Alcuni mesi fa nella prima parte dell’articolo sulle tecnologie verdi si evidenziava come oggi la dipendenza dalle catene di approvvigionamento sia un rischio difficilmente valutabile non solo aprioristicamente ma anche in base a modelli matematici vista la casualità degli eventi e la vastità degli orizzonti disponibili.

Il JIT, letteralmente “Just in time” ( appena in tempo ), è un sistema produttivo messo a punto dai giapponesi e perfezionato nei paesi occidentali per assicurare la massima flessibilità, la maggiore capacità di adeguarsi al cambiamento, la minimizzazione dei costi ed un migliore servizio al cliente. Garantisce un utilizzo ottimale delle capacità produttive poichè le consegne dei fornitori arrivano al momento giusto a tutto vantaggio della competitività. Per realizzare il Just in time però occorre introdurre nuovi sistemi di previsione, che tengano conto anche degli imprevisti, e di programmazione a breve della produzione.

Il JIT è stato inventato da Taiichi Ohno della Toyota subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ohno andò in America per studiare i processi produttivi del tempo ma pur trovando evidenti analogie le metodologie delle aziende giapponesi rilevò che queste ultime non potevano permettersi grandi aree per i magazzini nelle loro industrie a causa della devastazione della loro economia causata dalla seconda guerra mondiale e dei limitati spazi a disposizione, in genere, in Giappone.

La leggenda narra che Ohno ha tratto ispirazione per il suo sistema di produzione dai supermercati americani. I clienti prelevano gli articoli dagli scaffali per riempire i loro carrelli della spesa, creando così uno spazio vuoto sullo scaffale. Lo spazio vuoto è un segnale per il magazziniere per ripristinare tale articolo. Quando le quantità di articoli scendono sotto una soglia definita parte il segnale per l’ufficio acquisti di ordinare le merci sotto scorta dai loro fornitori. I clienti del supermercato sono contenti di prendere solo quello di cui hanno bisogno, perché sanno che le merci ci saranno la prossima volta che ne avranno necessità, per applicare questo concetto in maniera analoga al settore manifatturiero, Ohno ha messo a punto un sistema in cui l'utilizzo è determinato dalla velocità di produzione : i materiali sono trainati attraverso l'impianto dal consumo degli articoli nella fase finale di assemblaggio.

Dura presa di posizione delle associazioni di tutela, che si dicono contrarie alla proposta del Ministro per la Pubblica Amministrazione di introdurre una Commissione di VIA semplificata per le energie rinnovabili e denunciano la campagna di delegittimazione delle Soprintendenze e delle politiche di tutela del paesaggio in atto da qualche mese da parte dell'ANEV.

 

Il Ministro per la Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone, del Movimento 5 Stelle 

 

Ecco il testo del comunicato stampa: 

 

Italia Nostra, Mountain Wilderness, Pro Natura, Amici della Terra, CNP, Wilderness Italia, Comitato per la Bellezza, Altura, Movimento Azzurro, Salviamo il Paesaggio, Gruppo San Rossore e Assotuscania sono contrari alla proposta del Ministro per la Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, di introdurre una Commissione di VIA semplificata per le energie rinnovabili.

 

Denunciano la campagna di delegittimazione delle Soprintendenze e delle politiche di tutela del paesaggio, in atto da qualche mese, da parte dell'ANEV, l’Associazione delle imprese che producono energia eolica, impropriamente riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente come associazione ambientalista. L’ANEV ha acquisito un peso crescente nelle decisioni sulle Energie Rinnovabili, grazie ai profitti realizzati dai propri associati negli ultimi dieci anni di sovraincentivazione delle pale eoliche, e riesce a sollecitare in difesa dei propri interessi parti della politica e dei media, coinvolgendo persino alcune associazioni ambientaliste, pretendendo che esse siano rappresentative di tutto il movimento.

 

Le associazioni firmatarie, invece, considerano con preoccupazione l’incremento indiscriminato delle rinnovabili elettriche che prevede, di qui al 2030, di raddoppiare le pale eoliche e di tornare ad occupare i terreni agricoli con gli impianti fotovoltaici. Pensano che la realizzazione del Piano nazionale integrato Energia e Clima non debba scavalcare gli unici organi dello Stato rimasti a difendere il Paesaggio, la cui tutela è inserita tra i principi fondamentali della Carta Costituzionale (art. 9). Precisano che in nessun caso possa essere considerato ammissibile sacrificare i suoli coltivabili alla riduzione del CO2, né è pensabile sfigurare tutte le nostre montagne e i crinali con pale eoliche gigantesche, alte fino a 180 metri e tali da mettere a rischio l’avifauna.

 

Considerando che nessuna azione umana è priva di “impronta ambientale”, le associazioni firmatarie auspicano che il Green Deal europeo in difesa del clima globale consenta di scegliere tecnologie e modalità sostenibili per l’ambiente ma anche per il territorio e per il paesaggio.

 

Chiedono quindi di escludere gli impianti fotovoltaici a terra, di individuare con precisione le superfici edificate adatte, urbane e industriali, e di favorire la loro copertura con pannelli fotovoltaici, e di vietare la proliferazione indiscriminata di impianti eolici devastanti.

 

Sarebbe un disastro se la più grande mobilitazione ambientale del secolo portasse alla distruzione del Paesaggio e del Territorio

 

Italia Nostra, Mountain Wilderness, Pro Natura, Amici della Terra, CNP, Wilderness Italia, Comitato per la Bellezza, Altura, Movimento Azzurro, Salviamo il Paesaggio, Gruppo San Rossore e Assotuscania

Pare che anche il visonario Elon Musk, CEO di Tesla, stia avendo delle difficoltà a far comprendere ai cittadini tedeschi che abitano in prossimità del sito dove sorgerà la gigafactory europea di Tesla la fortuna che avranno nell’essere parte integrante del motore del new green deal europeo.

Anche i tedeschi stanno quindi dimostrando atteggiamenti ‘nimby’ (espressione che sta per not in my backyard, ‘non a casa mia’) e contestano aspetti, del progetto di Musk, tutto sommato banali di fronte al futuro verde che li attende : dai 372 metri cubi di acqua l'ora che la fabbrica attingerà dalla condotta pubblica, subito contestati con un tweet da Musk che sostiene che quei dati sono valori di picco, ai circa 150 ettari di bosco che verranno abbattuti, immediatamente classificati, con il solito tweet, come sito reimboscato con alberi destinati alla produzione di cellulosa. Sta di fatto però che sicuramente il prelievo di acqua sarà comunque importante viste le grandezze in gioco ed il sito per quanto precedentemente reimboscato non verrà più nuovamente piantumato.

Guarda con favore progetti di questo genere la presidente della BCE, Christine Lagarde, che ha annunciato che l’ambiente sarà d’ora in poi una delle preoccupazioni della Banca Centrale Europea. Si chiama Ngfs (Network for Greening the Financial System) ed è un forum internazionale tra banche centrali, che ha emanato una sorta di “Guida all’investimento sostenibile” rivolta alle banche centrali stesse. Si tratta dell’introduzione di criteri di sostenibilità nelle strategie d'investimento che puntino a migliorare significativamente  l’impronta ambientale dei  portafogli azionari della banca grazie a una riduzione delle emissioni totali di gas serra, dei consumi di energia  e di acqua. Si tratterebbe in pratica di privilegiare i titoli emessi da imprese che si caratterizzano per un minore consumo di carbonio rispetto a quelle che operano in settori ad alta intensità di carbonio. Queste considerazioni potrebbero trovare applicazione negli acquisti fatti dalla Bce con il quantitative easing (Qe) agevolando le imprese più virtuose, sotto il profilo delle emissioni, riducendo loro il costo del capitale.

Mercoledì scorso, mentre erano in corso gli incidenti lungo il confine greco-turco e mentre in Italia la gestione politica del contrasto al Coronavirus cominciava ad avvitarsi su se stessa in una spirale apparentemente senza fondo, la neo Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen non ha trovato niente di meglio da fare che umiliare le istituzioni comunitarie presentandosi euforica, prima davanti ai commissari Ue e poi davanti alla commissione Ambiente dell'Europarlamento, in compagnia della "Piccola Greta".

La foto qui sopra rimarrà nella Storia. Più ancora di quella di Chamberlain, di ritorno in Gran Bretagna dopo la firma del trattato di Monaco, che sventola in pubblico una copia del trattato e viene acclamato dai suoi compatrioti salvatore della pace.

La scelta di tempo della Von der Leyen è stata incredibilmente infelice. La scorsa settimana stavano accadendo almeno tre cose (e una sola di loro sarebbe bastata) in grado di mettere a repentaglio non solo l'esistenza stessa dell'Unione Europea (già prima in palese difficoltà) ma anche le fondamenta del mondo così come lo abbiamo conosciuto dopo il crollo del muro di Berlino.

Questi tre accadimenti rivelano una realtà sull'Europa - e sulla globalizzazione - finora tenuta nascosta dalla retorica buonista e dalla censura del "politicamente corretto".

Il velleitario e bambinesco "European green new deal" dimostra che, se la strada verso il progresso e la ricchezza è ardua, finire in miseria è facile: basta volerlo. L'effetto combinato delle costosissime politiche europee degli ultimi anni, basate sulla sgangherata retorica ecologista delle rinnovabili elettriche, unite al recente - ancor più sgangherato - annuncio dell'obiettivo CE di "emissioni zero" dell'Europa e di "primo continente neutrale dal punto di vista climatico" entro il 2050 ha già prodotto il suo risultato senza spreco aggiuntivo di denaro pubblico ed ulteriori sfregi paesaggistici: gli obiettivi energetici saranno raggiunti grazie alla irreversibile deindustrializzazione dell'Unione Europea.