Di fronte al progetto di installare sullo spartiacque appenninico una centrale eolica industriale, con turbine di acciaio e vetroresina alte 150 metri o più, presentato da AGSM Verona Spa e in esame presso la Regione Toscana, rilanciamo volentieri la civile, sensata e più che condivisibile presa di posizione del Club Alpino Italiano regionale, nella persona del suo Presidente regionale, Giancarlo Tellini.

La potete leggere qui.
 
Si fatica a non condividere la richiesta di "decisioni che valorizzino il nostro territorio", "orientate a migliorare la qualità dell’ambiente montano", tali da "risolvere i gravi problemi idrogeologici, garantire la stabilità dei versanti e agevolare la qualità della vita delle future generazioni". Tellini sottolinea che la montagna già sconta "anni d’abbandono o di scarsa attenzione", che "hanno determinato gravi danni" per i quali "è arrivato il momento di rimediare con soluzioni virtuose", e che l’emergenza climatica, di cui la montagna è "vittima" già di per sé, "non deve essere un pretesto per ogni e qualsiasi tipo di soluzione". O presunta tale.
 
 

Quando è troppo è troppo. Nell'articolo del 19 febbraio Green bubble warnings grow as money pours into renewable stocks, anche il contegnoso Financial Times, il quotidiano della City, esplicita ciò che sui mercati appariva già chiaro a tutti: c’è una bolla legata al settore delle rinnovabili.

Mauro Bottarelli sul Sussidiario di oggi, nell'articolo "La bolla verde che dagli Usa arriva a Beppe Grillo", riprende l'articolo del FT e lo accosta sia allo strano silenzio dei media internazionali sul "fallimento totale dell'eolico" nel blackout in Texas sia alle più recenti miserie della politica di casa nostra. 

Raccomando di leggere l'articolo del Sussidiario dall'inizio alla fine, ricordando con Mauro Bottarelli che

"quando il Financial Times, i cui inserzionisti hanno certamente forti interessi nel comparto, arriva a parlare chiaramente di green bubble, vuol dire che il limite è stato ampiamente superato".

 

È una decisione piuttosto nuova. La prefettura di Orne ha ordinato uno stop temporaneo al parco eolico di Heatour, vicino a L'Aigle, perché sta facendo troppo rumore. Da quando due anni fa sono state commissionate turbine eoliche su campi che si affacciano sul villaggio, i residenti si sono lamentati dell'acufene e del rumore insopportabile che impedisce loro di dormire. Gli studi acustici, condotti dal settembre 2019, confermano che il rumore è maggiore del volume acustico consentito.
L'operatore del parco eolico, Voltalia, dovrà smettere di far funzionare i suoi rotori entro 24 ore dalla pubblicazione del decreto prefettizio, che dovrebbe essere pubblicato entro pochi giorni. Contattata, l'azienda riconosce che "gli studi acustici effettuati riportano occasionali emergenze sonore. Sono oggetto di studi e azioni che abbiamo intrapreso finora con l'obiettivo di garantire la conformità del parco eolico."
Voltalia spera, dopo un nuovo studio condotto da un esperto nominato dalla prefettura, di poter riprendere il funzionamento del parco. Come afferma il vice prefetto Christine Royer, "il riavvio sarà possibile solo dopo il completamento di una perizia di terze parti, per esaminare le misure correttive da a mettere in atto, che sono un prerequisito per la ripresa di questo parco eolico". In altre parole, il rumore delle turbine eoliche deve essere ridotto, altrimenti il parco potrebbe non riavviarsi mai.
 

 
Per chi vuole approfondire:

La rete elettrica sta diventando sempre meno affidabile a causa della crescente dipendenza dal vento e dal solare, che non possono fornire energia 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana.

 

di The Editorial Board di Milanofinanza.it, traduzione dell’articolo “A Deep Green Freeze” dal The Wall Street Journal.

Gli amici anti-eolici calabresi ci hanno segnalato un interessantissimo articolo comparso ieri su Il Quotidiano del Sud: "Il sud è la zona più adatta in Europa per lo sviluppo delle fonti rinnovabili".

Non lasciatevi ingannare: il titolo dell’articolo appare del tutto incongruo rispetto al contenuto, fortemente critico sull’economia verde, almeno così come viene ammannita all'opinione pubblica. E pure - ammettiamolo - ricco di ambiguità. Però, visti i tempi iper-conformistici che corrono e quello che scrivono (e soprattutto non scrivono) gli altri economisti, l'autore merita non solo una segnalazione ma anche una menzione d'onore.

Si tratta del presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli, che lo scorso anno ci aveva magnanimamente degnati della sua attenzione, sia pure con atteggiamento critico, in un altro articolo, allora sul Mattino, a cui avevamo risposto sul nostro sito web.

Tabarelli, in questi ultimi anni, è stata una delle poche voci critiche verso troppo facili e demagogiche soluzioni green. Di lui ci siamo occupati più volte, come si può facilmente constatare con il motore di ricerca "Cerca" del nostro sito web. Ne abbiamo riportato un'importante posizione anche recentissimamente, come ispiratore di una svolta, da noi auspicata, della Confindustria in materia di transizione energetica.

Ma questa volta ci va giù durissimo.

Torniamo perciò all'articolo in questione con il quale il Quotidiano del Sud, che invitiamo tutti i nostri amici di Calabria, Basilicata e Campania a recuperare in edicola, conferma, almeno questa volta, di essere, come orgogliosamente riportato nella testata, "l'altra voce dell'Italia".

Declino, impoverimento, deindustrializzazione (del Sud. E il Nord, invece? Tutto bene, con questi oneri sull'energia?). Leggiamo, a seguire in grassetto, i passaggi più significativi:

“il facile entusiasmo per una supposta riconversione all’economia verde allontana tutti dalla realtà delle cose. L’esempio tipico è quello degli incentivi alle fonti rinnovabili, uno dei pilastri della transizione energetica, dell’economia circolare, della sostenibilità, concetti di cui tutti si riempiono la bocca senza sapere bene di che cosa si tratta”.

Dopo che noi l’avevamo fatto rilevare fin da subito, finalmente qualcuno, nell'orbita del Palazzo, riconosce che i dati della SEN e del PNIEC sono sbagliati (volontariamente, aumentando la produttività attesa di eolico e fotovoltaico per il 2030) per cui non 50 mila megawatt si dovranno costruire, ma 70 mila:

 “Nei prossimi 10 anni, in base agli impegni europei, si dovrebbero costruire in Italia, soprattutto al Sud, circa 70 mila megawatt di nuovi impianti di fonti rinnovabili, quasi il triplo di quelli che abbiamo realizzato negli ultimi 20 anni con generosi incentivi.”

Qui Tabarelli sbaglia. Sono “solo” il doppio e non il triplo, secondo gli obiettivi energetici PNIEC al 2030. Ma sarebbe comunque un disastro epocale. Nel caso dell’adozione di quanto lasciato intendere in sede europea dalle farneticazioni sul Green Deal (che almeno nessuno nella UE, per un minimo di serietà, chiama più “New”), invece, potrebbero essere... il quadruplo!

Un altro riconoscimento di quanto da noi fatto rilevare  prima che il PNIEC venisse inciso sulla pietra per il tramite della Commissione UE, alla quale è stato inviato per ottenerne l'imprimatur:

Proseguiamo con l'outing di Tabarelli:

 “Una delle ragioni per cui le rinnovabili non crescono molto è che gli investitori vogliono la certezza dei passati incentivi.”

Anche questo era stato da noi più volte denunciato.

Ancora, niente meno, leggiamo di  “frastuono delle politiche verdi nel tintinnio dei soldi che vi sono attaccate.”

Amici dei comitati, prendetene nota.

Bravo Professore! Però, se queste stesse cose le avesse scritte almeno un anno fa, nel novembre 2019, quando noi siamo andati, solitari, a criticare duramente  con questi stessi suoi argomenti (e altri ancora) la bozza del PNIEC durante le audizioni alla Camera, sarebbe stato meglio. E gli avremmo scritto: “Bravo Professore. Bravo e coraggioso!”

 

Alberto Cuppini

 

 

 

Pagina 1 di 4