Grazie alle "semplificazioni" imposte dal governo Draghi (ovvero lo smantellamento del sistema di tutele ambientali e paesaggistiche faticosamente costruito in Italia nel corso di intere generazioni) per permettere di piantare pale ovunque, aumenta il potenziale eolico installato in Italia ma diminuisce la produzione. E il vento, come accaduto in dicembre al culmine della crisi energetica, non soffia quando serve.

 

 

Un paio di settimane fa l'Anev ("l'associazione nazionale energia del vento e di protezione ambientale che vede riunite circa 70 aziende che operano nel settore eolico") aveva diffuso presso i giornaloni (tutti apoditticamente favorevoli ad eolico e fotovoltaico) e presso la stampa specializzata (a cui gli eolici garantiscono un'imprescindibile raccolta pubblicitaria) una trionfale infografica sull'attività del settore nel 2022 (si veda qui sotto).

 

 

Agli osservatori più attenti e smaliziati (che conoscono i loro polli da oltre una quindicina d'anni) non era sfuggito che, nella pletora di dati forniti in tale documento, l'Anev aveva riportato la produzione mondiale del settore (definita sgangheratamente "potenza eolica prodotta") ma aveva dimenticato di riportare il dato più rilevante, ovvero la produzione degli impianti eolici realizzata lo scorso anno in Italia.

La cosa ci aveva insospettito e lasciava intuire che qualcosa non era andato come avrebbe dovuto, almeno secondo i piani dell'Anev.

Il ruolo istituzionale di una banca centrale è tenere sotto controllo l'inflazione, non il clima. A modificare quello ci hanno sempre pensato, in ogni civiltà umana, gli stregoni e le fattucchiere.

 

 

Il 10 gennaio è stato pubblicato dal Financial Times l'articolo "Fed will not become a ‘climate policymaker’, says Jay Powell", che sottotitolava: "E' essenziale che noi resistiamo alla tentazione di allargare la nostra sfera d'azione". L'articolo così esordiva:

 

"Jay Powell (il presidente della Riserva federale degli Stati Uniti) ha dichiarato che la Fed non diventerà un "climate policymaker" (un decisore politico in materia di contrasto ai cambiamenti climatici. NdT), difendendo così l'indipendenza della banca centrale statunitense dall'influenza della politica."

 

Ancora Powell:

"Senza una esplicita legislazione del Congresso,sarebbe inappropriato per noi usare la nostra politica monetaria o i nostri strumenti di supervisione per promuovere una economia più green o per raggiungere altri obiettivi climatici. Noi non siamo, e non saremo, un "climate policymaker"... Mi preoccupa che, trascinati dal grande entusiasmo di agire bene, si stia in realtà mettendo a rischio l'indipendenza della banca centrale... Ripristinare la stabilità dei prezzi quando l'inflazione è alta può richiedere misure che non sono popolari nel breve termine, come quando alziamo i tassi di interesse per rallentare l'economia. L'assenza di controllo politico diretto sulle nostre decisioni ci permette di prendere queste misure necessarie senza considerare fattori politici di breve termine."

 

Il presidente Powell ha messo le mani avanti per evitare che gli americani facciano la stessa, meschina fine degli europei. L'articolo del Financial Times avrebbe meritato di essere riportato e commentato nell'edicola della Rete della Resistenza sui Crinali, se non fosse che siamo stati preceduti da Tino Oldani su Italia Oggi del 13 gennaio, nell'articolo "La Bce non è infallibile: Schnabel si è inventata un ruolo-guida per la politica green, estraneo al mandato. L'opposto della Fed".

E dunque ubi maior... Vi invitiamo perciò a leggere tutto l'articolo di Oldani, liberamente disponibile in linea. Qui il passaggio che più ci interessa:

 

"Sulla politica green e il cambiamento climatico, come emerge da dichiarazioni ufficiali, la Bce e la Federal Reserve Usa (Fed) hanno visioni opposte. Pochi giorni fa l'economista tedesca Isabel Schnabel, membro influente del board della Bce, ha dichiarato: «In linea con il nostro mandato, siamo pronti a intensificare ulteriormente i nostri sforzi per sostenere la lotta contro il cambiamento climatico, sulla base del nostro piano di azione. Il nostro obiettivo a lungo termine è garantire che tutte le azioni di politica monetaria siano in linea con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Ciò significa rendere più ecologiche le nostre scorte di partecipazioni obbligazionarie, comprese le obbligazioni del settore pubblico, nonché le nostre operazioni di prestito e il quadro delle garanzie. Il ruolo green della politica monetaria richiede modifiche strutturali al nostro quadro di politica monetaria, piuttosto che aggiustamenti alla nostra funzione di risposta». In buona sostanza, Schnabel annuncia che la Bce, d'ora in poi, userà la leva monetaria per finanziare la politica green in Europa, in linea con gli obiettivi della lotta al cambiamento climatico fissati dall'Accordo di Parigi del 2015. Il tutto, precisa Schnabel, «in linea con il nostro mandato». Il che sa molto di «excusatio non petita», poiché è arcinoto che il mandato statutario della Bce si limita al contenimento dell'inflazione al 2%, e non ad altri obiettivi, come la crescita e l'occupazione, previsti invece nello statuto della Fed."

 

Tabarelli: "Proprio mentre servirebbe un allentamento dei suoi obiettivi, la politica europea ne ribadisce e rafforza gli impegni. E' un'altra fuga dalla realtà del disastro energetico in cui ci siamo ficcati... E' un fallimento clamoroso della nostra politica". Dobbiamo per l'ennesima volta rilevare che il presidente di Nomisma Energia è l'unico economista italiano dell'energia che contesta con tanta determinazione la politica energetica europea ed in particolare il "Green Deal". Gli diamo atto del suo coraggio. Il professore bolognese sarebbe molto utile al presidente del Consiglio Meloni per combattere il conformismo della Sinistra tuttora imperante in Italia in materia di energia.

 

 

Martedì su La Stampa già in prima pagina veniva annunciato un articolo del professor Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il cui titolo iniziava con le parole "L'Ue sbaglia tutto".

Nella fattispecie Tabarelli parlava dell'accordo europeo sul tetto al prezzo del gas, destinato al fallimento perchè trascura l'elementare legge della domanda e dell'offerta: per abbassare i prezzi dell'energia (come di un qualsiasi altro bene), anzichè imporre prezzi d'imperio, basterebbe infatti aumentare l'offerta oppure diminuire la domanda, o, meglio ancora, fare entrambe le cose assieme. Non è però nostra intenzione impegolarci nella rissa da pollaio su questa puerile decisione dell'Ue, che rientra nella strategia del "facite ammuina" adottata per non andare al sodo del problema dello scoppio dei prezzi energetici in Europa e soprattutto per gettare una cortina fumogena sulle proprie responsabilità per avere sussidiato le fonti rinnovabili sia direttamente sia, nel contempo, penalizzando gli imprescindibili investimenti in quelle fossili. Torniamo perciò a bomba all'articolo di Tabarelli sulla Stampa, riportando di seguito le sue considerazioni finali (tutti i grassetti sono nostri):

"Per essere ancora più orgogliosa delle sue politiche energetiche, ma anche per non rinunciare a qualche altra distrazione, l'Europa domenica scorsa ha annunciato un'accelerazione dei vincoli sulle emissioni di CO2, uno dei pilastri del pacchetto Fit for 55, disegnato prima della crisi... Proprio mentre servirebbe un allentamento dei suoi obiettivi, la politica europea ne ribadisce e rafforza gli impegni. E' un'altra fuga dalla realtà del disastro energetico in cui ci siamo ficcati, con un inverno che comincia solo domani e che difficilmente supereremo senza interruzioni fisiche. E' un fallimento clamoroso della nostra politica, non colpa solo del presente Parlamento e della sua Commissione, tuttavia la loro incapacità di prenderne atto è grave quanto un prezzo oltre i 100 euro per megawattora."

Pochi giorni fa avevamo riportato un altro intervento eterodosso dello stesso Tabarelli, in contro-tendenza rispetto alla linea ottusamente filo europea di tutte le élite italiane. 

Quando la crisi energetica si aggrava, Tabarelli diventa l'uomo più intervistato e più fotografato d'Italia. Significativo il suo iper attivismo sulla carta stampata dopo Ferragosto, da noi segnalato nell'Edicola RRC, quando sembrava che ci stessimo avviando alla fusione del nocciolo energetico alla base della nostra prosperità post bellica.

Gli universi paralleli esistono: dai recenti eventi organizzati dalla Confindustria e dagli Amici della Terra apprendiamo che gli im-prenditori (diretti o indiretti) delle rinnovabili vivono in un mondo che ormai non è più quello dei comuni mortali nè risponde alle stesse leggi.

 

Lunedì si è svolta l'ennesima messa in scena pro rinnovabili, questa volta organizzata dalla Confindustria o più precisamente, sembra di capire, dall'ineffabile Aurelio Regina.

Regina è il presidente del "gruppo tecnico energia" dell'associazione e ci tiene ad affondare per sempre l'Italia pur di favorire le "mega utilities" che, è bene ricordare, da sole tengono a galla tutta la struttura operativa della Confindustria stessa. Qui la relazione del Quotidiano Energia realizzata da Carlo Maciocco, in cui si legge, tra le altre cose, che il neo ministro dell'Ambiente Pichetto Fratin,

"dopo avere affermato la "necessità di accelerare la transizione energetica, ha ricordato l'esigenza di "agire sulla semplificazione degli iter". Sottolineando però (bontà sua. NdR) di non voler "devastare il paesaggio", in quanto "è interesse di tutti farne un elemento di sviluppo della biodiversità". Chiara risposta agli attacchi pervenuti negli ultimi giorni in particolare dal sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi".

Mentre con la mano destra la commissione Ue e gli Stati europei cercano disperatamente l'energia in grado di sostituire il gas russo, con la mano sinistra vietano con sempre maggiore determinazione e severità che si facciano investimenti in idrocarburi fossili. Una rassegna stampa di quello che i giornaloni e i media non dicono.

 

Approfittando della sarabanda mediatica che tradizionalmente accompagna le COP dell'ONU, i lobbysti delle rinnovabili che spadroneggiano a Bruxelles e a Strasburgo hanno messo a segno un altro colpo di mano, "alzando l'asticella" degli "obiettivi climatici" europei per l'ennesima volta.

Così Beda Romano sul Sole 24 Ore del10 novembre nell'articolo "Più tagli alle emissioni, intesa Ue":

 

"Parlamento e Consiglio si sono accordati nella notte di martedì su una proposta di legge della Commissione europea che prevede nuovi obiettivi più stringenti (dal 29 al 40%) di riduzione delle emissioni nocive da qui al 2030... sempre ieri la Commissione ha presentato un progetto di regolamento con il quale facilitare l'iter di autorizzazione degli impianti energetici basati sulle fonti rinnovabili... Nella proposta, si presume che gli impianti di energia rinnovabile siano di "interesse pubblico prevalente". L'obiettivo è di consentire alle procedure di autorizzazione di beneficiare, con effetto immediato, di una valutazione semplificata delle deroghe specifiche previste dalla legislazione ambientale europea."

 

Mentre con la mano destra la commissione Ue e gli Stati europei cercano disperatamente l'energia in grado di sostituire il gas russo, con l'altra vietano con sempre maggiore determinazione e severità che si facciano investimenti in idrocarburi fossili. Questo nella puerile illusione che il gesto scaramantico di piantare pale eoliche e pannelli fotovoltaici da tutte le parti li possa salvare dall'incombente disastro socio-economico da essi stessi perseguito e realizzato con il massimo zelo, essendosi deliberatamente privati di fonti di energia affidabili e a basso costo.

Niente di cui meravigliarsi, dunque: dalla commissione Ue e dalle COP ONU ne avevamo già viste di tutti i colori. Peccato però che, come recita il titolo dell'articolo di Chicco Testa su Il Foglio dell'8 novembre, "La Cop27 parta da un assunto: finora abbiamo fallito su tutto":

 

"L'ennesimo incontro, siamo arrivati alla Cop27, questa volta in Egitto, dovrà prendere atto di un fallimento. Non solo rispetto agli obiettivi, i vari target di riduzione che ci si era prefissati, ma anche rispetto all'andamento reale delle emissioni totali che continuano a crescere nel mondo. Questo è l'unico dato che interessa, il resto sono chiacchiere e distintivi. L'effetto serra è un fenomeno che ha senso analizzare solo a livello globale. Poco importa, per capirci,se un paese riduce le sue emissioni se poi un altro le aumenta in misura maggiore... Coloro che cianciano di uguaglianza e di lotta al sottosviluppo, compresa l'Onu, pensano che la crescita energetica di questi paesi (quelli attualmente "fuori dall'area dei paesi sviluppati". NdR) possa avvenire con la diffusione dei pannelli fotovoltaici, delle auto elettriche e dell'idrogeno? Tutte cose che per altro esigono a loro volta alti consumi di energia, capacità tecnologica e investimenti colossali... La quantità totale di carbone utilizzato nel mondo è triplicata negli ultimi 40 anni, è raddoppiata dal 2000 a oggi e continua ad aumentare."

 

Il Financial Times: "L'Azerbaigian ha avvertito l'UE che sarà in grado di rispettare l'impegno di raddoppiare le esportazioni di gas in Europa solo a patto che vengano garantiti nuovi investimenti nei gasdotti e contratti di acquisto a lungo termine". Con la guerra, i pianificatori italiani ed europei scoprono improvvisamente che pale e pannelli non bastano e che esiste (e deve essere pagato) l'upstream degli idrocarburi fossili.  

 

 

Venerdì mattina, sulla prima pagina del Financial Times, in un occhiello dal titolo "Azerbaijan gas warning" potevamo leggere:

"L'Azerbaigian ha avvertito l'UE che sarà in grado di rispettare l'impegno di raddoppiare le esportazioni di gas in Europa solo a patto che vengano garantiti nuovi investimenti nei gasdotti e contratti di acquisto a lungo termine, proprio mentre Bruxelles si affanna per trovare alternative all'energia russa."

L'articolo di Henry Foy e David Sheppard "L'Azerbaigian avverte l'UE della necessità di nuovi investimenti per il gasdotto" (disponibile per gli abbonati nella versione in rete) così proseguiva in seconda pagina:

 

"Bruxelles e Baku avevano firmato in luglio un accordo per raddoppiare le forniture a 20 miliardi di metri cubi all'anno entro il 2027, uno dei molti nuovi trattati avviati dall'UE per sostituire il gas russo... Ma, come asserisce il viceministro degli Esteri dell'Azerbaigian Elnur Mammadov, espandere il gasdotto di 3.500 chilometri dal mar Caspio all'Adriatico richiede miliardi di dollari di investimenti e contratti con le società europee per acquistare il gas ben oltre il 2027. “Chiunque sia interessato a investire, che sia pubblico o privato, deve mettere i soldi sul tavolo per consentirci di aumentare le loro capacità”... “Non direi che c'è un disaccordo con l'UE, ma questa è una parte importante di questo puzzle”. "Attualmente l'Europa ha un disperato bisogno di trovare fornitori alternativi. Abbiamo bisogno di essere sicuri che questa non sia una sorta di richiesta estemporanea alla luce della guerra in Ucraina, che un giorno finirà, e che all'improvviso voi ricominciate a comperare dalla Russia dicendoci: "Ehi, ragazzi, il vostro gas non ci interessa più". "Sebbene l'Azerbaigian sia felice di contribuire con la sua quota di investimenti, si aspetta che anche l'UE si faccia avanti con investimenti e contratti per l'acquisto di gas che vadano ben oltre il 2027."

 

Un esperto intervistato dal Financial Times ha dato ragione al viceministro azero:

 

"Nessun Paese si farebbe carico del rischio di miliardi di dollari per spese di Sviluppo senza sapere di avere un compratore a lungo termine." La questione è che “sappiamo che l'Europa ha bisogno di più gas nel breve-medio termine, ma la prospettiva nel lungo termine è molto meno chiara, per via degli obiettivi ambientali”.

 

Vi aspettiamo numerosi per evitare l'irreversibile modifica che il ciclopico impianto eolico apporterebbe alla morfologia del crinale, all'ambiente e al paesaggio, che domenica potrete ammirare nello splendore autunnale del foliage.

 

 

 

Vi invitiamo alla camminata di protesta del 6 novembre 2022 per difendere il crinale appenninico di Monte Giogo di Villore in Mugello, Firenze, dalla realizzazione dell’impianto industriale eolico  approvato dalla Regione Toscana  al quale Comitati di cittadini e Associazioni si oppongono con ricorso al TAR. Il tratto del crinale è in continuità funzionale con il Parco Nazionale Foreste Casentinesi (dal quale dista solo 3 km) che da subito ha espresso parere contrario, così come la Sovrintendenza, che ha fatto ricorso al TAR.

Propagandato come soluzione per risolvere l’emergenza energetica e climatica, l’impianto, per quanto gigantesco, con pale di 170 metri equivalenti a grattacieli di 50 piani,  produrrà quantità  di energia ridicole, ben lontane da quelle dichiarate, avendo secretato i dati sul vento, e si tradurrà in un degrado e un impoverimento delle risorse uniche e preziose  del territorio.

L’impianto modificherà in modo irreversibile la morfologia, i paesaggi e l’ambiente dei crinali appenninici: verranno abbattuti ettari di faggete ad alto fusto, espropriati terreni e marroneti produttivi, verranno aperte strade di larghezza superiore a 6 metri per i mezzi pesanti, verranno sbancati tratti di crinale, realizzate ampie piazzole di cemento, aperti cantieri, tombate sorgenti e messe in pericolo specie a rischio di sopravvivenza quali l’aquila reale (monitorata con GPS satellitare), il biancone, il picchio nero, il picchio rosso minore, chirotteri, la salamandrina con gli occhiali, l’ululone appenninico, il lupo, il gatto selvatico e tanti altri.

Questo impianto industriale ad alto impatto ambientale è quindi contrario alla salvaguardia della biodiversità e alla conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatica di interesse comunitario presenti in ben 5 Siti Natura 2000 interessati dai lavori sul versante toscano e romagnolo. Saranno necessarie decine di interventi alle infrastrutture che avranno una fortissima ricaduta sulla viabilità e sulla mobilità in Mugello.

Verranno coperte e compromesse intere tappe dei sentieri Gea Grande Escursione Appenninica, Sentiero Italia 00, Sentiero Europa E1 (che collega Capo Nord a Capo Passero in Sicilia) con grave danno all’economia legata alle produzioni agricole e al turismo escursionistico, compresi i sentieri del Cammino di Sant’Antonio e il Cammino di Dante.

Visiteremo i bellissimi luoghi evidenziando i problemi e le numerose criticità dell’impianto per il territorio e le strategie da portare avanti in difesa dei crinali appenninici.

In caso di pioggia si terrà un’assemblea in luogo coperto vicino al punto di ritrovo indicato sulla locandina.

Vicchio si può comodamente raggiungere uscendo al casello autostradale di Barberino del Mugello. Vi aspettiamo numerosi.

Cordiali saluti.

Il CTCM

Comitato Tutela Crinali Mugellani

 

 

. 

Pagina 1 di 3

L'articolo del giorno

Parchi eolici nell'Appenino

Mappa interattiva delle installazioni proposte ed esistenti