La Confindustria si allinea alla Banca d'Italia sui rischi di una transizione ecologica non sostenibile

Importante presa d'atto del presidente della Confindustria, riportata nell'articolo sul Messaggero di oggi dal titolo "Bonomi: Ue ideologica sull'ambiente. Va sostenuta anche la competitività".

Vi leggiamo che è necessario "far superare alla commissione un certo atteggiamento ideologico nel modo in cui si affronta il tema della sostenibilità (...) che va declinata in tutti gli aspetti, ambientali ma anche economici e sociali. Il tema della competitività deve essere considerato centrale.... Le nostre imprese competono a livello globale con attori che non sempre condividono le ambizioni europee sul clima. Questo rischia di creare pericolose distorsioni competitive, di indebolire l'industria europea sul mercato globale e creare depressione economica su interi territori."

Bonomi ha alzato il tiro rispetto a quanto da lui già affermato in passato, ad esempio lo scorso 26 marzo agli eurodeputati italiani, come riportato nell'articolo del Quotidiano Energia "Confindustria alla Ue: “La sostenibilità deve essere anche economica, che così sottotitolava:

“No ad approccio ideologico anti-industriale” alla transizione, allarme prezzi materie prime.

L'esplicita constatazione di ieri di Bonomi fa il paio con quella, più sfumata, della Banca d'Italia nella sua relazione annuale, e questa confluenza di analoghe consapevolezze dei Poteri Forti italiani è ciò che più ci interessa e che più dovrebbe contare per il presidente del consiglio dei ministri.

Di questa confluenza andrebbe però informato il presidente del gruppo energia Aurelio Regina, che all'interno della Confindustria sta facendo una (tutt'altra) politica sua propria.

Sbalorditivo come nei resoconti dello stesso evento di ieri sul quotidiano della Confindustria stessa, il Sole 24 Ore, questa fondamentale e durissima presa di posizione del suo presidente contro la Commissione UE venga di fatto trascurata.

Si intuisce l'esistenza di due anime confindustriali, che, almeno su questo, non possono mediare: si farà funzionare l'Italia con pale e pannelli oppure no? Va bene ottenere pantagrueliche rendite di posizione, ma mandare a fondo l'Italia per interessi di bassa bottega, forse è un po' troppo anche per chi vanta una spessa moquette di pelo sullo stomaco.

Come da me già fatto rilevare alla conclusione di un mio precedente post:

"quello della presenza nella Confindustria, che del Sole è l'editore di riferimento, di prevalenti forze più legate alla rendita parassitaria ed alle prebende pubbliche che ai profitti è un discorso che faremo un'altra volta. Ma lo dovremo fare presto, perchè questo potente coagulo di vested interest è divenuto talmente pervasivo non solo da vanificare gli attesi effetti moltiplicativi dell'epifanico recovery fund prossimo venturo, ma anche da compromettere, in breve, la permanenza dell'Italia nel novero dei Paesi più industrializzati."

Attendiamo un sollecito chiarimento. Scialacqueremo anche i fondi presi a prestito dall'Ue - e che saranno a carico delle future generazioni (alla faccia dell'ipocrita definizione "next generation EU") - per elargire altri dispendiosi ed inutili sussidi all'eolico e al fotovoltaico oppure modificheremo con politiche più realistiche e mature a questo "atteggiamento ideologico nel modo in cui l'UE affronta il tema della sostenibilità" ?

Siamo alla resa dei conti. Non possiamo permetterci di perseverare in ulteriori errori. Altrimenti, per citare un preveggente politico della Prima Repubblica, i nostri figli ci malediranno. E questa volta ci malediranno davvero, per averli trascinati nella miseria più irreversibile. Altro che le paturnie della piccola Greta...

 

Alberto Cuppini