Riflessioni sull'anatema contro i Nimby

 

 

 

 

E’ di pochi giorni fa la notizia che i soci del circolo di Legambiente di San Bartolomeo in Galdo (Benevento) sono stati costretti a uscire dall’associazione alla quale erano affiliati da molti anni perché hanno osato opporsi all’istallazione nel loro territorio di un ennesimo impianto di aerogeneratori industriali, alti quasi 200 metri. La società Edelweiss Power alla quale si deve il progetto, nella lettera in cui chiede ai dirigenti di Legambiente la testa dei responsabili, parla con sdegno dell’accanimento anti eolico del piccolo circolo ambientalista campano, definendolo “ tipico della posizione nimby che tutti noi combattiamo strenuamente”. Immagino, tra parentesi, che questa strenua battaglia sia portata avanti dai non meglio definiti “tutti noi”… senza secondi fini e interessi personali. 

Lo slogan distintivo di Legambiente è: “Pensare globalmente e agire localmente”. Quanto è accaduto a San Bartolomeo dimostra, ancora una volta, come il pensiero globale, spesso fortemente ideologizzato, si scontri con profonde contraddizioni quando deve fare i conti con i casi concreti, di stampo locale.  Bollare con l’epiteto di “nimby” chi non può fare a meno di ribellarsi di fronte alla degradazione del proprio paesaggio identitario mi sembra non solo troppo facile, ma anche ingiusto e ingeneroso.  Il passaggio dalle affermazioni generali (… pensare globalmente) ai casi singoli (…agire localmente) dovrebbe rappresentare piuttosto l’indispensabile cartina di tornasole per convalidare o smentire quelle stesse, astratte, affermazioni di principio. In fin dei conti bisognerebbe avere il coraggio di liberare il termine nimby dal diffuso discredito che ad esso si accompagna. Non per giustificare la miopia egoistica di chi rifiuta di ridurre i propri sprechi energetici e nel contempo vorrebbe potersi affacciare alla finestra e continuare a ammirare paesaggi idilliaci. Ma per restituire una sfumatura di dignità al bisogno di bellezza e armonia che queste pretese comunque esprimono, anche al di là della loro presunta miopia. Sono convinto che i responsabili del circolo di San Bartolomeo (ora sfiduciati) sarebbero disposti a lavorare la notte al lume di candela pur di non dover assistere impotenti al massacro di ambienti naturali su cui fin da ragazzi han fatto irrinunciabili investimenti affettivi.

Cosa se ne deduce? Invece di millantare, come sta tentando di fare l’attuale dirigenza di Legambiente, che le pale eoliche abbelliscono i paesaggi donando loro una pennellata di modernità; invece di proporre patetiche visite guidate ai “parchi eolici” con contorno di degustazioni etno-gastronomiche, nel tentativo di capovolgere il diffuso sentire della maggior parte degli italiani, bisognerebbe che anche le associazioni ambientalistiche ciecamente favorevoli all’invasione delle rinnovabili iniziassero una seria e rispettosa analisi delle sempre più numerose grida d’allarme che salgono dai territori e che connotano molte associazioni ambientaliste “consorelle”, invece di liquidarle con disprezzo; e riconoscessero lealmente che il ricorso indiscriminato all’energia dal vento e dal sole produce sempre e comunque un grave impatto negativo sui valori culturali e economici collegati al paesaggio, alla biodiversità, all’agricoltura, all’appeal turistico. 

Forse non per giungere a quella palinodia che molti di noi auspicano, ma per lo meno per deporre le toghe della santa inquisizione, aprirsi a qualche ragionevole dubbio e trarne le debite conseguenze anche a livello della comunicazione. Questa raccomandazione va estesa ai media del nostro paese, quasi tutti acriticamente succubi del mito salvifico delle rinnovabili.  E’ urgente smantellare la narrazione a senso unico che ha trasformato gli aerogeneratori industriali nelle indiscutibili icone della salvezza del Pianeta. Perché si tratta di un mito menzognero e infantile. Da lasciare ai variopinti adolescenti seguaci della piccola Greta.

Bisogna trovare alternative davvero efficaci, spostando l’attenzione e le risorse su altri orizzonti praticabili. Infatti il contributo delle rinnovabili – anche se estremamente invasivo - resterà sempre marginale. Basta fare due conti per comprendere che la radicale distruzione dei paesaggi collinari italiani, causata da decine di migliaia di gigantesche torri eoliche, se da un lato arricchirà le rapaci industrie produttrici - soprattutto cinesi - dall’altro non sposterà di un millimetro il problema gravissimo del progressivo riscaldamento del Pianeta; per lo meno fintanto che Cina, India, Stati Uniti, paesi africani emergenti non seguiranno il nostro esempio “virtuoso”. Evento assai improbabile, considerando il vertiginoso aumento delle emissioni annue di CO2; emissioni alle quali – si badi bene - l’intera Europa contribuisce per meno del dieci per cento.  Allo stato attuale delle cose la riconversione energetica europea, anche lasciando da parte i suoi altissimi costi (pagati dai contribuenti) e la sua più che dubbia affidabilità, riveste solo un valore esemplare. Il che sarebbe di certo pregevole, qualora non collidesse frontalmente con altre priorità.  Personalmente sarei disposto a pagare una bolletta dell’energia elettrica dieci volte più cara se questo mio contributo aiutasse davvero il Pianeta a uscire dall’incubo del riscaldamento globale. Purtroppo la verità è un’altra.  Ce ne accorgeremo molto presto. A nostre spese, dalle sbarre di una prigione formata da migliaia di incombenti pale rotanti.

 

Carlo Alberto Pinelli