Sul Piano Energia Clima (PEC) per il 2030 (ed in particolare sul settore elettrico) incombono costi insostenibili. Nonostante un acclarato eccesso di capacità di produzione elettrica, si manifesta fin d'ora il problema di come coprire il fabbisogno creato dalla chiusura anticipata di troppi impianti termoelettrici. La soluzione principale indicata dal PEC sono gli accumuli. Ma gli accumuli elettrochimici sono impianti costruiti solo per le emergenze critiche, che nulla hanno a che fare con lo stoccaggio delle enormi quantità di energia elettrica che verranno prodotte, secondo il PEC, nel 2030 da FER non programmabili. Basti pensare, tanto per fare un esempio delle dimensioni del problema, che è prevista una produzione da fonte solare di 74,5 TWh. Per produrre con il fotovoltaico una simile quantità di energia, nel 2030 saranno necessari - ipotizzando la stessa produttività del fotovoltaico del 2018 di circa 1.100 ore all'anno (22 TWh prodotte da quasi 20 GW di potenza) - ben 67,7 GW di potenza FV installata (74,5 TWh : 1.100 ore), cioè una potenza, essa sola, superiore del 10% al picco massimo di domanda elettrica mai registrato in Italia. Che fare allora delle mostruose eccedenze produttive se non regalarle all'estero oppure arrestare di continuo parte della produzione non programmabile? La maturità tecnologica conclamata da Rifkin delle celle a combustibile e quella economica dell’idrogeno si sono rivelate due colossali bufale. L'ipotesi dei pompaggi nelle dighe idroelettriche è impercorribile per una serie di motivi, innanzi tutto per banali ragioni di convenienza economica: i sistemi di pompaggio già esistono e già oggi sono largamente sottoutilizzati. Il motivo di questo sottoutilizzo sta proprio in uno degli effetti prodotti dalle Fer elettriche non programmabili: il progressivo restringimento dello spread del prezzo dell'elettricità all'ingrosso tra le ore (diurne) di picco e le ore (notturne) di fuori picco ne ha eliminato in gran parte la convenienza. Eppure, nonostante l'evidenza, a Roma si insiste con questa ipotesi dei pompaggi. Del resto, senza accumuli, crollerebbe tutto il castello di carta della transizione energetica basata sulle FER elettriche non programmabili. Alla fine sarà forse necessario dedicare l'idroelettrico esistente a funzioni di regolazione, destinando tutto l'idroelettrico a bacino (non incentivato) ad una funzione vassalla di eolico e fotovoltaico (incentivati). Chiarezza e credibilità delle affermazioni nell'odierna politica energetica italiana sono passate in secondo piano. Tutto questo (controproducente) zelo ultra ortodosso per la tutela del clima globale condurrà inevitabilmente tutti i Paesi europei, come già riconosciuto dall'Olanda, alla creazione di un installato con caratteristiche di alta flessibilità pari all'installato delle fonti rinnovabili non programmabili. Un raddoppio del sistema elettrico, in definitiva, ed una moltiplicazione dei suoi costi. Si dimostra vieppiù che per l’energia non esistono soluzioni semplici nè, tanto meno, aiuta la demagogia politica improvvisata.

 

Sul Piano Energia Clima (PEC) per il 2030 (ed in particolare sul settore elettrico) incombono costi insostenibili, come osservato da Antonio Sileo e Nicolò Cusumano, ricercatori della Bocconi, nell'articolo sulla Staffetta Quotidiana dell'8 marzo "Elettricità, lo stallo delle rinnovabili e il pericolo di stranded cost":

"Obiettivi ambiziosi, certo, la cui implementazione vera è rimandata alla prossima legislatura. I nuovi investimenti si concentreranno, così si legge, tutti dopo il 2024... A questo si dovrà aggiungere il sembra definitivo abbandono al 2025 del carbone, compresa la nuova centrale di Torrevaldaliga Nord da ben 1.980 MW entrata in esercizio meno di dieci anni fa, la cui conversione da olio a carbone, ricordiamolo, è costata quasi 2 miliardi di euro... Attualmente l'Italia vive una situazione di eccesso di capacità di produzione rispetto alla domanda. La bassa redditività degli impianti termoelettrici sta già portando alla chiusura, anche anticipata, di molti impianti. In un futuro sempre più prossimo bisognerà, quindi, ricominciare seriamente a domandarsi come coprire il fabbisogno e quindi favorire nuovi investimenti."

Proprio per coprire questo fabbisogno, accumulando la produzione non programmabile della quantità stragrande di impianti eolici e fotovoltaici previsti per il 2030, da qualche anno si favoleggiava di un impianto all'avanguardia nello stoccaggio di energia elettrica in costruzione proprio a Torrevaldaliga Nord.

Un paio di mesi fa abbiamo appreso sbalorditi, dalla Staffetta Quotidiana dell'11 febbraio nell'articolo "Batteria a Torre Nord, Viale: Enel precursore negli accumuli", che "Enel ha confermato oggi che il suo progetto di batteria da poco meno di 10 MW presso il gruppo 4 della centrale di Torrevaldaliga nord (Rm) è stato selezionato da Terna nell'ambito del progetto pilota..."

La potenza è però solo uno dei due elementi per stabilire la capacità di accumulo dell'impianto; l'altro è il tempo: queste due componenti, assieme, sapranno rivelarci quali sono le potenzialità del sistema. Ecco allora fornita nello stesso articolo, sia pure indirettamente, l'informazione che mancava:

"Il sistema di accumulo integrato, scrive Enel nella nota, sarà la prima batteria da 10 MW in Italia, e avrà una capacità di energia di 11 MWh".

In altre parole, dividendo l'energia per la potenza, l'Enel ci informa candidamente che il suo ciclopico sistema ha una durata di poco più di... un'ora ( ! ). Ci sono cadute le braccia. Per intenderci meglio facciamo un esempio: 11 MWh rappresentano esattamente il consumo elettrico pro capite annuo di 2 (due!) italiani. Oppure, se preferite, 11 MWh rappresentano la riserva per assicurare i consumi elettrici di 17.520 cittadini per un'ora (2 X 8.760 ore da cui è composto un anno). In un sistema integralmente decarbonizzato e basato sulle Fer non programmabili, come previsto dal PEC in prospettiva 2050, rimarrebbe il non piccolo problema di come accumulare energia elettrica per i bisogni dei restanti 60 milioni di italiani nel caso in cui non tirasse vento per le pale e non splendesse il sole per i pannelli. A meno, ovviamente, di ipotizzare la costruzione di migliaia di impianti di stoccaggio come quello di Torrevaldaliga su tutto il territorio nazionale. A quel che ci risulta, la notizia non è stata commentata (e quindi ridicolizzata) da nessun organo di stampa nazionale a larga diffusione.

Ancora più modesti i risultati della concorrenza dell'Enel. Veniamo a sapere, ad esempio, nell'articolo di Tuttoscienze della Stampa del 6 febbraio a firma Luigi Grassia "La batteria per le rinnovabili. Edison la abbina a un super-impianto. Rimedio all'incostanza di Sole e vento" che la Edison "ha abbinato un grande sistema di accumulo da 822 kWh al suo impianto fotovoltaico di Altomonte, in provincia di Cosenza, per sperimentare la capacità di queste batterie di essere complementari all'energia ricavata dal Sole... il sistema di immagazzinamento di Altomonte... è racchiuso in un anonimo container... dentro si trovano 108 moduli di batterie agli ioni di litio per una potenza installata di 500 kiloWattt".

Stiamo quindi parlando di niente. Ed inoltre questo "niente" prescinde da considerazioni di costi, che pure si possono intuire rileggendo l'articolo del 25 marzo 2013 di Affari e finanza della Repubblica siglato v.d.c. "Gli incentivi per i sistemi di accumulo un business da quattro miliardi l’anno":

"ad oggi, i grandi sistemi di accumulo sono molto cari, i prezzi oscillano da 600 a 1.000 dollari per chilowattora stoccato. Con le nuove tecnologie in via di sviluppo, i costi sono destinati a comprimersi fino a 150-200 dollari per chilowattora entro il 2020."

Un prezzo, cioè, da amatori, anche nella migliore delle ipotesi, e perciò fuori mercato.

Si tratta quindi, evidentemente, di impianti costruiti solo per le emergenze critiche, che nulla hanno a che fare con lo stoccaggio delle enormi quantità di energia elettrica che verranno prodotte nel 2030 da FER non programmabili secondo il PEC. Basti pensare, tanto per fare un esempio delle dimensioni del problema, che è prevista una produzione da fonte solare di 74,5 TWh. Per produrre con il fotovoltaico una simile quantità di energia, nel 2030 saranno necessari - ipotizzando la stessa produttività del fotovoltaico del 2018 di circa 1.100 ore all'anno (22 TWh prodotte da quasi 20 GW di potenza) e non le fantasmagoriche 1.466 ore previste dal PEC per il 2030 (74,5 TWh prodotte da 50,8 GW) - ben 67,7 GW di potenza FV installata (74,5 TWh : 1.100 ore), una potenza, essa sola, superiore del 10% al picco massimo di domanda elettrica mai registrato in Italia. Che fare allora delle mostruose eccedenze produttive se non regalarle all'estero oppure arrestare di continuo parte della produzione non programmabile?    

Peggio ancora, l'installazione massiva di questi impianti di accumulo elettrochimico prescinde dalle considerazioni relative alla sicurezza (tutti possiamo leggere sulla confezione delle nostre pile domestiche il monito: "Non disperdere nell'ambiente"), che vengono sottaciute, come ad esempio nel caso denunciato dal Corriere della Sera nell'articolo di Francesco Celando del 26 gennaio 2015 "Energia pulita, i dubbi sulle nuove batterie, rischio o beneficio?".

Allora il Corriere scriveva in merito ad un impianto in provincia di Avellino, "vicenda arrivata in Parlamento con l'interrogazione parlamentare firmata da Luigi Di Maio". Nientemeno...

Qualche mattacchione, poi, parla ancora dell'idrogeno, come vettore energetico da abbinare a eolico e fotovoltaico.

La percorribilità di questa soluzione è stata derisa dal professor Giovanni Battista Zorzoli nell'articolo del 24 ottobre 2014 su Qualenergia dal titolo "Rifkin e il suo superficiale modello di nuova economia": 

"Nel 2002 Jeremy Rifkin pubblicò “Economia dell’idrogeno”, un intero volume dedicato alle prospettive di una gestione democratica e decentrata del sistema energetico, grazie alla ormai raggiunta maturità tecnologica delle celle a combustibile e alla possibilità di alimentarne con idrogeno prodotto a basso costo. Entrambe le ipotesi erano clamorosamente sbagliate... Infatti, sono passati dodici anni e dell’economia dell’idrogeno non v’è traccia, nemmeno nell’ultimo libro di Rifkin (“La società a costo marginale zero”)... Mentre la maturità tecnologica delle celle a combustibile e quella economica dell’idrogeno erano due colossali bufale, adesso, per costruire un non troppo lontano futuro radioso della società umana, Rifkin mette insieme tre innovazioni di indubbio successo e di altrettanto certo futuro – rinnovabili, internet e in particolare internet delle cose, stampanti 3D – che a suo dire hanno in comune la caratteristica d’essere a costo marginale quasi nullo... Per ovviare al fatto che internet, come l’energia eolica e solare, sono caratterizzati da elevati costi d’investimento, Rifkin propone che per queste e altre applicazioni (ad esempio le reti energetiche) tali oneri siano a carico dello stato, il quale dovrebbe destinarvi una parte del gettito fiscale... Proprio perché “La società a costo marginale zero” propone soluzioni sbagliate, o eccessivamente superficiali per essere credibili, affermando che in tal modo si potrà realizzare una società che avrebbe sostanzialmente le stesse caratteristiche della green society, l’argomento del contendere è troppo importante per lasciare che un falso profeta lo screditi impunemente, dando il destro a chi lo osteggia e trovare nel suo libro abbondanti spunti per ridicolizzarlo."

Vorremmo precisare che il professor Zorzoli non è l'ipse dixit, ma in Italia è comunque l'intellettuale che più si è speso, a vantaggio dei nostri avversari ed in particolare del coordinamento FREE di cui è presidente, proprio per garantire, impegnando il proprio prestigio e la propria cultura, la fattibilità della transizione energetica basata sulle rinnovabili elettriche. 

Nonostante questo, Rifkin rimane il profeta prediletto, tra gli altri, da tanti ragazzini delle medie e dai comici genovesi. E dai movimenti politici che ne sono espressione. E così lo Stato italiano insiste a scialacquare risorse, ad esempio mandando membri del governo in giro per il mondo all'inseguimento di questa araba fenice. Lo apprendiamo dall'articolo della stessa Qualenergia del 25 ottobre 2018 dal titolo "Per il governo italiano il futuro dell’energia è anche nell’idrogeno":

"L’Italia scommette sempre di più sull’idrogeno come vettore energetico del futuro, soprattutto nel campo dei trasporti e per favorire l’integrazione delle fonti rinnovabili nel sistema elettrico... A Tokyo il sottosegretario allo Sviluppo economico, Davide Crippa, conferma l’interesse del nostro Paese per nuovi investimenti in questo vettore energetico... Durante l’incontro, ha poi evidenziato in una nota stampa Crippa, presente in Giappone in rappresentanza dell’esecutivo italiano, “abbiamo confermato la nostra convinzione che l’idrogeno possa contribuire in maniera determinante alla transizione energetica in corso, poiché si tratta di una componente importante per avere un portafoglio energetico ampio, sicuro ed efficiente”..."

Ma se le ipotesi delle batterie elettrochimiche e dell'idrogeno non sono percorribili, come si potranno accumulare le immense quantità di energia elettrica non programmabile che verranno prodotte dalle valanghe di pale e pannelli previsti dal governo nel PEC per il 2030? Sciocchini! E' semplicissimo: con il pompaggio nelle dighe idroelettriche.

I sistemi di pompaggio idroelettrico sono nati nel dopoguerra per regolare la produzione da centrali termiche e - soprattutto - nucleari. Servivano ad assorbire l’energia in eccesso, dato che il nucleare assicura una produzione continua, provocando un surplus nei momenti in cui la domanda scende drasticamente. Oggi, però, ormai li si usa tanto quanto negli anni ’70: poco più di 2 TWh l’anno, negli ultimi anni, contro gli 8 TWh record del 2002.

Adesso li si vorrebbe riproporre ed incrementare, ignorando la realtà oggettiva. Il grottesco tentativo era stato denunciato da Carlo Stagnaro sul Leoni blog già nell'articolo del 23 maggio 2011 dal titolo "Patologia chiama patologia. Lo strano caso dei pompaggi":

"Terna intende avviare un massiccio piano di investimenti in sistemi per l’accumulo e la conversione in energia elettrica... Le stazioni di pompaggio sono centrali idroelettriche dotate di un doppio bacino, uno a monte e uno a valle. L’acqua del bacino di valle viene pompata a monte durante le ore di minor richiesta, e fatta fluire quando la domanda è alta in modo da generare l’energia necessaria. Il rendimento dell’operazione è, ovviamente, negativo: cioè viene spesa più energia per mandare l’acqua dal basso in alto, di quanta ne venga restituita facendola scorrere nella turbina dall’alto in basso. Mediamente il rendimento sta attorno al 70 per cento... Ma c’è un’altra ragione per cui i pompaggi possono essere, oltre che convenienti, necessari, ed è una ragione patologica: cioè quella che ha spinto Terna a scendere in campo. L’introduzione di un importante parco rinnovabile (fotovoltaico e soprattutto eolico), intermittente o poco e per nulla prevedibile, determina un grosso problema di gestibilità della rete, che deve essere sempre in equilibrio a fronte di una produzione che varia in modo più o meno casuale. Oggi il compito di “bilanciare” gli sbalzi di produzione dovuti alle fonti rinnovabili (per esempio perché il vento aumenta o riduce improvvisamente velocità, o perché il cielo si rannuvola) è svolto sia dai pompaggi esistenti (circa 7,5 GW, un record in Europa) e dalle centrali turbogas. Questo vale soprattutto per il Sud dove c’è la massima concentrazione di fonti rinnovabili, e dove le centrali a gas sono tendenzialmente sottoutilizzate. Tant’è che l’utilizzo dei pompaggi è andato declinando negli ultimi anni, a dispetto della maggior presenza di fonti intermittenti. In questa situazione, Terna dice: realizzando più pompaggi potremmo ridurre il costo dell’intermittenza per la rete e, quindi, per il consumatore. Enel e gli altri operatori sostengono il contrario... In ballo ci sarebbe un tesoretto da 1 miliardo di euro che, secondo i casi, potrebbe spostarsi di qua o di là... C’è da dire che qualunque soluzione è una soluzione imperfetta. Non dobbiamo e non possiamo cercare una soluzione “neutrale” o non distorsiva, perché quello che stiamo facendo è introdurre una distorsione per correggerne un’altra. Se non avessimo incistato nel sistema una potenza rinnovabile esagerata attraverso schemi di incentivazione sproporzionati, questa magagna non ci sarebbe o sarebbe più sostenibile."

Stagnaro scriveva nel 2011. La strategia di utilizzo dei pompaggi si è ancor più aggrovigliata negli anni successivi, riducendone drasticamente l'utilizzo.

In realtà l'ipotesi è impercorribile per una serie di motivi. Innanzi tutto per banali ragioni di convenienza economica. I sistemi di pompaggio già esistono e già oggi sono largamente sottoutilizzati. Il motivo di questo sottoutilizzo sta proprio in uno degli effetti prodotti dalle Fer elettriche non programmabili: il progressivo restringimento dello spread del prezzo dell'elettricità all'ingrosso tra le ore (diurne) di picco e le ore (notturne) di fuori picco ne ha eliminato in gran parte la convenienza. L'installazione di nuovo potenziale non programmabile, nella misura prevista dal PEC la eliminerà completamente. Così spiega Massimo Piacentini, esperto in mercati energetici e affari regolatori, nell'articolo pubblicato il 13 luglio 2018 sulla Staffetta Quotidiana "Pompaggi, che contributo possono dare oggi al sistema?" :

"nel periodo di messa in parallelo di impianti fotovoltaici più consistente, tra il 2008 e il 2012, la differenza tra i prezzi dell'energia elettrica di giorno e quelli di notte si riduce dai 60 Euro/MWh per stabilizzarsi tra i 10-20 Euro/MWh (dati GME, consuntivi maggio 2018)... Il merito degli impianti di produzione di energia elettrica da bacino idroelettrico a cascata è di produrre energia elettrica immediatamente nei momenti di punta dei consumi (e con prezzi alti)... la notte, con i bassi consumi e i prezzi bassi, è il momento giusto per pompare l'acqua nel bacino a monte ed essere di nuovo pronti per il giorno successivo. Se la differenza (spread) tra i prezzi di giorno ed i prezzi di notte tende ad annullarsi nel tempo, il costo degli usi di energia elettrica per il pompaggio dell'acqua a monte tende a non trovare la copertura sufficiente dalla caduta dell'acqua di giorno. A quel punto la scelta economica dell'operatore sarà, inevitabilmente, quella di tenere fermo l'impianto."

La situazione è dunque destinata inevitabilmente a peggiorare. E' automatico: tanta più produzione da Fer non programmabili, tanta meno convenienza al ricorso ai pompaggi. La puerile tattica (energia gratuita e senza fine prodotta dall'eolico da utilizzare accumulandola con il tramite degli impianti di pompaggio), propalata nella loro opera di evangelizzazione dagli attivisti del Kyoto Club a danno - in genere - di poveri scolaretti, non appare dunque praticabile.

C'è anche un altro problema: i sistemi di pompaggio appartengono agli stessi proprietari delle centrali idroelettriche, a partire da Enel. Per ammortizzarne i costi potrebbe perciò capitare che si preferisca delegare a queste ultime il lavoro di bilanciamento della rete, che è anche ben remunerato, piuttosto che ricorrere ai pompaggi.

Ma il problema principale di eventuali nuovi impianti di pompaggio è la loro localizzazione ed il consumo di territorio che ne consegue: occorre creare due invasi, uno a monte ed uno a valle, con adeguato dislivello altimetrico. Non ci pare, nonostante i troppo facili ottimismi, che in Italia ci siano molte località che si prestano allo scopo, senza contare la reazione delle popolazioni eventualmente coinvolte. Se era quasi impossibile costruire nuovi bacini idroelettrici già negli anni 60, a maggior ragione sarà difficile costruirne adesso con, in più, le caratteristiche adatte anche ai pompaggi.

Eppure, nonostante l'evidenza, si insiste con questa ipotesi. Del resto, senza accumuli, crollerebbe tutto il castello di carta delle FER elettriche non programmabili. Ed allora pronti via! Tutti a proporre nuovi impianti di accumulo e nuovi bacini per i pompaggi. Eccone un esempio significativo.

Il dodici marzo scorso è stata ascoltata in audizione sul PEC dalla commissione Attività Produttive della Camera la Terna, di cui è disponibile il resoconto stenografico che consigliamo di leggere, almeno per quello che riguarda l'intervento dell'amministratore delegato Luigi Ferraris.

La Terna ha presentato in audizione un documento di sintesi che, altrove ed in altre circostanze, sarebbe stato considerato la condanna a morte per la transizione energetica fin qui condotta. Vi leggiamo: "Negli ultimi anni deterioramento delle condizioni di adeguatezza del sistema elettrico"; "Senza nuove infrastrutture di rete, segnali a termine per rinnovo parco impianti e nuovi storage obiettivi non raggiungibili" (cioè, traducendo per i profani: oltre che per investimenti senza fine, sono necessari tanti soldi per incentivi, garanzie ai PPA e capacity market); "In situazioni di criticità il mercato spot non ha fornito i corretti segnali di prezzo necessari per gli investimenti in nuova capacità"; "Essenziale avviare il Capacity Market entro metà giugno 2019 e semplificare e velocizzare le procedure autorizzative sia per gli impianti a gas sia per gli impianti di accumulo"; "Fondamentale la semplificazione dei processi autorizzativi per le reti in alta tensione"; "Necessari almeno 3 GW di nuovi sistemi di accumulo e almeno 3 GW di capacità a gas aggiuntiva a quella attuale (sebbene l'Italia si trovi in una situazione riconosciuta di eccesso di capacità produttiva. Ndr) e fino a 6 GW in caso di assenza di nuovi accumuli"; "Al 2030 necessità di ulteriori 6 GW di pompaggio al Centro, al Sud Italia e nelle Isole per la gestione in sicurezza del sistema elettrico sempre più caratterizzato da FER (in alternativa al pompaggio sarà possibile sviluppare accumuli elettrochimici)" eccetera eccetera. Gli errori nel documento Terna, anche dal punto di vista della pura analisi logica, sono enormi. Ce ne sarebbe stato abbastanza per finire sbranati vivi dai commissari, i quali, invece, si sono dimostrati non solo accondiscendenti verso Ferraris, ma in alcuni casi finanche servili.

In particolare, abbiamo appreso esterrefatti dall'audizione Terna che "il centro-sud, includendo la Sicilia, la Sardegna, la Calabria, la Basilicata, la Campania, ha volumi potenziali di bacini idroelettrici... dell'ordine, tanto per fissare un numero potenziale, di 10.000 megawatt e una buona fetta di questi sono già nella forma brownfield, cioè nella forma di ristrutturazione di impianti già esistenti."

Persino più prometeico era apparso l'RSE nel suo recente studio "Analisi di impatto dello scenario del PNIEC sul sistema elettrico ed interventi di mitigazione delle criticità", in cui venivano prospettati persino serbatoi marini per i pompaggi e spese nell'ordine dei miliardi di euro all'anno per i soli sistemi di accumulo.

In questa temperie politico-culturale sessantottesca da "immaginazione al potere" al fine raggiungere a tutti i costi la "decarbonizzazione integrale", ormai non ci stupiremmo neppure se qualcuno, per garantire i pompaggi nella misura adeguata, si presentasse in Parlamento proponendo, che so, di spostare una catena alpina in Sardegna oppure i fiordi norvegesi sulle coste garganiche.

La Terna, auspica dunque pro domo sua, soprattutto in considerazione della drammatica situazione del margine di riserva, 1) la costruzione di nuovi impianti a gas con l'avvio rapido del capacity market, 2) la realizzazione di immensi sistemi di storage sia elettrochimico sia idroelettrico, 3) nuovi investimenti per la regolazione di frequenza e inerzia della rete e 4) la realizzazione di un imponente sistema di cavidotti, in particolare il "cavo triterminale". Caso per caso, questo vorrebbe significare, prescindendo dagli incentivi per le Fer elettriche che i redattori del PEC escludono - guarda caso - dopo il 2020 (ed al di là della fattibilità tecnica delle opere previste ed i tempi della loro realizzazione): 1) costi nell'ordine dei miliardi di euro all'anno, 2) costi nell'ordine dei miliardi di euro all'anno, una fetta dei quali la stessa Terna vorrebbe incassare, 3) costi nell'ordine delle centinaia di milioni di euro all'anno, da considerare introiti a vantaggio esclusivo della Terna, di fatto monopolista della rete e 4) costi nell'ordine del miliardo di euro all'anno, che rappresenterebbero anche in questo caso puri ricavi per la monopolista Terna.

Proprio da queste cifre scaturisce la proposta del piano decennale Terna 2019, appena presentato al Ministero dello Sviluppo Economico. Una proposta in linea con quanto già delineato lo scorso anno dall’operatore, che prevede importanti interventi infrastrutturali, per un valore complessivo delle opere stimato, appunto, intorno ai 12 miliardi di euro, come si ricava dall'articolo del Sole del 5 febbraio "Terna, investimenti per oltre 12 miliardi sulla rete elettrica".

Su tutte le opere previste domina il "triterminale" Continente-Sicilia-Sardegna, da realizzare, secondo il sottosegretario Davide Crippa, chiedendo al gestore di rete di "velocizzare" i piani di investimento per non lasciare la Sardegna al buio a causa del phase-out dal carbone entro il 2025.

La Staffetta Quotidiana ironizza nell'articolo del 31 gennaio "Addio al carbone, che ci vuole?":

"In realtà non è affatto così facile, come Crippa del resto sa bene. Il "collegamento con la Sicilia" è un'opera ciclopica, con pochi o nessun paragone al mondo, attraversa tre regioni e conta lunghissimi tratti offshore, ha un costo stimato di 2,6 miliardi di euro (da ripagare con le bollette)... Ma soprattutto è estremamente improbabile per non dire impossibile che, se un cavo offshore di pochi chilometri come il Sicilia-Calabria avviato nel 2016 ha richiesto oltre 10 anni tra richiesta di autorizzazione e avvio, il nuovo "triterminale" possa essere realizzato in meno di sei anni da oggi, qualunque accelerazione il governo intenda imprimere a Terna".

La maggiore incongruenza logica, in realtà, si riscontra proprio nella soluzione del pompaggio proposta per risolvere il problema degli accumuli. Si dovrebbe infatti incentivare la creazione di nuovi bacini ad hoc, che nessun privato ovviamente sarebbe disposto a finanziare, ed indurre gli stessi proprietari di quegli stessi impianti idroelettrici (evidentemente tramite incentivi pubblici perchè non esiste più - come abbiamo visto - la convenienza economica) ad utilizzare la produzione elettrica (incentivata) in eccesso da eolico e fotovoltaico per i pompaggi. Per riassumere: si auspica un sistema incentivato alla terza potenza!

Temiamo invece che tutto finisca come prevedeva Giuseppe Tomassetti, vice presidente di FIRE, qualche anno fa: "sarà forse necessario dedicare tutto l'idroelettrico a funzioni di regolazione senza attendere, o sperare, drastiche innovazioni negli accumuli".

E così, anzichè privilegiare gli impianti idroelettrici a bacino già esistenti, recuperandone la produttività storica attraverso la manutenzione straordinaria e guadagnando potenziale dedicandoli esclusivamente alla produzione di energia elettrica come suggerito da Italia Nostra, e costruendo a tal fine nuovi impianti irrigui in pianura per intercettare gli episodi di piena invasando volumi importanti da destinare all'irrigazione, si procederebbe al contrario, destinando tutto l'idroelettrico a bacino esistente (non incentivato) ad una funzione vassalla di eolico e fotovoltaico (incentivati) e costruendo nuovi bacini per il pompaggio là dove c'è maggiore concentrazione di eolico (anche se sarebbe bello andare prima a vedere dove costruirli). Allora il delitto delle rinnovabili elettriche non programmabili sarebbe veramente perfetto.  

Abbiamo la vaga impressione che chiarezza e credibilità delle affermazioni nell'odierna politica energetica siano passate in secondo piano. Questo darà certezza ai timori, tra gli altri, di Giuseppe Ricci, presidente di Confindustria Energia, di un "concreto rischio di avere un sistema energetico inaffidabile e soggetto a interruzioni al quale il nostro Paese non è abituato, con il rischio di dover ricorrere a interventi di emergenza a costi gravosi per tutto il Sistema".

I rischi del phase-out dai combustibili fossili, oltre alla già avvenuta distruzione dei mercati dell'energia elettrica all'ingrosso si stanno d'altronde concretizzando anche per altri Paesi europei. Così, ad esempio, sul Quotidiano Energia del 14 gennaio scorso, abbiamo letto il titolo "Deviazioni frequenze, Francia a un passo dal blackout":

"Sistema elettrico “salvato” dagli interrompibili. Il calo al di sotto dei 50 Hz dovuto a un calcolo errato sulle linee Austria-Germania".

O anche, appena tre giorni dopo, in un altro articolo dello stesso Quotidiano Energia "Freddo, la Francia chiede aiuto al carbone":

"Il Tso elettrico Rte (la Terna francese. Ndr) invita a interrompere lo sciopero a Cordemais (1,2 GW)... L’appello diramato da Rte è un insperato aiuto ai lavoratori delle centrali a carbone francesi, in sciopero per protestare contro il phase-out dei combustibili solidi fissato dal Governo entro il 2022."

Tutto questo (dannoso) zelo ultra ortodosso per la tutela del clima globale condurrà inevitabilmente tutti i Paesi europei, come già riconosciuto dall'Olanda, alla creazione di un installato con caratteristiche di alta flessibilità pari all'installato delle fonti rinnovabili non programmabili. Un raddoppio del sistema elettrico, in definitiva, ed una moltiplicazione dei suoi costi. Un bel risultato, non c'è che dire. E in Italia andrà pure peggio perchè al 2030 il potenziale delle FER elettriche non programmabili, per raggiungere il velleitario e controproducente sotto-obiettivo di produzione del 55,4% dei consumi interni, sarà verosimilmente quasi il doppio del picco di potenza storico finora resosi necessario in Italia: ben presto, l'energia elettrica prodotta negli orari e nelle giornate più favorevoli non si saprà neppure più dove metterla.

Morale della favola: per l’energia non esistono soluzioni semplici nè, tanto meno, aiuta la demagogia politica improvvisata.

Tra un mese ci saranno le elezioni europee. Riproponiamo allora per concludere, come promesso ai nostri lettori ed a maggior ragione dopo quanto scritto sopra, l'affermazione contenuta nell'articolo del Professor Thomas Mayer, economista dell'Università di Witten/Herdecke, sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 2 marzo, dal titolo: "Avanti con la tassa sulla CO2!":

"Si potrebbe pensare che i nostri responsabili politici non abbiano mancato di notare che la loro politica contro il cambiamento climatico raggiunge risultati molto modesti a costi estremamente elevati. Il limite della resilienza dell'economia tedesca rispetto a questa politica dovrebbe presto essere superato. Tuttavia, essi non mostrano alcuna propensione a correggere il corso intrapreso. Il motivo potrebbe essere che una potente lobby verde trae enormi vantaggi da questa politica e impedisce qualsiasi cambiamento. Spetterebbe agli elettori convincere i politici a mostrare a questa lobby il cartellino rosso e perseguire una politica migliore contro il cambiamento climatico".

 

Alberto Cuppini