Il viceministro leghista dello Sviluppo economico Dario Galli ha risposto ad una interrogazione per conoscere gli effetti sulle tasche degli italiani delle misure previste dal Piano Nazionale integrato Energia Clima (Pniec) per il 2030, secondo il quale la produzione del fotovoltaico, che dovrà passare da poco più dei 20 TWh del 2018 ai 74,5 del 2030, è destinata a quasi quadruplicare e la produzione da eolico, che dovrà passare dai 17 TWh del 2018 ai 40,1 del 2030, dovrà più che raddoppiare. Siamo rimasti esterrefatti da come un viceministro (leghista!) abbia eluso tutte le domande e si sia appiattito sulle posizioni del Movimento 5 Stelle, che coincidono, come da noi più volte denunciato, con i desideri delle lobby delle FER non programmabili (eolico e fotovoltaico) e con le pretese della politica mercantilistica tedesca. E' poco serio pensare che, per realizzare al 2030 un incremento di produzione elettrica da Fer di circa 65 TWh rispetto all'attuale, si prospetti di spendere "solo" 36 miliardi addizionali, mentre per incentivare la stessa identica produzione (circa 65 TWh all'anno sono attualmente incentivati) sono stati impegnati negli ultimi anni (ed in larga parte già spesi) circa 230 miliardi. Galli ipotizza pericolosissime "forme di garanzia pubblica per i PPA" ma non ci dice neppure se i costi per i cittadini continueranno ad essere occultati in bolletta o se verranno addossati alla fiscalità generale oppure se verranno finanziati in deficit spending. Intanto persiste un gap tra i prezzi pagati per l'elettricità dalle piccole imprese italiane rispetto ai competitor europei con un divario del 12,1%. Il divario di prezzo è determinato pressochè interamente (per il 94%) dagli oneri fiscali e parafiscali. Con gli oneri aggiuntivi insiti negli obiettivi Pniec al 2030, sta dunque per piovere sul bagnato, con il concreto rischio, per l'economia italiana, di un'uscita di strada. Ciò comporterà, prima o poi, la totale delocalizzazione delle nostre industrie in altri Paesi dove l'ideologia della transizione energetica basata sulle rinnovabili ed il mantra della "decarbonizzazione integrale" non saranno state neppure prese in considerazione. TUTTI i numeri del Pniec afferenti ai costi vengono dati a braccio, con la massima superficialità e nella totale irresponsabilità dei redattori. A causa delle insanabili contraddizioni tra le diverse anime dei 5 Stelle rischiamo di venire travolti da direttive e regolamenti: alla fine in parte deciderà la Ue e in parte saremo costretti a decidere in pochi mesi. Con il Pniec, aumenteranno le voci "Reti" e "Accumuli" e quelle relative al dispacciamento e al bilanciamento del sistema. La Terna ammette che non è neppure scontato che, chiudendo il grosso della generazione termoelettrica, il sistema elettrico tenga. Tutte le obiezioni tecniche sono però risolvibili, ma con costi che sommati diventerebbero schiaccianti ed insostenibili per qualsiasi economia, ed in particolare per l'arrancante economia italiana dell'ultimo quarto di secolo.

Nella foto Galli e Conte

Lo scorso 26 giugno il viceministro leghista dello Sviluppo economico Dario Galli ha risposto ad una interrogazione presentata da Luca Squeri di Forza Italia alla X commissione della Camera (Attività produttive) per conoscere gli effetti sulle tasche degli italiani delle misure previste dal Piano Nazionale integrato Energia Clima (da ora Pniec) per il 2030.

Al termine della risposta del viceministro Galli, l'onorevole Squeri si è dichiarato "fortemente insoddisfatto della sua risposta che conferma la politica, a suo avviso del tutto errata, di puntare solo su due fonti rinnovabili, il fotovoltaico e l'eolico".

E pensare che persino i dati presentati dall'interrogante, che parlava di "triplicazione del fotovoltaico e quasi raddoppio dell'eolico" non erano precisi in quanto sottostimati, perchè per il conseguimento degli obiettivi UE conta la produzione da rinnovabili, e non il potenziale installato che viene promesso, a cui il governo italiano attribuisce produttività inverosimili. Questo significa che, in realtà, la produzione del fotovoltaico, che dovrà passare da poco più dei 20 TWh del 2018 ai 74,5 del 2030, è destinata a quasi quadruplicare e la produzione da eolico, che dovrà passare dai 17 TWh del 2018 ai 40,1 del 2030, dovrà più che raddoppiare (si vedano le tabelle qui sotto).

Noi, invece, siamo addirittura esterrefatti da come un viceministro (leghista!) abbia eluso tutte le domande e si sia appiattito sulle posizioni del Movimento 5 Stelle, che coincidono, come da noi più volte denunciato, con i desideri delle lobby delle FER non programmabili (eolico e fotovoltaico) e con le pretese della politica mercantilistica tedesca, espresse per il tramite della Commissione UE, ossia, nella brillante definizione del professor Giulio Sapelli, "una ragnatela tecnocratica preda di lobbismo e giurisprudenzialismo".

Confidando che si sia trattato degli ultimi cascami della liaison dangereuse della Lega con il professor Arata, e nella beata speranza che la Lega, almeno in questa materia vitale per i destini del Paese e finora monopolio esclusivo dei 5 Stelle, si dia in fretta un colpo di reni per emendarsi dai diktat tedeschi e dei tecnocrati di Bruxelles, vediamo di indicare i 5 punti principali (di seguito riportati in corsivo e grassetto) della risposta del viceministro Galli che hanno causato la nostra esasperazione.

1) A livello dell'intero sistema energetico nazionale, la previsione nel periodo 2017-2030 è di oltre 180 miliardi di euro di investimenti... Tali investimenti saranno sostenuti prevalentemente dai soggetti privati e dai concessionari di reti energetiche e saranno effettuati, come avviene già oggi, dai relativi gestori nell'ambito del sistema tariffario di remunerazione regolato da ARERA.

Squeri e Galli fanno entrambi riferimento alla fondamentale tabella 64 del Pniec (riproposta qui sotto), celata a pag. 232 del testo e che presenta, nella colonna definita "Delta", alcuni numeri grottescamente sottostimati, in particolare alla voce "Settore elettrico (impianti di generazione)".

 E' poco serio pensare che, per realizzare al 2030 un incremento di produzione elettrica da Fer di circa 65 TWh rispetto all'attuale, si prospetti di spendere 36 miliardi addizionali, mentre per incentivare la stessa identica produzione (circa 65 TWh all'anno sono attualmente incentivati) sono stati impegnati negli ultimi anni (ed in larga parte già spesi) circa 230 miliardi. Delle due l'una: o la tabella 64 è priva di senso comune ed i numeri sono stati buttati lì a caso, oppure il fatto deve essere denunciato alla Magistratura (non solo contabile), perchè in questi anni alle bollette degli italiani sarebbero stati sottratti impunemente quasi 200 miliardi senza plausibili giustificazioni: la responsabilità non può essere addebitata solo alla politica.

Noi propendiamo in particolare per la prima ipotesi. Il madornale errore nel calcolare il Delta della prima riga (Residenziale), cioè 6 miliardi di euro invece dei 63 (!) miliardi ottenibili per differenza da 180 - 117, fa pensare che questa tabella, peraltro imprescindibile, sia stata buttata giù da qualcuno a casaccio e che nessun altro al ministero l'abbia mai nè letta nè tanto meno controllata.

In realtà, come da noi argomentato nel post (a cui rimandiamo) "Eolico: obiettivi ancora in aumento nel PEC 2030. Di Maio persino peggio di Calenda", i costi per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 sottesi al Pniec saranno enormemente superiori a quanto previsto dal governo. Galli, sostenendo che "tali investimenti saranno sostenuti prevalentemente dai soggetti privati e dai concessionari di reti energetiche" dice l'ovvio ma elude la domanda.

E' scontato che, in realtà, i costi per "tali investimenti" saranno sempre e comunque a carico della cittadinanza. Altrimenti non si potrebbe neppure immaginare, ad esempio, per quale motivo le curve logistiche delle traiettorie di crescita dell'energia elettrica prodotta da eolico e FV (che vediamo nella figura 11 del Pniec qui sopra riportata e che testimoniano graficamente, dopo alcuni anni di stabilizzazione orizzontale, la fine del ciclo di vita di quegli investimenti) dopo il 2020 dovrebbero improvvisamente decollare con un'improvvisa crescita iperbolica. I "soggetti privati" a cui fa riferimento Galli dove troverebbero la volontà di investire e, soprattutto, i soldi? Non ci risulta che nel Pniec risulti da nessuna parte come questi investimenti (ma anche quelli degli altri settori...) saranno "promossi", "sostenuti" o "remunerati". La parola "incentivati" è d'altronde vietata, in quanto tabù assoluto che il Pniec evita accuratamente. "Sussidiati" apparirebbe persino una parolaccia.

A maggior ragione, Galli non ci dice neppure se i costi per i cittadini continueranno ad essere occultati in bolletta o se verranno addossati alla fiscalità generale oppure se verranno finanziati in deficit spending, che era proprio quanto l'interrogante - immaginiamo noi - era interessato a sapere. 

2) Gli investimenti sulle fonti rinnovabili elettriche saranno sostenuti con misure diverse: contratti per differenza, tariffe fisse e parziale esenzione dal pagamento degli oneri per l'energia auto-consumata, Power Purchase Agreement (PPA)... i PPA sono strumenti nei quali produttori e consumatori, anche per il tramite di aggregatori, concordano prezzi di fornitura, senza oneri sulle tariffe, seppure sia possibile, in una fase di avvio del meccanismo, ipotizzare forme di garanzia pubblica.

In questa affermazione del viceministro Galli appare l'agognato "Apriti Sesamo" che i lobbysti reclamavano da tempo dal Governo: i PPA con garanzia pubblica.

Rileggendo il Pniec, ricordiamo, tanto per cominciare , che sui PPA è stato avviato uno studio per promuoverli ma "senza che ne derivino oneri a carico dello Stato e dei consumatori". Da notare che il riferimento allo Stato è stato introdotto nell'ultima versione del testo.

Ci pare opportuno, per comprendere la natura della gherminella dei PPA, riportare qui per intero le nostre osservazioni inserite nello stesso post su Di Maio prima citato:

"Lo strumento da adottare per realizzare questa immensa operazione speculativa, gabellata in market parity, è il PPA (Power Purchase Agreement), che viene presentato come il nuovo deus ex machina delle rinnovabili senza incentivi, in un'ottica "win-win". Il PPA è un contratto di acquisto dell'energia, sul libero mercato, che un acquirente offre al produttore al fine di ottenere alcuni vantaggi reciproci. Fin qui niente di male: i PPA sono già in uso anche in Italia. Il male compare quando qualche politico comincia a parlare di incentivarli "attraverso una garanzia pubblica", magari non sul prezzo, perchè sarebbe troppo sfacciato, ma, ad esempio, intervenendo d'imperio fissando alcune quantità o percentuali, la qual cosa porterebbe comunque, sebbene indirettamente, ad una garanzia sul prezzo. Il rischio è che si spalanchi un pozzo senza fondo, così come già accaduto in passato, quando il governo aveva prestato un'analoga garanzia pubblica per i certificati verdi (CV). Quella sciagurata esperienza, anch'essa animata inizialmente da tante belle intenzioni, deve servire da monito per il futuro. La garanzia pubblica rappresentò il vulnus che avrebbe distrutto definitivamente la logica stessa del sistema dei CV (che erano anch'essi contratti di acquisto tra privati) ed aperto le cateratte degli incentivi senza fine all’eolico, facendo alla fine carico allo Stato (attraverso il Gse) di acquistare i CV prodotti in eccedenza ad un prezzo altissimo e predeterminato. Fin dall'inizio il sistema cominciò a vivere di vita propria e da allora avrebbe proceduto, auto-alimentandosi, secondo logiche eterodosse, con i disastrosi risultati che ben conosciamo e concludendosi con la conversione forzosa (di dubbia legittimità) dei CV in incentivi diretti equivalenti, che stiamo ancora pagando. Come avvenne per i CV, come primo passo per far decollare i PPA si accenna ad introdurre un obbligo. Questa volta la scusa è che i PPA sarebbero necessari per garantire l'adeguatezza del sistema elettrico. Alla politica non mancano certo pretesti per giustificare il "kickoff" ai PPA. Dopo, come i certificati verdi e il Golem, non si potranno più fermare, se non ricorrendo alle maniere forti. Lanciamo l'allarme per contrastare con il massimo vigore questo tentativo di introdurre un cavallo di Troia, in grado di fare gonfiare vieppiù gli oneri - già oggi insopportabili - a carico dei cittadini. A prescindere dal tipo dell'eventuale misura che il governo vorrà adottare per ricoprire l'Italia di pannelli e di pale eoliche al fine di raggiungere i propri obiettivi di produzione di energia elettrica (inutile, se non dannosa, perché non programmabile), quello che importa sapere è che, dopo il 2020, con i PPA l’incentivazione, anziché essere diretta, come avviene adesso con il sistema delle aste competitive, rischia di tornare ad essere indiretta, per meglio nasconderne i costi agli utenti ma soprattutto per eliminare i tetti di spesa, come all'epoca dei certificati verdi."

Vero è che a questo punto, volendo continuare irrazionalmente a puntare a tutti i costi su una quantità abnorme di Fer non programmabili, sarebbe meglio scegliere il minore dei mali, ammettere la necessità di ulteriori incentivi e preservare il sistema delle aste competitive, come fatto dalla Germania che, unico Paese in Europa, ha indicato nel suo Pniec il programma delle aste fino al 2030, ammettendo così - implicitamente ma correttamente - che l'installazione di Fer non programmabili ha bisogno di un sussidio pubblico perpetuo.

Il sistema delle aste è infatti risultato quello meno dispendioso per i cittadini italiani.prescindendo dal sistema dei certificati bianchi, che per qualche misterioso motivo (forse un esoterico culto elettrico?) esce fortemente depotenziato nel Pniec pur avendo evidenziato la migliore efficacia in termini di rapporto tra euro investiti ed emissioni clima alteranti evitate in Italia nel settore industriale (vedi diagramma qui sotto).

 

Rapporto (euro/tep) dei principali meccanismi incentivanti in Italia. Elaborazione Agici/Cesef 2018

 

3) Considerato che il prezzo medio dell'elettricità attuale è intorno ai 55 euro/MWh, e che le ultime aste svoltesi nel 2016 sono state assegnate a 66 euro/MWh non è improbabile che le prossime aste, previste con il decreto ministeriale Fer1 in via di emanazione, possano condurre a una situazione nella quale il sostegno alla produzione da rinnovabili si risolva in un vantaggio per i consumatori e non in un onere. Ciò deriva dal fatto che le fonti rinnovabili con maggiore potenziale di sviluppo sono eolico e fotovoltaico, a costi prevalentemente fissi. Dunque, il produttore ha necessità di entrate certe, che si ottengono assegnando una tariffa fissa per un certo numero di anni (tipicamente 20). A fronte di questo vantaggio di stabilità, ai consumatori può tornare un vantaggio in termini di riduzione della bolletta.

Riproporre la stessa ricetta con gli stessi ingredienti e gli stessi cuochi (il Mise, il GSE, l' RSE, l'Autorità per l'energia, l'Enea, il politecnico di Milano eccetera eccetera) ben difficilmente produrrà un risultato diverso rispetto al costosissimo pastrocchio (e un sostanzioso aumento della bolletta) ottenuto in questi anni, come giustamente rimarcato nell'interrogazione di Squeri. Sia allo stesso Squeri che al viceministro Galli, rappresentanti delle due forze politiche che da 25 anni si contendono i voti delle piccole imprese, interesserà sapere, come si legge nell'articolo di Enrico Quintavalle su Quotidiano Energia del 17 giugno "Elettricità e piccole imprese, in Italia prezzi secondi solo alla Germania" che

"L'analisi dell'ultimo aggiornamento di Eurostat sui prezzi dell'energia elettrica delle imprese evidenzia il persistere di un gap tra i prezzi pagati dalle piccole imprese italiane rispetto ai competitor europei... con un divario del 12,1%. Il divario di prezzo è determinato pressochè interamente (per il 94%) dagli oneri fiscali e parafiscali".

Con gli oneri aggiuntivi insiti negli obiettivi Pniec al 2030, sta dunque per piovere sul bagnato, con il concreto rischio, per l'economia italiana, di un'uscita di strada.

Inoltre, il ragionamento del viceministro Galli è sbagliato anche formalmente. Il costo per l'utente della bolletta elettrica dell'incentivazione tramite aste competitive non si ricava, come induce a credere il viceministro, dalla differenza tra il valore assegnato in asta ed il prezzo medio dell'elettricità, ma tra il valore assegnato ed il prezzo zonale orario. Tale prezzo, tanto più potenziale eolico e FV viene installato, quanto più tenderà a zero nelle ore in cui splende il sole, oppure soffia il vento alla velocità giusta. Questo significa che l'utente pagherà in quelle ore l'intero valore d'asta come pura incentivazione, perchè il prezzo di mercato sarebbe nullo.

Questo non è però il guaio peggiore. Il problema irrisolvibile è che in questo modo viene distrutto il mercato elettrico, come già di fatto accaduto in Germania (dove il prezzo di Borsa ormai non rappresenta più un indice dei costi ai clienti o uno stimolo a investire in generazione). Come osserva Alessandro Clerici sull'ultimo numero del periodico Nuova Energia nell'articolo "Facciamo (bene) i conti con la transizione energetica", nessuno investirà più in nuovi impianti (rinnovabili o non rinnovabili) senza incentivi. Gli impianti termoelettrici ancora esistenti cercheranno di recuperare (con forti aumenti del prezzo dell'elettricità, al contrario di quanto sostenuto dal viceministro) quanto perso nelle ore di prezzo basso o nullo nel resto della giornata, in particolare in serata, al calar del sole. Aggiunge Clerici: "Un forte aumento di fotovoltaico ed eolico, come previsto dal Pniec, enfatizzerà tali problematiche, e renderà sempre meno conveniente mantenere in servizio capacità termica disponibile (che è crollata secondo Terna in 5 anni da 71 GW a 58 GW) salvo modifiche del sistema regolatorio e adeguati capacity market".

Il triste, inevitabile risultato sarà proprio quanto da noi previsto con largo anticipo già nel 2016, nel post "Verso il baratro energetico", di cui riproponiamo un passaggio:

"In un futuro non lontano avremo dunque due settori elettrici da mantenere (uno rinnovabile non autosufficiente ed uno a idrocarburi fossili – si presume a gas – perfettamente autosufficiente ma subordinato al primo ed utilizzato di conseguenza solo come sua riserva “calda”), entrambi a carico dell’utente in bolletta, e ciascuno dei quali quasi completamente sottratto ad ogni logica di mercato. Imperverseranno perciò lobby e pesanti condizionamenti delle decisioni politiche (molto più di oggi, quando già non si scherza…). Nel lungo periodo ciascuno di questi due settori paralleli avrà – da solo – costi per la collettività maggiori di quello tradizionale sottoposto ai vincoli della domanda e dell’offerta su un libero mercato; costi che, ovviamente, dovranno essere sommati, fino a raggiungere livelli insostenibili per il pubblico dei consumatori."

Va da sè che ciò comporterà, prima o poi, la totale delocalizzazione delle nostre industrie in altri Paesi dove l'ideologia della transizione energetica basata sulle rinnovabili ed il mantra della "decarbonizzazione integrale" non saranno state neppure prese in considerazione.

 

4) Al momento non sono state effettuate valutazioni sull'entità delle produzioni energetiche imputabili a ciascun meccanismo di sostegno. Si segnala, comunque, che l'emanando decreto ministeriale Fer1 prevede che circa l'85 per cento dell'energia incentivata provenga da impianti ammessi a seguito di procedure di aste al ribasso.

"Non sono state effettuate valutazioni sull'entità delle produzioni energetiche"! Ma queste valutazioni DEVONO essere fatte. Proprio questo era l'oggetto principale dell'interrogazione! Il viceministro ha rifiutato l'ostacolo con grande nonchalance. A noi sembra che TUTTI i numeri del Pniec afferenti ai costi vengano dati a braccio, con la massima superficialità e nella totale irresponsabilità dei redattori, come già nella richiamata tabella di pag. 232.

Questa incredibile ammissione di Galli conferma quanto da noi sempre sostenuto: il governo sta procedendo alla cieca, facendo credere (come scritto testualmente - e ripetutamente - nella SEN e nel Pniec) che dal 2020 le rinnovabili non avranno bisogno di incentivazione. Anche la stampa comincia a rilevare le incongruenze.

Così, ad esempio, Patrizia Feletig nell'articolo sul Sussidiario del 20 giugno "Gli inciampi di Di Maio su tasse e bollette elettriche":

"si sente il pressing della base grillina e Di Maio precisa: “Tante famiglie non ne possono più degli oneri fissi sulle bollette elettriche”. Ricondurre a equità le spese in bolletta “con particolare attenzione agli utenti con bassi consumi applicando a essi una riduzione proporzionale della quota fissa” è da sempre un cavallo di battaglia dei M5S... Allora, Di Maio annuncia l’arrivo “nei prossimi giorni” di un provvedimento per abbassare gli oneri fissi della bolletta... È risaputo che questa componente che arriva a pesare oltre il 16% (In realtà molto di più, comunque la si voglia calcolare. NdR) della spesa totale di luce serve per la maggior parte (85%) a finanziare le fonti rinnovabili. Queste però rappresentano uno dei punti cardini del programma nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) con un aumento previsto del 32%. Peraltro, come qualcuno ricorderà, costituiscono anche uno dei punti del famoso contratto di governo che recita: “È necessario (…) tornare ad incrementare la produzione da fonti rinnovabili”. Pazienza allora se tocca trovare i soldi altrove per sostenere la transizione verso energie pulite, almeno bisogna riconoscere a Di Maio il coraggio di superare la visione distorta, comune a tutti i governanti, di usare la bolletta come un Bancomat per prelevare soldi dalle tasche dei consumatori (e non contribuenti, quindi uscendo dal perimetro della fiscalità) quando serve una copertura di costi per attività d’interesse generale. Peccato però che la mano destra del Ministro non sappia che cosa fa la sinistra."

Queste insanabili contraddizioni tra le diverse anime dei 5 Stelle sono state rilevate anche dall'autorevole (perchè confindustriale?) Sole 24 Ore, sempre favorevole alle Fer non programmabili da quando è stato introdotto il bonus per i grandi energivori, ad esempio nell'articolo del 23 giugno a firma Celestina Dominelli e Carmine Fotina dal titolo "Quattro mine sul Piano Energia":

"Spaccature che a dire il vero stanno caratterizzando il Movimento su tutto il capitolo energia, con frizioni crescenti tra il ministero e la componente parlamentare che spinge per politiche più green ed interventi più coraggiosi per tagliare i costi della bolletta."

La "mina" più pericolosa individuata dal Sole in questo articolo, a nostro avviso, è quella degli stoccaggi. Scrive il Sole:

"Con un obiettivo al 55% di capacità rinnovabile per l'elettrico, i picchi di produzione nelle ore del giorno e i conseguenti rischi di over generation richiedono un'adeguata capacità di stoccaggio, sia idroelettrico sia elettrochimico (con batterie), su cui il settore si interroga con preoccupazione."

Una "adeguata capacità di stoccaggio" che, ad oggi ed almeno per il medio periodo, abbiamo dimostrato essere solo una pia illusione ad uso e consumo di una opinione pubblica credulona - anche in questo caso volontario ostaggio della retorica delle buone intenzioni - nel nostro recente post "Accumuli di panzane".

Del resto, senza accumuli, crollerebbe tutto il castello di carta della transizione energetica basata sulle FER elettriche non programmabili. L'overcapacity che il Pniec intende pervicacemente perseguire diventerebbe un drammatico problema: basti pensare che nel 2017 in Germania il valore medio delle penali pagate dai TSO è stato di circa 70 euro/MWh per l'energia eolica non ritirata e 310 (!) per il fotovoltaico.

Tutto questo va ad ulteriore conferma di un inarrestabile slancio della politica (non solo italiana ma anche europea) verso slogan faciloni e dichiarazioni irresponsabili, ben oltre la realtà oggettiva, mentre la stato delle cose, specie in materia energetica e di cambiamenti climatici, dovrebbe sollecitare un senso di autentica tragedia.

Quel che è peggio, la politica esprime l'atteggiamento della società civile. Questa nostra impressione trova supporto in un articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 13 marzo scorso di Giorgio Meletti "La diserzione della classe industriale", dove leggiamo:

"... un Paese ormai incapace di leggere la realtà e di fare le scelte necessarie in tempi compatibili con la vita delle persone... in un Paese serenamente consapevole di avere un sistema politico incapace di risolvere alcunché, si è dissolta anche la borghesia industriale. Sembra non esserci più nessuno (né in fabbrica né in banca) in grado di concepire progetti più ampi di un capannone... E questa è la vera tragedia nazionale che non possiamo neppure illuderci di risolvere con il voto".

A testimonianza del "dissolvimento" della borghesia industriale italiana, recentemente il professor Massimo Beccarello, che collabora con la Confindustria come responsabile coordinamento in materia di Energia e Ambiente (ed è perciò primario responsabile del progressivo appiattimento della stessa Confindustria sull'ideologia conformista e superficiale del primato delle Fer elettriche), come riportato dalla Staffetta Quotidiana nell'articolo siglato G.M. del 12 giugno "Mancano governance e strumenti, l'allarme sul 2030 dal convegno Anev", ha improvvisamente riconosciuto che "rischiamo di venire travolti da direttive e regolamenti: alla fine in parte deciderà la Ue e in parte saremo costretti a decidere in pochi mesi", così come da noi da tempo previsto, dopo la fissazione di obiettivi irrealistici per la produzione da Fer, e come segretamente auspicato dai lobbysti dell'eolico, desiderosi di vedere il sistema italiano di tutele ambientali e paesaggistiche spazzato via da una "tecnocrazia invisibile e potentissima, che emana direttive l'una sull'altra costruite in un segreto formarsi di un potere così lontano dai popoli da far dimenticare la sua stessa esistenza", come la definisce l'immaginifico Sapelli.

Significativo che, tra gli "stakeholder" in bramosa attesa di accaparrarsi - sotto forma di regalie ministeriali - quante più libbre di carne possibili dal corpo dell'economia italiana, l'unica vera voce schiettamente dissonante durante le audizioni sul Pniec della X commissione della Camera sia finora venuta da un vecchio grand commis come Giuseppe Gatti, che nell'occasione parlava a nome delle Grandi Reti e che pure non ha inteso mettere in discussione gli obiettivi di fondo del piano, al contrario di quanto da noi sostenuto nel recente post "Qualche sassata nello stagno europeo della politica made in Germany delle rinnovabili elettriche".

Gatti ha tuttavia tenuto a specificare che

"... più complessa è l'individuazione dei processi e degli strumenti per il loro raggiungimento ed è su questo terreno che il Piano ci sembra particolarmente debole e prigioniero di una sorta di pensiero unico... Riteniamo miope e insufficiente puntare unicamente sulle Fer, quali oggi le conosciamo (citando le criticità presenti sul tema accumuli. Ndr) ma soprattutto non si possono ignorare le tecnologie alternative in via di sviluppo... Un piano non supportato da azioni coerenti, si riduce ad una astratta elaborazione teorica sulla quale diventa superflua qualsiasi discussione".

 

5) La diffusione delle fonti rinnovabili (come detto con costi prevalenti fissi) ha benefici effetti sui prezzi di mercato dell'energia elettrica, in quanto stimola gli operatori degli impianti a fonti convenzionali (con costi prevalenti variabili) a contenere i prezzi offerti sul mercato. Questo effetto ha concorso, negli ultimi anni, alla riduzione del prezzo medio di mercato registrato sulla borsa elettrica.

Questa affermazione gioca su un equivoco. Ha poca importanza se una voce di costo delle bollette ("il prezzo medio di mercato registrato sulla borsa elettrica") diminuisce (anche ammesso che sia vero...) se le altre aumentano. Il solito Alessandro Clerici, nel citato articolo di Nuova Energia, fa notare che "ad ogni euro investito in eolico e fotovoltaico corrispondono almeno altrettanti euro di investimenti indispensabili nel sistema elettrico per mantenere qualità  e sicurezza delle forniture", concludendo che "per la produzione da fonti rinnovabili non programmabili, il Pniec (con Arera) dovrebbe rivedere il concetto di grid parity, che non può essere riferibile al solo costo locale della produzione, ma deve includere i costi addizionali al sistema elettrico... Occorre rendersi conto che una transizione verso la decarbonizzazione implica maggiori costi dell'energia ai cittadini/clienti, stranded cost di strutture energetiche e stranded asset di risorse primarie. Non sarà semplice nè indolore."

Il titolo del Quotidiano Energia del 28 marzo già definiva "imperscrutabile la voce oneri di sistema".

Ora, con il Pniec, aumenteranno le voci "Reti" e "Accumuli" e quelle relative al dispacciamento e al bilanciamento del sistema, come ad esempio il nuovo capacity market, che noi avevamo in passato definito "un sanguinoso ed inutile accanimento terapeutico", ma senza il quale tutto il piano governativo di Fer non programmabili si risolverebbe in una grottesca - e pericolosissima - farsa. Senza tali aumenti di oneri di sistema gli "operatori degli impianti a fonti convenzionali" cercheranno sempre più frequentemente occasioni di speculazioni oppure chiuderanno. In questo caso il sistema elettrico sarebbe a rischio.

Appena il mese dopo l'audizione parlamentare dei vertici della Terna il 12 marzo scorso, il cui atteggiamento scarsamente responsabile è stato da noi fortemente criticato nel già citato post "Accumuli di panzane", abbiamo appreso - sbalorditi - dal Quotidiano Energia del 29 aprile, nell'articolo "Phase out, appello dei Tso europei",  la candida ammissione (a cui nessun accenno era stato fatto davanti alla commissione Attività produttive), da parte della stessa Terna, della validità delle nostre critiche:

"La sicurezza degli approvvigionamenti non può essere data per scontata" perchè siamo legati alle leggi della fisica e ad impedimenti tecnici, aspetti non negoziabili". E' l'avvertimento degli amministratori delegati di 15 Tso europei, - tra cui Luigi Ferraris di Terna - secondo i quali occorre un "forte coordinamento delle politiche energetiche nazionali" per evitare di mettere a repentaglio l'adeguatezza del sistema elettrico"... "I Paesi stanno prendendo decisioni sulla loro capacità di produzione elettrica, come la chiusura di impianti a carbone o nucleari, spesso senza discuterne con gli altri... è più facile prendere decisioni sulla chiusura delle centrali piuttosto che avviare nuova capacità di generazione".

Peggio ancora, durante la tavola rotonda del 9 maggio scorso "Transizione, comunicazione, informazione" organizzata dalla Staffetta Quotidiana, abbiamo ascoltato Luca Torchia, responsabile affari istituzionali della Terna, ammettere senza mezzi termini che "non è scontato che chiudendo quella che è diciamo il grosso della generazione termoelettrica, il sistema elettrico tenga".

Altre ancora sarebbero le obiezioni di carattere tecnico, per le quali rimandiamo all'articolo sull'Astrolabio del 27 febbraio scorso di Alessandro Clerici, dal titolo "Decarbonizzazione sì, ma con un approccio pragmatico, sistemico e duraturo".

Ci permettiamo di dare un consiglio operativo all'onorevole Squeri per continuare a mordere i garretti al governo su questo tema. Oltre a tenere conto delle nostre osservazioni di puro buon senso, dovrebbe leggere proprio questo articolo di Clerici sull'Astrolabio, in particolare quando l'autore si chiede "quali costi effettivi ricadranno su clienti e cittadini con tali programmi di FV ed eolico. Tra l'altro si pongono le seguenti domande..." Ebbene: Squeri dovrebbe riproporre quelle stesse domande ai tecnici del Mise e pretendere risposte accurate e conti precisi, in particolare nella definizione dei costi.

Alla fine risulterà, come sostiene lo stesso Clerici, che "il tutto è tecnicamente possibile, ma tali costi addizionali arriveranno per alcune Fer a valori notevoli, aumentando il prezzo dell'energia ai clienti finali pur in assenza di incentivi alla produzione da Fer". In altre parole: tutte le obiezioni sono risolvibili tecnicamente ma con costi che sommati diventerebbero schiaccianti ed insostenibili per qualsiasi economia, ed in particolare per l'arrancante economia italiana dell'ultimo quarto di secolo.

Alberto Cuppini