Qualche anno fa un video realizzato dal fotografo Paul Nicklen mostrava un orso bianco, incredibilmente magro, che si aggirava tra i rifiuti alla ricerca di qualcosa da mangiare, divenne virale ed in breve tempo quell’orso rappresentò l’incarnazione degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici.

Sulle polemiche che sorsero dopo ci soffermiamo solo per chiarire che Nicklen è uno dei cofondatori del gruppo ambientalista Sea Legacy, che ha una missione dichiarata: "usare il potere della narrazione per creare il cambiamento che vogliamo vedere". Quindi per molti non stava compiendo il suo lavoro di documentarista ma piuttosto di attivista della sua associazione. La BBC ed altri documentarono, attraverso i pareri di esperti, che probabilmente l’orso era semplicemente gravemente ammalato e che, nello specifico, la condizione di quell’orso non era dettata dal fatto che i ghiacci si fossero improvvisamente ritirati e non fosse più riuscito a cacciare le foche, ma più semplicemente perché la costa orientale dell’isola di Baffin, dove quel video era stato girato, in estate è libera dai ghiacci.

Ora, non scopriamo noi il riscaldamento del pianeta a causa delle attività antropiche, così come ci sono evidenze documentate che gli effetti si manifestino anche nei ghiacciai, nell’Artide e nell’Antartide. Ed è senz’altro ipotesi fondata che il ridursi della banchisa polare possa essere correlata alla morte di molti esemplari di orso polare.

Ma esiste un altro orso, questa volta bruno, che sta correndo pericoli analoghi o superiori a quelli dell’orso polare, a causa del business delle tecnologie verdi. Ma mentre è stato dato ampio e giusto risalto alla storia di Nicklen molti, o forse tutti nel nostro Paese, paiono essersi dimenticati di quella che stiamo per raccontarvi.

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