Ieri Radio Radicale, nella rubrica Overshoot, ha intervistato il presidente di Italia Nostra Oreste Rutigliano e il portavoce per l'Emilia Romagna della Rete della Resistenza sui Crinali Alberto Cuppini sulla lettera delle associazioni ambientaliste al nuovo Governo contro gli eccessi a favore dell'eolico e delle altre rinnovabili elettriche non programmabili contenuti nella SEN di Gentiloni e Calenda.

Qui sotto potete ascoltare l'intervista o usare questo link.

Approfittiamo dell'intervista a Radio Radicale per chiarire bene un punto.

Questa nostra intromissione - nostra e delle undici associazioni ambientaliste e di tutela del territorio che hanno sottoscritto la recente lettera ai Ministri del nuovo Governo - in ciò che in teoria non ci dovrebbe competere "istituzionalmente" (energetica, macroeconomia eccetera) a riguardo della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) è conseguente al fatto che le nostre denunce ultradecennali sui danni paesaggistici e ambientali delle FER elettriche vengono - per lo più - del tutto ignorate dai nostri referenti politici, diciamo così, naturali. L'interesse della Rete della Resistenza sui Crinali in materia di SEN è dunque, lo confessiamo candidamente, puramente strumentale onde evitare in modo obliquo, e per quanto possibile, i danni provocati dall'eolico industriale.

Noi non siamo i "No a tutto", non siamo pauperisti (nonostante a Roma, sulle due sponde del Tevere, ultimamente stiano proliferando...), non ci riteniamo eco-integralisti nè vogliamo la decrescita felice. Se non altro perchè da parecchi anni, con la riduzione degli stanziamenti pubblici, mancano i fondi per una accettabile tutela e salvaguardia del nostro smisurato patrimonio culturale e ambientale diffuso sul territorio, che si sta sgretolando tra le nostre mani. Al contrario, siamo ben consapevoli che il perdurare della stagnazione economica potrebbe mettere a repentaglio, oltre che il benessere dei cittadini, la tenuta della Repubblica democratica e persino l'unità d'Italia.

Eppure noi riteniamo che i danni fisici e simbolici derivanti dal ricoprire tutti i crinali appenninici di impianti eolici siano ancora più gravi e permanenti di quelli economici. Il motivo dovrebbe essere ben chiaro a tutti gli italiani adulti cresciuti in Patria. Non è questa la sede per indagarne i complessi motivi. Limitiamoci a dire che, storicamente, più che sullo Stato nazionale, l'unità del popolo italiano ha fatto assegnamento su un'idea condivisa della bellezza e sul consapevole piacere degli italiani di esserne parte. Perciò, in Italia, questa idea comune - ormai consolidata da molti secoli - della bellezza e il correlato senso delle proporzioni esigono una riduzione di scala e di numero degli impianti FER elettrici ed una accuratissima selezione della loro localizzazione.

Mentre cominciavano ad apparire i primi dubbi sulla fattibilità della strategia energetica di Gentiloni e Calenda e le associazioni ambientaliste elaboravano il documento comune per mettere in guardia il Governo neo eletto contro le negatività sottese alla versione definitiva della nuova Sen (e in particolare quelle derivanti dagli eccessi della fonte eolica), il novello Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, in occasione del Consiglio Energia svoltosi in Lussemburgo, schierava improvvisamente l'Italia a favore di un inverosimile obiettivo europeo di produzione Fer per il 2030 - vincolante per i singoli Paesi - al 35% dei consumi energetici. L'entusiasmo e i ringraziamenti dell'Anev. Il compromesso europeo è stato infine raggiunto al 32%, ma per Di Maio il Piano Nazionale energia e clima (quello in cima alle preoccupazioni della lettera inviatagli dalle associazioni) avrà l'obiettivo di "raggiungere e se possibile superare i target Ue". L'inconsapevole Di Maio, nel contesto del caos sistemico nel quale si dibatte l'Unione Europea, appare ormai uno strumento della Divina Provvidenza per accrescere il disordine, innescare un effetto valanga e smantellare le vecchie istituzioni politiche ed economiche al fine di edificarne delle nuove.

 

Luigi Di Maio (o un altro grillino di stretta ortodossia in materia di energie rinnovabili) come Ministro dello Sviluppo Economico della Repubblica non era previsto, fino a pochi mesi fa, neppure nei nostri peggiori incubi. L'inizio del suo mandato è invece stato in linea con tali incubi: un'autentica sciagura. Cerchiamo di spiegare che cosa è successo, e perchè quella che ad oggi appare una piaga biblica potrebbe - paradossalmente - risolvere alcuni dei problemi che ci stanno a cuore.

Lo scorso anno, come noto, siamo stati fierissimi oppositori della nuova Strategia Energetica Nazionale sbilanciata in modo grottesco sulle rinnovabili elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico), del Governo Gentiloni ed in particolare dell'allora Ministro dello Sviluppo Calenda.

Coraggiosamente, a bocce ormai ferme e dopo il terremoto politico del 4 marzo, anche qualcuno dei più ardenti sostenitori della Sen aveva cominciato ad esprimere dei seri dubbi sulla sua fattibilità.

Aveva cominciato (sia pure - come al solito - al fine di fornire argomenti per mungere altri sussidi pubblici) il solito rapporto annuale Irex della solita Althesys. Il rapporto mette in guardia perché la nuova Sen, con l'obiettivo delle rinnovabili al 28% dei consumi energetici totali ed addirittura al 55% dei consumi elettrici, "pone quesiti sull'adeguatezza del sistema elettrico italiano ... che nel medio-lungo periodo si potrebbe trovare a rischio shortage a causa dell'obsolescenza dei vecchi impianti termoelettrici, rendendo necessaria l'introduzione di accumuli in grado di accompagnare le Fer". In occasione della presentazione di quel rapporto, il 17 aprile il Sole aveva pubblicato l'articolo "Le due facce dell'Italia nelle rinnovabili. Rischio blackout se le centrali eoliche e le termoelettriche non ricevono aggiornamenti costanti" di Jacopo Giliberto, dove, tra l'altro, si legge che "però, ammoniscono gli esperti dell'Enea allineati con quelli dell'Althesys che hanno curato l'Irex, l'obiettivo di arrivare al 28% nel 2030 oggi sembra remotissimo e ostico" e che "una parte dei pannelli solari razziati sui mercati e montati in fretta e furia ai tempi degli incentivi golosi della legge Salva-Alcoa comincia a mostrare inaccuratezza costruttiva e a deperire. Ma anche le centrali eoliche e le termoelettriche, se non ricevono aggiornamenti costanti della tecnologia, sentono l'usura. Sotteso c'è un rischio di ritorno al rischio di blackout." Niente male, dunque, se si considera che, per realizzare questo capolavoro, sono già stati scialacquati 230 miliardi in soli incentivi alle rinnovabili, da pagare fino al 2031.

 Paradossi di una Europa a traino tedesco. Nonostante la Germania appaia destinata a fallire il suo impegno di ridurre le proprie emissioni di CO2 al 2020 a causa di una "inaspettata crescita economica", continua a dare lezioni di austerità ai partner europei. Il modello Germania si è coperto di ridicolo. La Germania usa con spudoratezza gli obiettivi climatici (e non solo), per il tramite della Commissione UE, per mere finalità mercantilistiche o per attuare grossolane politiche commerciali del tipo "beggar thy neighbor", mal celandole sotto il velame di politiche umanitaristiche o ambientalistiche. Ad esempio per vendere a tutta l'Europa i propri aerogeneratori, che l'Italia, dopo l'imminente Piano Nazionale Energia e Clima derivante dalla nuova SEN, sarà costretta a comperare, nonostante il suo enorme debito pubblico.

 

 

Alessandro Codegoni, su Qualenergia.it ("il portale dell'energia sostenibile", ovvero la Bibbia dei devoti al culto delle rinnovabili elettriche) del 7 giugno scorso nell'articolo "L'eccessivo export elettrico tedesco e l'impatto sulle emissioni", scriveva:

"Fino a pochi anni fa ogni articolo internazionale sulle energie rinnovabili non mancava di citare la Germania come “l’esempio da seguire”, soprattutto per il formidabile sforzo della Energiewende, la transizione energetica, che aveva portato il paese in pochi anni a installare, al 2017, 43 GW di potenza solare, quasi 58 di eolica (che hanno sfregiato, fino a renderle irriconoscibili, intere aree rurali della Germania. Ndr) e 7,4 a biomassa. Poi, nell’ottobre 2017, un annuncio scioccante da parte del Ministero dell’Ambiente tedesco: la Germania non avrebbe rispettato il suo impegno di ridurre le emissioni di CO2 del 40%, rispetto al 1990, come stabilito dagli accordi europei 20-20-20, fermandosi forse a un -33%."

Il modello Germania si è coperto di ridicolo.

L' "annuncio scioccante", che a suo tempo - non a caso - non è stato ripreso da nessun importante organo di stampa italiano, era stato diffuso proprio mentre in Italia era in corso di elaborazione il testo definitivo della nuova Strategia Energetica Nazionale, i cui estensori si sono rifatti, più o meno esplicitamente, proprio al modello Energiewende. La notizia non ha minimamente ostacolato la scellerata scelta del Governo italiano di coprire entro il 2030 anche il territorio italiano di pale e pannelli a dismisura.

 

Una coalizione di 11 associazioni ambientaliste ha inviato una lettera ai Ministri per scongiurare la nuova ondata di incentivi alle fonti rinnovabili elettriche impattanti, in particolare all’eolico, e per cambiare la Strategia Energetica Nazionale, adottata dal precedente governo senza alcuna valutazione di sostenibilità ambientale, che avrà conseguenze gravi per il nostro futuro energetico, economico e paesaggistico. La coalizione, che aspira alla decarbonizzazione della produzione energetica quanto e più di altre associazioni, denuncia i costi inutili ed eccessivi dei provvedimenti. Quanto costerà infatti il raddoppio della produzione elettrica da eolico o fotovoltaico, considerando anche gli inevitabili costi ancillari? Perché privilegiare sempre e soltanto fonti energetiche intermittenti e non programmabili? Perché continuare a foraggiare il fotovoltaico al suolo, malgrado i tanti tetti di capannoni industriali che potrebbero ospitare impianti solari? E dove è finita la fondamentale questione dell’efficienza energetica e l’innovazione tecnologica che porterebbero a soluzioni più convenienti e sostenibili per il Paese e per la decarbonizzazione?

Nello specifico, le associazioni contestano i provvedimenti che sembrano venire esclusivamente incontro alle richieste delle potenti lobby delle rinnovabili elettriche, in particolare dell’eolico: la bozza di decreto ministeriale del governo Gentiloni che indice nuove aste per incentivare impianti già nel triennio 2018-2020, nonostante gli obiettivi al 2020 siano stati già raggiunti, e la previsione di modifica (contenuta nella Strategia Energetica Nazionale) in senso più permissivo delle attuali linee guida sull’inserimento degli impianti eolici nel territorio, così da ridurre le tutele paesaggistiche e naturalistiche e consentire impianti sempre più grandi ed impattanti. 

Se il Piano Nazionale Energia e Clima, la cui prima bozza dovrebbe essere trasmessa alla Commissione Europea entro la fine del 2018, dovesse recepire le indicazioni dettate nella Strategia Energetica Nazionale, il risultato sarebbe la costruzione di un’enorme e ulteriore quantità di impianti eolici nelle aree più sensibili e pregiate del Paese. Gli obiettivi del Piano, una volta adottato, saranno vincolanti per l’Italia e quindi da realizzare a “tutti i costi": costi ambientali e territoriali che mortificheranno il nostro paesaggio, la nostra biodiversità, la stessa identità territoriale, e raddoppieranno il peso sulle nostre tasche, già oggi spropositato, del sistema perverso degli incentivi in bolletta elettrica.

Qui il testo della lettera.