pubbliche Autorità che contrastano gli eccessi dell'eolico industriale. Apprendiamo l'ultima sua prodezza da un articolo della Staffetta Quotidiana, che così ha concluso la sintesi dell'intervento di Zanchini ad un convegno propedeutico alla grande abbuffata del PNIEC:

"Sull'eolico, in particolare, "il problema sono le Sovrintendenze che sono ostili a priori anche rispetto a interventi di revamping e repowering"."

Tutta la nostra solidarietà va alle Sovrintendenze, che evidentemente, oltre la Costituzione italiana, leggono pure le poesie.

 

Alberto Cuppini

 

 

Un plauso della Rete della Resistenza sui Crinali agli oppositori dei mega concerti rock di Jovanotti (o di chiunque altro) in riva al mare e sulle montagne.

 

Cari ambientalisti "più inquinati delle fogne",

vivissime congratulazioni a chi tra voi si è opposto con la massima determinazione, e senza paura dell'impopolarità, alle barbarie di questo volgarissimo personaggio in preda ad evidenti deliri di onnipotenza.

Per fortuna, ancora non basta qualche grossolanità politicamente corretta infilata nel testo di una canzoncina - oppure dentro un’intervista compiacente - per garantirsi l’indulgenza ecologica plenaria.

Facciamo notare per inciso che le rive del mare e le montagne oggetti di queste brutali ed inopinate aggressioni sono gli stessi - delicatissimi - ambienti minacciati dalle pale eoliche. Che, a differenza di quelli violentati dagli amplificatori di un mega concerto, sono habitat destinati a rimanere deturpati per sempre.

Brava Mariarita, dunque, e bravi tutti gli altri "farabutti".

 

 

Una rassegna stampa (i grassetti nel testo sono nostri) sul recente rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) favorevole al rilancio del nucleare per guidare una transizione energetica più sicura e meno costosa. Secondo l'AIE, senza interventi per invertire la tendenza in atto, nei prossimi 20 anni il contributo del nucleare alla produzione di energia nel mondo crollerà mettendo a rischio gli obiettivi di decarbonizzazione, facendo aumentare i prezzi dell'elettricità e accrescendo in modo significativo complessità e costi della transizione. Forse delusa dalla mancata realizzazione di quella “rinascita nucleare” che aveva profetizzato un decennio fa, l’AIE se ne era da allora disinteressata, spostando il baricentro dei suoi messaggi verso le altre tecnologie low-carbon, in primis nuove rinnovabili (solare ed eolico), ma senza mai rimarcarne i limiti fisici, economici, energetici ed alimentando, in tal modo, il pensiero unico dominante che ritiene che esse possano costituire il principale se non unico strumento per combattere i cambiamenti climatici.Tutta l'enfasi posta finora sulla decarbonizzazione integrale non porterà quindi solo, inevitabilmente, al rilancio di una tecnologia come il nucleare a fissione che nessuno considerava più, se non altro per motivi di costo, ma anche - e questo è davvero incredibile - ad una sua "remunerazione", parola che si deve leggere intendendola come sussidi pubblici al nucleare "sporco". La realtà, infatti, ha ormai preso il sopravvento sulle puerili illusioni alimentate dai lobbysti delle rinnovabili non programmabili, che finanziano la loro propaganda grazie a rendite parassitarie di entità inimmaginabile (230 miliardi di soli incentivi alle sole Fer elettriche finora assegnati solo in Italia), tali da essere in grado di condizionare, oltre che i mass media, la politica non solo dei singoli Stati ma anche quella dell'Unione Europea, ed in particolare la Commissione: i Paesi europei, seguendo quanto previsto dai tecnocrati della Commissione nelle loro direttive ordoliberiste, hanno finora preso decisioni sulla riduzione della loro capacità di produzione elettrica, come la chiusura di impianti a carbone o nucleari, spesso senza discuterne con gli altri. L'esito finale disastroso è inevitabile. Lo scorso giugno per più volte le grandi industrie tedesche sono state escluse dalla rete elettrica in sovraccarico, onde evitare il collasso sistemico, che è stato evitato solo con il soccorso dei Paesi confinanti. Questo soccorso presto non sarà più possibile. La crisi sistemica tedesca si è andata a sommare a quella analoga del gennaio scorso in Francia, durante la quale il Paese transalpino si è trovato a un passo dal blackout. La situazione è destinata a peggiorare con l'entrata in vigore dei Piani Nazionali Energia e Clima, pretesi dalla Commissione e resi vincolanti dai provvedimenti compulsivi previsti nel Clean Energy Package. Le politiche su ambiente e energia non si possono guardare un obiettivo alla volta, un paese alla volta – ognuno col suo phase out da annunciare. I tempi appaiono ormai maturi per riconoscere pubblicamente che il re eolico è nudo e che, dopo avere sfregiato l'Europa con decine di migliaia di pale, inutili se non dannose, adesso i Paesi europei dovranno chinare la testa accettando pure le centrali atomiche, che verosimilmente saranno realizzate... con i reattori SMRs cinesi!

 

 

E' stato un colpo sparato a freddo e a bruciapelo.

Lo ha esploso in un suo titolo il quotidiano francese Le Figaro il 28 maggio scorso: "Sans le nucléaire, les objectifs d’électricité verte sont hors de portée", che sottotitolava: "L'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) raccomanda di prolungare le centrali atomiche".

Non stiamo dunque parlando di una subdola setta nuclearista contraria per malvagità alla facile salvezza del Pianeta per il tramite dell'eolico santo ed immacolato, ma di una agenzia internazionale (e perciò, nella retorica globalista corrente, rigorosa, equanime e spassionata per definizione) fin qui favorevole alle rinnovabili salvifiche e, ad ulteriore garanzia di autorevolezza, con sede proprio a Parigi, dove sono state sottoscritte le Tavole della Legge degli accordi della COP 21 e dove regna il presidente Macron, che ostenta di rappresentare l'argine provvidenziale contro tutti i letali egoismi, populismi e "sovranismi" che, chissà perchè, fioriscono ogni giorno che passa in ogni parte del mondo.

Per chi non sa il francese, consigliamo di approfondire la notizia leggendo l'articolo del Quotidiano Energia del 29 maggio dal titolo "Aie: Senza nucleare transizione più difficile e costosa".

Il viceministro leghista dello Sviluppo economico Dario Galli ha risposto ad una interrogazione per conoscere gli effetti sulle tasche degli italiani delle misure previste dal Piano Nazionale integrato Energia Clima (Pniec) per il 2030, secondo il quale la produzione del fotovoltaico, che dovrà passare da poco più dei 20 TWh del 2018 ai 74,5 del 2030, è destinata a quasi quadruplicare e la produzione da eolico, che dovrà passare dai 17 TWh del 2018 ai 40,1 del 2030, dovrà più che raddoppiare. Siamo rimasti esterrefatti da come un viceministro (leghista!) abbia eluso tutte le domande e si sia appiattito sulle posizioni del Movimento 5 Stelle, che coincidono, come da noi più volte denunciato, con i desideri delle lobby delle FER non programmabili (eolico e fotovoltaico) e con le pretese della politica mercantilistica tedesca. E' poco serio pensare che, per realizzare al 2030 un incremento di produzione elettrica da Fer di circa 65 TWh rispetto all'attuale, si prospetti di spendere "solo" 36 miliardi addizionali, mentre per incentivare la stessa identica produzione (circa 65 TWh all'anno sono attualmente incentivati) sono stati impegnati negli ultimi anni (ed in larga parte già spesi) circa 230 miliardi. Galli ipotizza pericolosissime "forme di garanzia pubblica per i PPA" ma non ci dice neppure se i costi per i cittadini continueranno ad essere occultati in bolletta o se verranno addossati alla fiscalità generale oppure se verranno finanziati in deficit spending. Intanto persiste un gap tra i prezzi pagati per l'elettricità dalle piccole imprese italiane rispetto ai competitor europei con un divario del 12,1%. Il divario di prezzo è determinato pressochè interamente (per il 94%) dagli oneri fiscali e parafiscali. Con gli oneri aggiuntivi insiti negli obiettivi Pniec al 2030, sta dunque per piovere sul bagnato, con il concreto rischio, per l'economia italiana, di un'uscita di strada. Ciò comporterà, prima o poi, la totale delocalizzazione delle nostre industrie in altri Paesi dove l'ideologia della transizione energetica basata sulle rinnovabili ed il mantra della "decarbonizzazione integrale" non saranno state neppure prese in considerazione. TUTTI i numeri del Pniec afferenti ai costi vengono dati a braccio, con la massima superficialità e nella totale irresponsabilità dei redattori. A causa delle insanabili contraddizioni tra le diverse anime dei 5 Stelle rischiamo di venire travolti da direttive e regolamenti: alla fine in parte deciderà la Ue e in parte saremo costretti a decidere in pochi mesi. Con il Pniec, aumenteranno le voci "Reti" e "Accumuli" e quelle relative al dispacciamento e al bilanciamento del sistema. La Terna ammette che non è neppure scontato che, chiudendo il grosso della generazione termoelettrica, il sistema elettrico tenga. Tutte le obiezioni tecniche sono però risolvibili, ma con costi che sommati diventerebbero schiaccianti ed insostenibili per qualsiasi economia, ed in particolare per l'arrancante economia italiana dell'ultimo quarto di secolo.

Nella foto Galli e Conte

Lo scorso 26 giugno il viceministro leghista dello Sviluppo economico Dario Galli ha risposto ad una interrogazione presentata da Luca Squeri di Forza Italia alla X commissione della Camera (Attività produttive) per conoscere gli effetti sulle tasche degli italiani delle misure previste dal Piano Nazionale integrato Energia Clima (da ora Pniec) per il 2030.

Al termine della risposta del viceministro Galli, l'onorevole Squeri si è dichiarato "fortemente insoddisfatto della sua risposta che conferma la politica, a suo avviso del tutto errata, di puntare solo su due fonti rinnovabili, il fotovoltaico e l'eolico".

E pensare che persino i dati presentati dall'interrogante, che parlava di "triplicazione del fotovoltaico e quasi raddoppio dell'eolico" non erano precisi in quanto sottostimati, perchè per il conseguimento degli obiettivi UE conta la produzione da rinnovabili, e non il potenziale installato che viene promesso, a cui il governo italiano attribuisce produttività inverosimili. Questo significa che, in realtà, la produzione del fotovoltaico, che dovrà passare da poco più dei 20 TWh del 2018 ai 74,5 del 2030, è destinata a quasi quadruplicare e la produzione da eolico, che dovrà passare dai 17 TWh del 2018 ai 40,1 del 2030, dovrà più che raddoppiare (si vedano le tabelle qui sotto).

Rassegna stampa dell'ennesimo scandalo eolico. Qualche modesto suggerimento alla Lega.

Non più tardi di due settimane fa concludevamo il nostro ultimo post sulla politica per il contrasto al cambiamento climatico, ossessivamente concentrata sulle Fer elettriche non programmabili, osservando che:

"neppure i partiti che pure si richiamano alle radici identitarie si sono impegnati per opporsi all'installazione di pale eoliche ciclopiche su tutti i crinali del nostro Paese, deturpandone il paesaggio e l'ambiente in modo irreversibile. Qualcuno potrebbe provvedere a sollecitare questa esigenza prima delle imminenti elezioni? Altrove, in tutta Europa, questo è già un fatto ampiamente acquisito".

Allora ne attribuivamo la causa al conformismo politicamente corretto imperante in Italia. Grave errore! O meglio: grave sottovalutazione del problema. I 230 miliardi (attualmente ne vengono elargiti 12 ogni anno) già assegnati per incentivare la produzione da Fer elettriche in Italia sono troppi e concentrati in poche mani. Una rendita parassitaria di una simile entità ha creato una casta di nuovi oligarchi onnipotenti, che utilizza questi inverosimili flussi di cassa, che non hanno più alcuna ragione di essere ed alcun collegamento con gli investimenti iniziali ormai abbondantemente ammortizzati, per auto perpetuarsi. I nuovi oligarchi delle rinnovabili, in particolare,  ricercano ogni occasione per aumentare gli obiettivi pubblici della produzione incentivata di elettricità da Fer e, attraverso questo tramite, per moltiplicare le regalie elargite loro dallo Stato. Questa strategia del domino può realizzarsi in vari modi, più o meno morali e più o meno leciti.

In queste settimane il loro sforzo principale è concentrato nel tentativo di fare approvare lo sgangheratissimo Piano Energia Clima, che trascinerà a fondo l'economia italiana già agonizzante, attraverso un bombardamento mediatico dell'opinione pubblica senza precedenti (l'avvento della "Piccola Greta" non è un caso...), avvalendosi dei maggiori organi di informazione ormai succubi dei nuovi Boiardi. Tale costosissimo sforzo principale (solo immorale, fino a prova contraria, ma ciò nonostante molto più nocivo per i destini della Repubblica) non esclude una molteplicità di sforzi secondari paralleli. Anche illeciti. Niente di nuovo, in verità. Nel settore dell'eolico, stando all'esperienza storica e alle statistiche, si potrebbe quasi parlare di una simpatica consuetudine.

E proprio un illecito è venuto alla luce ieri su tutti i quotidiani italiani.