Sembrava una dimenticanza invece è confermato : il nuovo decreto FER 1, che ha appena avuto il via libera della Commissione UE, ha di fatto cancellato gli scaglioni a 20 e 60 kW introducendone uno da 1 a 100 kW al di sotto del quale la tariffa è indifferenziata ma soprattutto esclude ogni possibilità di accesso diretto agli incentivi per i piccoli impianti.

La situazione che si è venuta a creare si può riassumere nelle due immagini sottostanti, la prima tratta dalle “PROCEDURE APPLICATIVE DEL D.M. 23 giugno 2016” fonte Gse  si riferisce alla modalità di accesso agli incentivi fino al 31/12/2017.



Quella sottostante invece è la modalità prevista dal nuove decreto FER 1.



E' da considerare inoltre che proprio sulla spinta degli incentivi esistenti, gli investimenti in questi anni si sono concentrati su impianti di taglia coincidente con gli scaglioni previsti dalle norme sugli incentivi e dalle procedure autorizzative semplificate (PAS) . Il nuovo decreto, cancellando gli scaglioni di 20kW e 60kW, di fatto rende anche poco significativa l’attuale normativa basata proprio sul limite dei 60 kW quale soglia per utilizzare la procedura autorizzativa semplificata ( PAS ) in luogo della autorizzazione unica ( AU ).

C’è anche da dire che a questo problema potrebbero ovviare le singole regioni, infatti Decreto Legislativo 28 del 3 marzo 2011 al punto 9 dell’Art. 6 recita :

“Le Regioni e le Province autonome possono estendere la soglia di applicazione della procedura di cui al comma 1 agli impianti di potenza nominale fino ad 1 MW elettrico,…”

Pertanto in qualche regione il minieolico uscito dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra usufruendo inoltre di turbine di maggior potenza.

L'ossessiva presenza del presidente dell'Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento) Simone Togni presso i grillini dei Palazzi del Potere romano ha contraddistinto i primi mesi del nuovo governo. M5S e Anev saranno reciprocamente fedeli finchè morte non li separi? La Rete della Resistenza sui Crinali NON manda agli sposini i propri rallegramenti. In compenso, domenica alle urne i comitati contro l'eolico faranno pervenire ai 5 Stelle uno sgradito regalo di nozze. 

 

Luglio 2018: il neo eletto ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio si precipita ad omaggiare il presidente dell’Anev Simone Togni.

Secondo lo Spiegel, l'idea tedesca dell'Energiewende sta facendo naufragio. In Germania "nessun politico teme niente di più che la resistenza dei cittadini se da qualche parte deve essere installata una pala eolica o se deve essere costruito un elettrodotto". Questo disastro voluto dalla Merkel favorisce Alternative für Deutschland, che da anni cavalca posizioni dichiaratamente negazioniste sul surriscaldamento del pianeta. Per Le Figaro, circa la contestazione alle pale eoliche, in Francia "cittadini ed eletti prendono al balzo la palla dei gilet gialli per fare intendere la loro collera": gli oppositori delle pale, privati da Macron delle proprie legittime tutele giurisdizionali, ora hanno indossato, come naturale conseguenza, i gilet gialli e guidano l'insurrezione nelle piazze francesi. Ciò a vantaggio del Front National (ora Rassemblement National), da sempre favorevole a decretare una moratoria immediata dell’eolico. Analoga la posizione di Farage nel Regno Unito. In Olanda, la più ambiziosa legislazione al mondo per la lotta ai cambiamenti climatici ha reso in alcune province rurali la lotta tra campagna ed energia eolica molto accesa ed ha portato alla vittoria nelle recenti elezioni il partito Forum voor Democratie, il cui leader Thierry Baudet esclude esplicitamente qualsiasi ulteriore sviluppo dell’energia eolica. In Ungheria le norme vietano di fatto l’installazione di nuove pale eoliche. In Italia, invece, tutto tace. Forse contribuiscono gli incentivi alle Fer elettriche senza pari al mondo, che garantiscono ai loro percettori una rendita puramente parassitaria di 12 miliardi di euro all'anno. Nonostante ciò, noi suggeriamo a chi si richiama alle radici identitarie l'uso delle ruspe anche per le fallimentari ed inaccettabili pale eoliche, se non altro per rimarcare le distanze dal M5S e dai loro amici dell'Anev.

 

Sarà un caso? La scorsa settimana sulla copertina dello Spiegel (il settimanale tedesco che vanta la maggior tiratura ed una delle riviste europee più influenti) è apparso il disegno di un lugubre paesaggio con tante pale eoliche spezzate ad illustrare il titolo "Pastrocchio in Germania. Transizione energetica (Energiewende): come una grande idea tedesca fa naufragio".

"Il maggiore fallimento della Merkel alla fine del suo cancellierato". "L'Energiewende manca di impianti, reti e accumuli. Lo Stato ha sperperato miliardi".

Niente meno. Per noi non è una novità, ma per lo Spiegel, almeno su questa materia, questi toni non sono certo consueti. Leggiamo ancora qua e là (tutti i grassetti del post sono nostri):

"I sondaggi mostrano come la grande idea della Energiewende conduce ad una frustrazione ancor più grande. Nonostante tutta la simpatia per il progetto, i cittadini oggi lo vedono come costoso, caotico, ingiusto... Secondo la Corte dei Conti federale, l'Energiewende è costata almeno 160 miliardi di euro negli ultimi 5 anni. Lo sforzo è stato "enormemente sproporzionato rispetto al mediocre guadagno"... Manca tutto: dalle reti agli accumuli, e soprattutto alla volontà politica ed alla capacità manageriale... E nessuno teme niente di più che la resistenza dei cittadini se da qualche parte deve essere installata una pala eolica o se deve essere costruito un elettrodotto."

 

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sul Mattino di oggi: “Pensare che nei prossimi 10 anni la capacità eolica possa raddoppiare, senza incentivi e con la forte opposizione di oggi, è come sognare”. E' dunque a causa della nostra "forte opposizione" che le porcherie che Lorsignori hanno in mente non hanno avuto e non avranno scampo. Questa constatazione è per noi una involontaria decorazione al valor civile. Se si lamentano della forte opposizione "di oggi" non sanno che cosa li aspetta domani... A cominciare dalle elezioni europee del 26 maggio, quando negheremo il voto ai 5 Stelle (a Roma sfacciatamente amici dell’Anev) che oggi comandano (si spera ancora per poco) ai ministeri dello Sviluppo (Di Maio) e dell’Ambiente (Costa). 

 

La "Rete resistenza crinali" è stata evocata come esempio delle "opposizioni" alle pale eoliche da Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sul Mattino di oggi nell’articolo dal titolo “Se l’energia eolica è cara ma necessaria”.

Il professor Tabarelli (si deduce) si è recato a Casoni di Romagna dove ha avuto un incontro ravvicinato con le pale dell’Agsm che “fanno un rumore che intimorisce” (prendete nota di questa testimonianza disinteressata della rumorosità delle pale per un prossimo futuro, quando verranno proposti aerogeneratori ancora più grandi).

Col suo articolo, il professor Tabarelli ci vuole fare capire che le pale, nonostante siano rumorose, facciano schifo, costino un’esagerazione eccetera eccetera, devono essere montate comunque perchè “gli obiettivi che si è data l’Europa verso la completa decarbonizzazione implicano una loro forte espansione” (questo dovrebbe essere di monito alle associazioni ambientaliste nostre amiche che chiedono la “decarbonizzazione integrale” ed in particolare a chi di recente – incredibilmente – ha persino aderito all’indegna immolazione mass-mediatica della povera “piccola Greta” inscenata dagli speculatori della “green economy”).

Quindi, secondo Tabarelli, ci possiamo mettere il cuore in pace e lasciarci impalare. L’unico problema, per lui, è dove trovare i soldi per incentivare le pale da installare nel 2030, visto che saranno necessari incentivi ben superiori a quelli passati (lui stesso ammette che si dovrà installare in 10 anni la stessa quantità di pale in più (in realtà dovrà essere il 150% in più) rispetto a quelle montate in venti anni (lui dice trenta, ma quelle installate prima degli incentivi rappresentavano una quantità irrilevante).

Da notare che Tabarelli, tra gli esperti di energetica di vaglia, è uno dei maggiori critici delle politiche delle Fer elettriche non programmabili  seguite finora dai governi italiani. E quindi: se tanto mi dà tanto...

Lo stesso Tabarelli, però, è scettico sui risultati al 2030. Infatti scrive: “Pensare che nei prossimi 10 anni la capacità possa raddoppiare, senza incentivi e con la forte opposizione di oggi, è come sognare”. In realtà gli incentivi si troveranno. A Roma stanno lavorando proprio su questo (lo strumento individuato sono quei PPA che vengono evocati nell’articolo e per i quali alla fine sarà prevista una garanzia pubblica) perchè proprio gli incentivi - enormi - sono il vero motivo di tanto affaccendarsi al ministero dello Sviluppo economico (soprattutto) ed in quello dell’Ambiente.

Come scrivono gli Amici della Terra nell’ultimo numero dell'Astrolabio sulla recente (tendenziosa e imbarazzante sia nella forma che nella sostanza) “Pubblica Consultazione” sul Piano Energia Clima nell'articolo "Tante Preghiere, Poca Politica":

"Il dibattito continua a svolgersi fra addetti ai lavori e la Consultazione si è svolta su un questionario predisposto dal ministero per lo Sviluppo economico che limita l’oggetto del confronto ai suggerimenti per rendere più accettabili alle popolazioni locali programmi che sono dati per scontati nella loro impostazione e definizione".

Il vero problema irrisolvibile per i Lorsignori dei ministeri è dunque “la forte opposizione di oggi”.

AMICI DEI COMITATI: SI STA PARLANDO DI NOI! E’ A CAUSA DELLA NOSTRA “FORTE OPPOSIZIONE” CHE LE PORCHERIE CHE HANNO IN MENTE NON HANNO AVUTO E NON AVRANNO SCAMPO. Questa constatazione di Tabarelli è per noi una involontaria decorazione al valor civile. Ne prendiamo orgogliosamente atto. Ma SE SI LAMENTANO DELLA FORTE OPPOSIZIONE “DI OGGI”, NON SANNO CHE COSA LI ASPETTA DOMANI.

A questo proposito, e tanto per cominciare, vorremmo ricordare a tutti gli anti-eolici di Italia che tra due settimane si voterà per le Europee e che i Signori del Movimento 5 Stelle (a Roma sfacciatamente amici dell’Anev) che oggi comandano (si spera ancora per poco) ai ministeri dello Sviluppo (Di Maio) e dell’Ambiente (Costa) NON avranno il nostro voto.

Alberto Cuppini

 

Sul Piano Energia Clima (PEC) per il 2030 (ed in particolare sul settore elettrico) incombono costi insostenibili. Nonostante un acclarato eccesso di capacità di produzione elettrica, si manifesta fin d'ora il problema di come coprire il fabbisogno creato dalla chiusura anticipata di troppi impianti termoelettrici. La soluzione principale indicata dal PEC sono gli accumuli. Ma gli accumuli elettrochimici sono impianti costruiti solo per le emergenze critiche, che nulla hanno a che fare con lo stoccaggio delle enormi quantità di energia elettrica che verranno prodotte, secondo il PEC, nel 2030 da FER non programmabili. Basti pensare, tanto per fare un esempio delle dimensioni del problema, che è prevista una produzione da fonte solare di 74,5 TWh. Per produrre con il fotovoltaico una simile quantità di energia, nel 2030 saranno necessari - ipotizzando la stessa produttività del fotovoltaico del 2018 di circa 1.100 ore all'anno (22 TWh prodotte da quasi 20 GW di potenza) - ben 67,7 GW di potenza FV installata (74,5 TWh : 1.100 ore), cioè una potenza, essa sola, superiore del 10% al picco massimo di domanda elettrica mai registrato in Italia. Che fare allora delle mostruose eccedenze produttive se non regalarle all'estero oppure arrestare di continuo parte della produzione non programmabile? La maturità tecnologica conclamata da Rifkin delle celle a combustibile e quella economica dell’idrogeno si sono rivelate due colossali bufale. L'ipotesi dei pompaggi nelle dighe idroelettriche è impercorribile per una serie di motivi, innanzi tutto per banali ragioni di convenienza economica: i sistemi di pompaggio già esistono e già oggi sono largamente sottoutilizzati. Il motivo di questo sottoutilizzo sta proprio in uno degli effetti prodotti dalle Fer elettriche non programmabili: il progressivo restringimento dello spread del prezzo dell'elettricità all'ingrosso tra le ore (diurne) di picco e le ore (notturne) di fuori picco ne ha eliminato in gran parte la convenienza. Eppure, nonostante l'evidenza, a Roma si insiste con questa ipotesi dei pompaggi. Del resto, senza accumuli, crollerebbe tutto il castello di carta della transizione energetica basata sulle FER elettriche non programmabili. Alla fine sarà forse necessario dedicare l'idroelettrico esistente a funzioni di regolazione, destinando tutto l'idroelettrico a bacino (non incentivato) ad una funzione vassalla di eolico e fotovoltaico (incentivati). Chiarezza e credibilità delle affermazioni nell'odierna politica energetica italiana sono passate in secondo piano. Tutto questo (controproducente) zelo ultra ortodosso per la tutela del clima globale condurrà inevitabilmente tutti i Paesi europei, come già riconosciuto dall'Olanda, alla creazione di un installato con caratteristiche di alta flessibilità pari all'installato delle fonti rinnovabili non programmabili. Un raddoppio del sistema elettrico, in definitiva, ed una moltiplicazione dei suoi costi. Si dimostra vieppiù che per l’energia non esistono soluzioni semplici nè, tanto meno, aiuta la demagogia politica improvvisata.

 

Sul Piano Energia Clima (PEC) per il 2030 (ed in particolare sul settore elettrico) incombono costi insostenibili, come osservato da Antonio Sileo e Nicolò Cusumano, ricercatori della Bocconi, nell'articolo sulla Staffetta Quotidiana dell'8 marzo "Elettricità, lo stallo delle rinnovabili e il pericolo di stranded cost":

"Obiettivi ambiziosi, certo, la cui implementazione vera è rimandata alla prossima legislatura. I nuovi investimenti si concentreranno, così si legge, tutti dopo il 2024... A questo si dovrà aggiungere il sembra definitivo abbandono al 2025 del carbone, compresa la nuova centrale di Torrevaldaliga Nord da ben 1.980 MW entrata in esercizio meno di dieci anni fa, la cui conversione da olio a carbone, ricordiamolo, è costata quasi 2 miliardi di euro... Attualmente l'Italia vive una situazione di eccesso di capacità di produzione rispetto alla domanda. La bassa redditività degli impianti termoelettrici sta già portando alla chiusura, anche anticipata, di molti impianti. In un futuro sempre più prossimo bisognerà, quindi, ricominciare seriamente a domandarsi come coprire il fabbisogno e quindi favorire nuovi investimenti."

Proprio per coprire questo fabbisogno, accumulando la produzione non programmabile della quantità stragrande di impianti eolici e fotovoltaici previsti per il 2030, da qualche anno si favoleggiava di un impianto all'avanguardia nello stoccaggio di energia elettrica in costruzione proprio a Torrevaldaliga Nord.

Un paio di mesi fa abbiamo appreso sbalorditi, dalla Staffetta Quotidiana dell'11 febbraio nell'articolo "Batteria a Torre Nord, Viale: Enel precursore negli accumuli", che "Enel ha confermato oggi che il suo progetto di batteria da poco meno di 10 MW presso il gruppo 4 della centrale di Torrevaldaliga nord (Rm) è stato selezionato da Terna nell'ambito del progetto pilota..."

La potenza è però solo uno dei due elementi per stabilire la capacità di accumulo dell'impianto; l'altro è il tempo: queste due componenti, assieme, sapranno rivelarci quali sono le potenzialità del sistema. Ecco allora fornita nello stesso articolo, sia pure indirettamente, l'informazione che mancava:

"Il sistema di accumulo integrato, scrive Enel nella nota, sarà la prima batteria da 10 MW in Italia, e avrà una capacità di energia di 11 MWh".

In altre parole, dividendo l'energia per la potenza, l'Enel ci informa candidamente che il suo ciclopico sistema ha una durata di poco più di... un'ora ( ! ). Ci sono cadute le braccia. Per intenderci meglio facciamo un esempio: 11 MWh rappresentano esattamente il consumo elettrico pro capite annuo di 2 (due!) italiani. Oppure, se preferite, 11 MWh rappresentano la riserva per assicurare i consumi elettrici di 17.520 cittadini per un'ora (2 X 8.760 ore da cui è composto un anno). In un sistema integralmente decarbonizzato e basato sulle Fer non programmabili, come previsto dal PEC in prospettiva 2050, rimarrebbe il non piccolo problema di come accumulare energia elettrica per i bisogni dei restanti 60 milioni di italiani nel caso in cui non tirasse vento per le pale e non splendesse il sole per i pannelli. A meno, ovviamente, di ipotizzare la costruzione di migliaia di impianti di stoccaggio come quello di Torrevaldaliga su tutto il territorio nazionale. A quel che ci risulta, la notizia non è stata commentata (e quindi ridicolizzata) da nessun organo di stampa nazionale a larga diffusione.

Ancora più modesti i risultati della concorrenza dell'Enel. Veniamo a sapere, ad esempio, nell'articolo di Tuttoscienze della Stampa del 6 febbraio a firma Luigi Grassia "La batteria per le rinnovabili. Edison la abbina a un super-impianto. Rimedio all'incostanza di Sole e vento" che la Edison "ha abbinato un grande sistema di accumulo da 822 kWh al suo impianto fotovoltaico di Altomonte, in provincia di Cosenza, per sperimentare la capacità di queste batterie di essere complementari all'energia ricavata dal Sole... il sistema di immagazzinamento di Altomonte... è racchiuso in un anonimo container... dentro si trovano 108 moduli di batterie agli ioni di litio per una potenza installata di 500 kiloWattt".

Gli errori principali della SEN di Gentiloni-Calenda sono stati riproposti nel recente Piano Energia Clima (PEC). Il PEC prevede 184 miliardi di euro di investimenti, cioè il quintuplo di quello che aveva vagheggiato a fine 2017 Calenda nella sua SEN. E' però facile prevedere che la spesa totale potrebbe essere, a regime, addirittura il doppio dei previsti 184 miliardi (determinando, tra l'altro, un'ulteriore pesante riduzione di competitività delle imprese italiane, in particolare quelle manifatturiere, esposte alla concorrenza internazionale), da aggiungere ai 230 già stanziati solo per gli incentivi alle Fer elettriche. Alla fine risulterà un impegno pro capite complessivo nell'ordine dei 10 mila euro, una cifra da capogiro che ciascun italiano, in media, dovrà sopportare, senza peraltro ottenere alcuna riduzione delle emissioni globali clima-alteranti, destinate ad aumentare a dismisura in tutto il resto del mondo tranne che in Europa. La politica europea avrebbe potuto essere più efficace se si fosse basata su un solo semplice target di riduzione delle emissioni. Il dover rispettare obiettivi di secondo ordine, come la percentuale di energia da rinnovabili sui consumi, potrà rendere meno efficace, più costoso (l'Italia già nel 2016 è stata prima tra i Paesi del G20 nei prezzi finali dell’elettricità all’industria) e meno tempestivo lo sforzo verso l’obiettivo primario. Interesse nazionale, benessere della popolazione, profitti delle imprese non possono essere ignorati in nessun caso, pena la castrazione energetica della Nazione e la rivolta degli italiani. Necessario non affidarsi più, per affrontare il problema, nè ai cavillosi regolamenti dei tecnocrati della Commissione europea ad egemonia tedesca nè al pensiero unico dell'integralismo ambientalista a cui si è ispirata la COP21 di Parigi. Anche in Germania si comincia a capire che i politici, nonostante i danni evidenti per il Paese, "non mostrano alcuna propensione a correggere il corso intrapreso. Il motivo potrebbe essere che una potente lobby verde trae enormi vantaggi da questa politica e impedisce qualsiasi cambiamento. Spetterebbe agli elettori convincere i politici a mostrare a questa lobby il cartellino rosso e perseguire una politica migliore contro il cambiamento climatico". Tra un mese e mezzo si voterà per il rinnovo del Parlamento europeo. Il tema principale, oggi, è salvare l'Unione da se stessa, da regole troppo stringenti, in particolare da quel misto di ordoliberismo e neomercantilismo che la sta soffocando. E' assolutamente indispensabile cambiare l'Europa per non sfarinarla. Se si confermassero i rapporti politici in essere, lo sfaldamento già avviato sarebbe destinato ad accelerare. Il primo segnale, dopo le elezioni, per dimostrare che la rotta è cambiata, dovrebbe essere l'immediata abolizione del Clean Energy Package, a cui dovrebbe seguire un diverso approccio europeo verso le COP, pretendendo come condizione preliminare, prima di spendere un altro euro o di intraprendere nuove politiche restrittive, che tutti gli altri Paesi si conformino ai migliori standard europei di efficienza energetica.

 

 

Il 22 giugno dello scorso anno, nell'appello rivolto al neo eletto Governo Conte per scongiurare la nuova ondata di incentivi alle fonti rinnovabili elettriche impattanti (in particolare all’eolico) e per cambiare la Strategia Energetica Nazionale, una coalizione di 11 associazioni ambientaliste scriveva:

"La Strategia Energetica Nazionale si riduce così ad una Strategia Elettrica Nazionale dove appare ormai evidente che ci troviamo ad affrontare le spinte di alcune lobby  che stanno cercando di imporre “una” soluzione come “la” soluzione del futuro, evitando che il dibattito e le analisi prendano in considerazione tutte le soluzioni possibili, scegliendo la migliore, la più conveniente e sostenibile per il Paese. La decarbonizzazione non passa infatti solo dall'elettrico, né tanto meno dall'eolico industriale, meno che mai in Italia."

L'appello è rimasto del tutto inascoltato dal nuovo Governo. Gli errori principali della SEN di Gentiloni-Calenda sono stati anzi riproposti nel recente Piano nazionale integrato Energia Clima (PEC). 

Adesso, sia pure con colpevole ritardo, cominciano ad affiorare qua e là - ma rigorosamente MAI sui maggiori organi di informazione italiani, monopolizzati dalla borghesia vendidora - i primi seri dubbi sull'efficacia delle politiche europee di contrasto al cambiamento climatico.

Konrad Lorenz nel libro del 1968 "Gli otto peccati capitali della nostra civiltà" anticipava le abiette motivazioni e gli esiti infausti della proliferazione incontrollata delle onnipresenti pale eoliche e degli altri impianti di produzione elettrica "ad energia pulita": "Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente collegati", scriveva allora il Nobel padre dell'etologia. "La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro, perchè va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile. Coloro cui spetta la decisione di costruire una strada, o una centrale elettrica o una fabbrica che deturperà per sempre la bellezza di una vasta zona sono del tutto insensibili alle istanze estetiche."

Oltre 50 anni fa - non a caso nel 1968 (cinque anni prima di vincere il premio Nobel per la medicina e quindi diventare universalmente noto) - l'austriaco Konrad Lorenz, il padre dell'etologia moderna, scrisse di getto un agile libretto dal titolo "Gli otto peccati capitali della nostra civiltà", presto diventato un best seller della saggistica mondiale. Un libro molto controcorrente rispetto al pensiero unico sessantottino, e quindi molto pericoloso da esporre nelle vetrine delle librerie durante gli "anni di piombo".

Il tempo, come sempre, è stato galantuomo, confermando le capacità sciamaniche di Lorenz nell'intravedere le tendenze evolutive della specie umana.

Il libro deve essere assolutamente riletto oggi, quando agli "anni di piombo" e alla "lotta dura senza paura" a fianco delle "masse proletarie" sono succeduti senza soluzione di continuità gli "anni della melassa" e del buonismo politicamente corretto (come scriveva Lorenz: "Le malattie intellettuali della nostra epoca usano venire dall'America e manifestarsi in Europa con un certo ritardo").

Al filone del buonismo politicamente corretto, ossessionato da due o tre idee fisse al punto da trascurare tutta la varietà e la complessità del mondo, può essere certamente ascritto anche il ghiribizzo di risolvere i problemi planetari del cambiamento climatico piantando pale eoliche e pannelli fotovoltaici da tutte le parti, nè più nè meno di come gli indigeni dell'isola di Pasqua piantavano le statue Moai.

Proprio alle vere, abiette motivazioni degli "ecologisti del fare" (si sono spesso davvero autodefiniti così) ed ai danni cagionati dagli aerogeneratori giganti pare fare riferimento Lorenz (trent'anni prima che apparissero davvero le grandi pale!) nel capitolo che tratta del secondo peccato capitale della nostra civiltà (il primo è la sovrappopolazione, a cui Lorenz fa risalire gli altri sette): la devastazione dello spazio vitale.

Al capitolo sulla devastazione dello spazio vitale appartengono i brani riportati di seguito. I grassetti sono nostri.

Un consiglio. Anzi: due consigli. Il primo ai nostri lettori: procuratevi il libro in biblioteca e leggetevelo tutto, dall'inizio alla fine. Ne rimarrete entusiasti. Il secondo alla casa editrice Adelphi, che ne possiede i diritti: ripubblicate il libro! Oggi è più attuale di allora: sarà di nuovo un successo.

Infine, prima di lasciare la parola a Lorenz, una dedica. La frase "La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme... va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile" la vogliamo dedicare agli spregiudicati lobbysti delle rinnovabili organizzatori della recente manifestazione "global strike", che hanno cinicamente strumentalizzato la povera ragazzina svedese. Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli...

 

 

La fretta affannosa del nostro tempo non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei “doers”, della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. (...)

 

Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente, sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato. Come può un individuo in fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente brutta e banale, dell’uomo? (...)

 

Tra l’immagine della periferia urbana e quella del tumore esistono evidenti analogie: in entrambi i casi vi era uno spazio ancora sano in cui sono state realizzate una molteplicità di strutture molto diverse, anche se sottilmente differenziate fra loro e reciprocamente complementari, il cui saggio equilibrio poggiava su un bagaglio di informazioni raccolte nel corso di un lungo sviluppo storico; laddove nelle zone devastate dal tumore o dalla tecnologia moderna il quadro è dominato da un esiguo numero di strutture estremamente semplificate. Il panorama istologico delle cellule cancerogene, uniformi e poco strutturate, presenta una somiglianza disperante con la veduta aerea (...)

 

Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente collegati e gli uomini che sono costretti a vivere nelle condizioni sopra descritte vanno chiaramente incontro all’atrofia di entrambi. Sia la bellezza della natura sia quella dell'ambiente culturale creato dall'uomo sono manifestamente necessarie per mantenere l'uomo psichicamente e spiritualmente sano. La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro, perchè va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile. Coloro cui spetta la decisione di costruire una strada, o una centrale elettrica o una fabbrica che deturperà per sempre la bellezza di una vasta zona sono del tutto insensibili alle istanze estetiche. Dal sindaco di un piccolo paese al ministro dell’economia di una grande nazione, tutti sono d’accordo nel ritenere che non valga la pena di fare sacrifici economici, e tanto meno politici, per difendere la bellezza del paesaggio. I pochi scienziati e difensori della natura che vedono lucidamente approssimarsi la tragedia sono totalmente impotenti. Avviene infatti che un comune che possiede piccoli appezzamenti di terreno sul limitare di un bosco scopra che questi aumenteranno di valore se saranno collegati da una strada; e ciò basta perché il grazioso ruscello che attraversa il paese venga deviato, incanalato e ricoperto di cemento, e perché un bel viottolo di campagna venga immediatamente trasformato in una orrenda strada di periferia.