Svelato in Spagna dalla catastrofe del blackout, durato un giorno intero, l'harakiri della transizione energetica basata su fonti non programmabili come l'eolico e il fotovoltaico. La realtà e le leggi della fisica hanno bussato alla porta di chi, da almeno due decenni, ha (mal) governato l'Europa imponendo, alla fine, l'European Green Deal a tutti, con pale e pannelli da piantare - a tutti i costi - da tutte le parti.  

 

“Siediti lungo la riva dell'elettrodotto e aspetta: prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico” (antico proverbio cinese).

Tra le migliaia di articoli che questa settimana sono stati pubblicati dai giornali di tutto il mondo sul blackout che lunedì ha lasciato al buio la Spagna per un giorno intero, abbiamo scelto quello di Gabriel Calzada e Manuel Fernández Ordóñez "How the Lights Went Out in Spain"

("Come si sono spente le luci in Spagna") pubblicato il primo maggio sul Wall Street Journal. Eccone alcuni stralci (il testo integrale si può trovare sul sito web del WSJ) tradotti in Italiano senza commenti, che sarebbero stati superflui e maramaldeschi:

 

"La vita è cambiata per gli spagnoli a mezzogiorno di lunedì. Con il sole al suo picco, la rete elettrica del Paese, largamente alimentata dall'energia solare, si è spenta. Appena pochi giorni prima, il governo della Spagna aveva annunciato che la sua rete aveva funzionato per la prima volta interamente con energia rinnovabile. Erano seguite dichiarazioni di vittoria da lasciare senza fiato, funzionali alla promessa del governo di rinunciare agli affidabili impianti nucleari con ancora molti anni di vita operativa residua. Come in Germania, questa promessa è ora l'incubo dei politici spagnoli. In appena pochi minuti, la Spagna e il Portogallo (le cui reti e politiche energetiche sono interconnesse) sono rimaste al buio, assieme a parti della Francia...

Sebbene l'episodio che ha innescato tutto questo non sia ancora conosciuto, qualsiasi affidabile sistema di rete deve essere concepito tenendo presente questi eventi, siano essi metereologici o tecnici. La stabilità di una rete elettrica dipende da un equilibrio mantenuto attraverso una generazione sincrona di turbine che accumulano energia nei loro generatori rotanti. Questi generatori forniscono l'inerzia che può stabilizzare la rete se la richiesta di energia eccede la capacità degli impianti connessi o, all'opposto, se c'è un eccesso di generazione. Maggiore la quota di rinnovabili rispetto agli impianti tradizionali, minore inerzia è disponibile per ammortizzare fluttuazioni istantanee di carico nella rete. Il sistema diventa sempre più fragile, con più alto rischio di tracollo. Al momento del disastro... la rete stava funzionando con una quota bassa di generazione da turbine, attorno al 30%. Bassa inerzia significava giocare col fuoco...

Ciò significa che la rete elettrica della Spagna stava operando con un margine di errore minuscolo, un gioco rischioso che il governo spagnolo sta giocando ogni anno in modo sempre più aggressivo da quando gli ideologi transizionalisti hanno preso il potere due decenni fa...

Le poche voci che avvisavano del considerevole rischio nell'introdurre forzosamente troppa energia rinnovabile sono state marginalizzate dall'operatore del sistema. Questa società, controllata dallo Stato, che gestisce la rete aveva negato con forza la possibilità di blackout. I media filo-governativi hanno amplificato questi dinieghi...

Il collasso della rete è stato il risultato di una serie di sfacciati passi falsi dei legislatori, che hanno ignorato gli avvertimenti basati sulle leggi della fisica...

Gli eventi metteranno inevitabilmente alla prova i limiti di un qualsiasi sistema elettrico. Un sistema razionale dovrebbe essere pianificato per affrontare tali eventi. Il sistema della Spagna è stato progettato politicamente, non razionalmente. Ha rappresentato l'ultima lezione su come non fare politica dell'energia. Qualcuno imparerà?"

 

Ad integrazione di questo articolo, e per esaminare la vera natura del problema del "tutto rinnovabili" dal punto di vista della politica spagnola, suggeriamo l'editoriale pubblicato sempre il primo maggio da ABC (ovvero il secondo quotidiano per diffusione in Spagna) "Ribera, la profeta del apagón".

Teresa Ribera, degno successore dello sciagurato Frans Timmermans, è la vicepresidente della Commissione europea con delega alla Transizione Pulita, Giusta e Competitiva (non è uno scherzo: si chiama davvero così). Ci limitiamo a tradurre un breve passaggio, per invogliarvi a leggere tutto l'editoriale sul sito web di ABC:

 

"Cominciano ad apparire indizi sempre più evidenti che le dimostrazioni di fede riguardo la questione del cambiamento climatico o la lealtà canina verso il leader sono state più importanti della competenza tecnica nell'entrare a far parte della squadra di governo che guida il settore energetico".

 

Temiamo dunque che la parola "apagòn" ("blackout" in spagnolo) diventerà presto di uso comune in tutt'Europa, come già lo è diventato il termine tedesco "Dunkelflaute".

 

Alberto Cuppini

 

 

Alberto Clò: "Il ritorno di Trump segna un punto di discontinuità delle politiche energetiche, l'urgenza di adottare politiche climatiche intense non c'è più. Il Vecchio Continente è isolato e sta già rivedendo gli obiettivi del Green Deal".

 

Si moltiplicano i segnali di Controriforma dopo gli anni dell'isteria collettiva per le rinnovabili taumaturgiche. I nostri sconsiderati ecologisti adoratori di pale eoliche e pannelli fotovoltaici evidentemente ignoravano, oltre ad alcuni elementari principi di energetica e di economia, anche il terzo principio della dinamica. Alle loro sciagurate azioni stanno ora seguendo le inevitabili reazioni contrarie dell'opinione pubblica, irritata e impoverita dai diktat green, e della politica. Speriamo almeno di non aver buttato all'aria tutte le conquiste faticosamente raggiunte dall'ambientalismo non ideologico dei decenni precedenti. 

Per cogliere questi segnali di forte discontinuità basta scorrere i giornali di oggi, sabato 19 aprile, vigilia di Pasqua.

Da Moneta, il nuovo inserto economico del gruppo editoriale Angelucci, ecco un'intervista di Sofia Fraschini al professor Alberto Clò, in una versione modificata della favola del vestito nuovo dell'imperatore, dove il concetto fondamentale che viene espresso non è quello sintetizzato nel titolo ("La transizione non è mai davvero cominciata", che Clò aveva esposto più volte e che noi conoscevamo benissimo) quanto piuttosto questo:

 

"Il ritorno di Trump segna un punto di discontinuità delle politiche energetiche, l'urgenza di adottare politiche climatiche intense non c'è più... Il Vecchio Continente è isolato e sta già rivedendo gli obiettivi del Green Deal..."

 

Clò ha avuto il coraggio di affermare pubblicamente per primo quello di cui tutti si erano già resi conto, sebbene con una variabile rispetto alla favoletta di Andersen: Trump, il nuovo imperatore, non è nudo (come ci raccontano i giornaloni) ma ha davvero un vestito (di politica energetica) nuovo: "la fame di energia nel mondo è tale e tanta che non può che fare affidamento sulle fonti fossili". Raccomandiamo di leggere sul sito web di Moneta tutto l'articolo, che sottotitola "L’economista Clò: «Draghi ha sbagliato. Niente crescita da politiche green»".

Le evidenze dell'inversione a U si stanno moltiplicando. Tanto per citare un altro paio di esempi, leggiamo già in prima pagina del Giornale: "La svolta green pesa troppo sulle famiglie", che preannuncia l'intervento delle due Europarlamentari del PPE Letizia Moratti e Dolores Montserrat per introdurre correttivi e salvaguardie all'Ets2, previsto a partire dal 2027, cioè all'estensione alle famiglie del sistema di scambio delle quote di emissione. Ovvero: il PPE riprende l'iniziativa di fine gennaio scorso di sganciamento dall'European Green Deal, che prevedeva l'abolizione dei target obbligatori per le rinnovabili, interrotta nell'ultimo mese in Germania dalle negoziazioni (con calate di braghe che avrebbero fatto vergognare persino un democristiano italiano dei bei tempi) del contratto di governo fra CDU e SPD. L'estensione del sistema Ets2 alle abitazioni e ai trasporti privati garantirebbe - essa sola - la maggioranza assoluta ad AfD alle prossime elezioni (probabilmente anticipate) tedesche.

Araldo dei tempi nuovi è anche questo articolo (in realtà un temino di Riccardino) del Domani ("Per salvare l'auto bisogna andare oltre l'elettrico"), non per l'autorevolezza del quotidiano (che nessuno compera in edicola) dell'Ing. De Benedetti ma, al contrario, perchè il Domani è stato il giornale più ottusamente favorevole (persino più della Repubblica, alla quale l'Ingegnere aveva riconosciuto di volere fare concorrenza in tema di purezza ideologica woke) a tutte le gretinate degli ultimi anni e alla "religione del tutto elettrico":

"Aver puntato tutto sull'auto elettrica non è stata una buona idea". 

No. Non è stata una buona idea. Neanche puntare tutto su pale e pannelli è stata una buona idea. Anzi. Aspettiamo fiduciosi che qualcuno dica piuttosto (citando Paolo Villaggio anzichè Hans Christian Andersen) che è stata una cagata pazzesca.

Scusate. Mi è scappata... Per fare penitenza della parolaccia, domani non mangerò le uova di cioccolata. Anche perchè ormai costano troppo. Anche qui c'entra (almeno in parte) il Green Deal.

Buona Pasqua a tutti.

 

Alberto Cuppini

 

 

Secondo Davide Tabarelli, intervistato da Italia Oggi, il Green deal sta facendo più danni dei dazi imposti da Trump: "Il confronto è presto fatto: secondo la Commissione europea il Green deal costa circa 1.285 miliardi l’anno, l’8% del prodotto interno lordo, il peso dei dazi è stimato tra lo 0,4 e lo 0,7%. Se non vogliamo morire inseguendo un sogno irrealizzabile, il Green deal va rivisto di sana pianta". Giorgia Meloni: “Torneremo a chiedere con forza all'Europa di rivedere le normative ideologiche del Green deal". Firmato ieri il contratto di governo tra CDU e SPD in Germania che permetterà di proseguire le "politiche climatiche" mainstream in Germania facendo ricorso all'indebitamento pubblico a carico delle future generazioni. Non a caso, sempre ieri, per la prima volta in un sondaggio sulle intenzioni di voto AfD è diventato il primo partito della Germania, sorpassando la stessa CDU. 

 

Intervista di Alessandra Ricciardi a Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, su Italia Oggi del 9 aprile sotto il titolo "Il Green deal pesa più dei dazi", annunciata in prima pagina del quotidiano economico col titolo "Tabarelli: la politica verde Ue costa l'8% del Pil, i dazi Usa tra 0,4% e 0,7%".

L'articolo è liberamente disponibile sul sito web di Italia Oggi. Vi proponiamo di seguito, per invogliarvi a leggere tutta l'intervista, le affermazioni più imbarazzanti per i nostri ambientalisti mainstream:

«Il Green deal è un manifesto rivoluzionario, ma così com’è scritto è irrealizzabile. Serve una radicale revisione», dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia... «Una delle follie del nostro tempo». E, tornando alle politiche ambientaliste europee, «noi riduciamo le nostre emissioni di CO2, Cina e Usa le aumentano. Intanto stiamo mettendo una pietra tombale sulla nostra industria». La politica dei dazi di Donald Trump servirà a fare cambiare idea alla Commissione Ue? «Me lo auguro, ma non vedo segnali che vanno in questa direzione, purtroppo»... La premier Meloni chiede all’Europa di rivedere il Green deal, la Lega di Salvini vorrebbe proprio cancellarlo assieme all’eccesso di regolamentazione nei settori energetici, e gli imprenditori non sono da meno. L’accusa è che il Green deal sta facendo più danni dei dazi imposti da Trump. «Il confronto è presto fatto: secondo la Commissione europea il Green deal costa circa 1.285 miliardi l’anno, l’8% del prodotto interno lordo, il peso dei dazi è stimato tra lo 0,4 e lo 0,7%... Se non vogliamo morire inseguendo un sogno irrealizzabile, il Green deal va rivisto di sana pianta. Il Green deal è un manifesto rivoluzionario, ma serve maggiore realismo.»... Lo stop alla vendita di auto non elettriche dal 2035, uno degli obiettivi del Green deal? «Impossibile»... L’obiettivo di zero emissioni al 2050? «Libro dei sogni»... Si parla molto anche di idrogeno. «L’idrogeno in piccole quantità si può miscelare con il metano, ma trasportare e gestire grandi quantità di idrogeno è quasi impossibile. Dobbiamo concentrarci su soluzioni concrete».

A proposito dell'aumento dell'ostilità della Meloni e del suo governo nei confronti del sempre più insostenibile European Green Deal, segnaliamo l'articolo di V.R. sulla Staffetta Quotidiana del 7 aprile Azzerare il Green Deal” come risposta ai dazi".

Ecco alcune brevi citazioni delle affermazioni della Meloni e dei suoi ministri (per leggere tutto l'articolo dovete abbonarvi alla Staffetta):

"La premier, dopo aver citato il Green Deal nel suo discorso in Consiglio dei ministri venerdì, in un videomessaggio al congresso della Lega di sabato ha spiegato: “Torneremo a chiedere con forza all'Europa di rivedere le normative ideologiche del Green Deal e l'eccesso di regolamentazione in ogni settore, che oggi costituiscono dei veri e propri dazi interni che finirebbero per sommarsi in modo insensato a quelli esterni”... Per Salvini quelle dell'Ue sono “politiche suicide”: il vice premier ha chiesto di “azzerare il Green Deal, azzerare la sbornia elettrica”, una soluzione a suo dire necessaria “per difendere imprese e lavoratori italiani”. Nella stessa mattina, il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha usato toni simili intervenendo al Consiglio nazionale di Forza Italia: “Un'estremizzazione ideologica: bisogna mettere i piedi per terra rispetto al Green Deal”."

Intanto, però, a Bruxelles Teresa Ribera, degna erede dello sciagurato Timmermans nella Commissione Von der Leyen bis, l'altro ieri ha ribadito la necessità di mantenere gli impegni ambientali precedentemente assunti. L'affermazione non è stata accolta con alcuna preoccupazione dai nostri mezzi di informazione, a parte la solita Verità.

Intanto, il contratto di governo che è stato firmato ieri in Germania tra CDU e SPD prevede che le industrie tedesche ad alto consumo di energia potranno contare su prezzi calmierati finanziati, pare di capire, in deficit spending a carico delle future generazioni anzichè addebitando la differenza a favore dei privilegiati nelle bollette di tutti gli utenti come finora accaduto e come continuerà ad accadere (almeno fino all'azzeramento del Green Deal) in Italia, che, al contrario della Germania, non ha più margini per affardellare ulteriormente il debito pubblico. Purtroppo questa decisione tedesca permetterà di mantenere in vita ancora per un po' di tempo l'agonizzante Green Deal, rimandando al futuro l'inevitabile resa dei conti. Più aumenta l'attesa, più aumentano i danni all'economia e più la reazione popolare contro questa pseudo ecologia sarà drastica.

Non a caso, sempre nella giornata di ieri, un sondaggio sulle intenzioni di voto dei tedeschi ha sancito per la prima volta il sorpasso di AfD sulla CDU come primo partito tedesco, a dimostrazione che la miserabile gherminella inscenata a Berlino, per realizzare la riforma costituzionale sul debito con il voto dei Verdi nel Parlamento sconfitto alle elezioni e dimissionario, non è stata apprezzata dai cittadini tedeschi.

Se qualcuno crede che sia una coincidenza l'aumento delle "Destre estreme" alle urne in tutta Europa ed il persistere nelle follie (e nei costi per i cittadini elettori) del Green Deal (e soprattutto dell'idolatria per pale eoliche e pannelli fotovoltaici), costui è un povero illuso. Che si deve preparare a brutte sorprese nel prossimo futuro, ben superiori a quelle che gli statunitensi stanno sperimentando, per cause analoghe, in questi mesi con Trump.

Alberto Cuppini

 

L'Italia è in ritardo sulle rinnovabili” è una di quelle espressioni che spesso, oltre a essere refrain senza alcuna presa sulla realtà, nascondono i fatti creando un racconto fuorviante e dannoso, in questo caso, anche per le stesse rinnovabili." La Staffetta Quotidiana critica aspramente le tesi vittimistiche sostenute nel rapporto di Legambiente "Scacco matto alle rinnovabili" e in un nuovo studio della Banca d'Italia.

 

L'Italia è in ritardo sulle rinnovabili” è una di quelle espressioni, un po' come “le riforme di cui il Paese ha bisogno”, che sembrano buone per tutte le stagioni ma che spesso, oltre a essere refrain senza alcuna presa sulla realtà, nascondono i fatti creando un racconto fuorviante e dannoso, in questo caso, anche per le stesse rinnovabili."

Quello che abbiamo riportato in apertura della nostra edicola è l'incipit di un editoriale non firmato sulla Staffetta Quotidiana di lunedì intitolato "Semplificare? Accelerare?", pubblicato dopo la divulgazione dell'ormai consueto rapporto di Legambiente "Scacco matto alle rinnovabili",  basato sull'altrettanto consueta, illuministica tattica del "chiagni e fotti".

Uno scatto d'orgoglio, dopo troppi mesi di silenzio acquiescente, della Staffetta Quotidiana contro le irrancidite parole d'ordine "Semplificare" e "Accelerare" e tutte le altre cialtronerie a favore dell'eolico di Legambiente e... della Banca d'Italia (!).

Dopo avere confutato le tesi del rapporto di Legambiente sui ritardi (per i quali si parla di una "ragione incredibilmente sofistica", ma invito gli interessati ad abbonarsi alla Staffetta per leggere tutto l'articolo in linea) e ironizzato sulle "occasioni di investimenti dei territori", l'editoriale così conclude:

 

"Semplificare, accelerare: sembra che siano due beni in sé, assoluti. Spesso si dimenticano però due aspetti: non si può accelerare a piacimento; ogni azione ha una reazione. Le reazioni “territoriali” dell'ultimo anno, arrivate dopo una massiccia ondata di semplificazioni, non hanno insegnato niente? Il “boom and bust” del 2009-11 non ha insegnato niente? Infine, sul “cambiamento culturale” per cui bisogna guardare a questi impianti “come occasioni di investimento per i territori”. Se i territori questi impianti non li vedono come occasioni di investimento, forse si potrebbe partire da un esame di coscienza su come gli investitori si presentano ai territori."

 

La risposta della Staffetta alla sua domanda retorica Semplificare? Accelerare? è contenuta nel titolo di un altro articolo della stessa Staffetta di ieri: "Accelerare sulle Fer solo se benefici vanno ai consumatori.

La nostra risposta, ovvero la risposta dei "territori", è diversa e ben più articolata. Una sua accettabile sintesi la si può ricavare nella recensione del professor Alberto Clò (leggetela tutta in linea sul blog della Rivista Energia) all'ultimo libro di Bjorn Lomborg intitolato "Perché il catastrofismo climatico ci rende più poveri e non aiuta il pianeta":

 

 "L’allarmismo sta distorcendo il dibattito sul clima portando a soluzioni politiche inefficaci se non dannose per lo stesso ambiente e allontanando dalle soluzioni reali che potrebbero migliorare il benessere... L’ecologismo radicale tende a semplificare le questioni su cui bisognerebbe intervenire, lanciando frasi ad effetto – come «le rinnovabili possono sostituire le fossili in breve tempo» – destinate a lasciare le cose al punto di partenza... (L'ecologismo radicale) racconta spesso sciocchezze e imprecisioni che non giovano innanzitutto allo stesso movimento ecologista, non facendo capire quali siano gli strumenti utili da adottare e quelli inutili e costosi da abbandonare...  La conclusione di Lomborg è che «l’obiettivo delle politiche climatiche è quello di rendere il mondo un posto migliore», con azioni altre dalle politiche fallimentari sinora seguite, abbandonando il soffocante allarmismo in favore di un pragmatismo che valorizzi il progresso tecnologico e il benessere umano".

 

Ma se questa è la risposta da dare alle sciagurate politiche "climatiche" di Legambiente, che in questi anni ha arrecato un danno forse irreversibile alla credibilità di tutto il movimento ambientalista italiano, essa non basta quando gli studi compiacenti a favore delle rinnovabili salvifiche vengono prodotti dalla Banca d'Italia, dove, a quanto pare, si fa carriera e si viene promossi alla Banca Centrale Europea di Christine Lagarde sostenendo l'insostenibile, ovvero che con la "transizione verde" prevale l'effetto deflattivo, irridendo così a milioni di famiglie italiane improvvisamente gettate nella miseria dalla greenflation indotta proprio dall'European Green Deal.

E dunque, trattandosi di un'istituzione vitale per la Repubblica, ci si deve comportare con i tecnici di Bankitalia analogamente a quanto accaduto in occasione del disastro del Superbonus 110% con chi "ha sbagliato ogni previsione"  ("evidenti responsabilità tecniche, che non elidono quelle politiche ma si aggiungono a esse"), ovvero il Ragioniere Generale dello Stato.

Perciò, alla domanda "Semplificare? Accelerare?" sulle rinnovabili si deve rispondere con un'azione propedeutica: "Licenziare".

Licenziare i tecnici e gli accademici che hanno avallato queste politiche fallimentari.

 

Alberto Cuppini

Samuele Furfari: "Un’eccessiva dipendenza dalle energie rinnovabili intermittenti e variabili, combinata con la sorprendente chiusura delle efficienti centrali nucleari tedesche già ammortizzate, ha portato a un’instabilità cronica della rete elettrica e a costi energetici proibitivi, che producono effetti indesiderati anche al di fuori della Germania. È ovvio che tutti i consumatori europei pagano per l’errore dell’Energiewende. Questa politica ha fatto sprofondare la Germania, un tempo motore economico dell’Ue, in una profonda recessione che si è aggravata per tutto il 2024 e si protrarrà nel 2025. Le elezioni per il Parlamento europeo del 2024 hanno visto una significativa riduzione del peso degli ecologisti, costringendo la Commissione europea a rivedere la sua retorica. Il “Green Deal” è stato ribattezzato “Clean Deal”, in un disperato tentativo di cambiare la percezione pubblica senza tuttavia modificare sostanzialmente le politiche in atto". Giulio Sapelli: "Mi sembra che la von der Leyen non possa abbandonare l’impostazione ideologica della transizione green per pura necessità politica: deve tenersi buoni i Verdi e quella parte del Pse ben rappresentato dalla vicepresidente Teresa Ribera, che ha la delega sul Green Deal e che ha già fatto intendere di voler portare avanti le politiche avviate da Timmermans. Mi preoccupa questo atteggiamento della von der Leyen, che di fatto getta discredito sulla classe politica europea cercando di poggiare la propria azione su una coalizione politica innaturale. La von der Leyen è una di quei “sonnambuli” di Christopher Clark che contribuiscono a creare le condizioni per lo scoppio di una nuova guerra mondiale".

 

Ammettiamo la nostra sbadataggine. Nelle frenetiche settimane tra la vittoria elettorale di Trump e le elezioni tedesche, che hanno assorbito in toto la nostra attenzione, ci siamo dimenticati di diffondere ai resistenti sui crinali due fondamentali articoli di Samuele Furfari e di Giulio Sapelli. Oggi facciamo ammenda.

I professori Furfari e Sapelli, da sempre critici verso la faciloneria delle politiche green dell'Unione Europea, passano all'incasso, in attesa delle ulteriori, inevitabili marce indietro che seguiranno al terremoto politico avvenuto in Germania con le elezioni di dieci giorni fa.

Entrambi gli articoli sono liberamente consultabili in linea negli indirizzi linkati in questo nostro post. Ne forniamo di seguito alcuni brevi passaggi per invogliare a leggere i testi integrali e per il nostro archivio.

Cominciamo da Samuele Furfari, professore belga di chiare origini italiane, più volte gradito ospite del sito web della Rete della Resistenza sui Crinali, dopo averci autorizzati a tradurre dal francese alcuni suoi sferzanti articoli.

Oggi vi proponiamo un altro suo elaborato, apparso sul sito web della Rivista Energia il 20 gennaio scorso, proprio all'indomani dell'insediamento di Trump, dal titolo "Il biennio 2024-2025 e la riaffermazione dei combustibili fossili".

Eccone qualche frammento:

 

"Con Cop29 e il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, il biennio 2024-2025 segna la riaffermazione dell’importanza dei combustibili fossili (e del nucleare) a fronte del fallimento della politica energetica europea e dell’Energiewende tedesco in particolare... L’Energiewende tedesca si è rivelata un fragoroso fallimento che ha portato alla caduta del governo di Olaf Scholz. La sorprendente chiusura delle efficienti centrali nucleari ammortizzate, combinata con un’eccessiva dipendenza dalle energie rinnovabili intermittenti e variabili, ha portato a un’instabilità cronica della rete elettrica e a costi energetici proibitivi, che producono effetti indesiderati anche al di fuori della Germania... È ovvio che tutti i consumatori europei pagano per l’errore dell’Energiewende. Questa politica ha fatto sprofondare la Germania, un tempo motore economico dell’Ue, in una profonda recessione che si è aggravata per tutto il 2024 e si protrarrà nel 2025... Va notato che i grandi industriali non avranno alcuno scrupolo a investire altrove, lasciando un campo di rovine per le piccole e medie imprese che lavoravano per questi giganti, causando così un’ecatombe sociale per il personale europeo delle grandi aziende come delle Pmi... Una realtà che ha messo in luce l’isolamento crescente dell’Ue sulla scena internazionale, dove la sua ricerca ossessiva della decarbonizzazione ha trovato poca eco. La volontà dell’Ue di imporre una decarbonizzazione forzata dell’economia si è scontrata con la dura realtà economica... I cittadini europei hanno iniziato a esprimere il loro malcontento. Le elezioni per il Parlamento europeo del 2024 hanno visto una significativa riduzione del peso degli ecologisti, costringendo la Commissione europea a rivedere la sua retorica. Il “Green Deal” è stato ribattezzato “Clean Deal”, in un disperato tentativo di cambiare la percezione pubblica senza tuttavia modificare sostanzialmente le politiche in atto... Cosa farà l’UE? Persisterà o si adatterà? L’arrivo di Teresa Ribera, Dan Jørgensen e Philippe Lambertz nell’entourage di Ursula von der Leyen non sembra propizio a questo ripensamento."

 

Proseguiamo con Giulio Sapelli. Il professor Sapelli è stato numerose volte protagonista della nostra edicola e condivide con Furfari la disistima (limitiamoci a dire così...) verso l'European Green Deal e verso le competenze degli attuali politici in materia di energia.

In questa edicola vi suggeriamo una sua intervista realizzata dal Sussidiario del 22 gennaio scorso sotto il titolo "Von Der Leyen a Davos/ Sapelli: i suoi giochi politici stanno affondando le nostre imprese".

A seguire riportiamo le due domande che più ci interessano, raccomandando di leggere tutta l'intervista dal sito web del Sussidiario:

 

"La presidente della Commissione ha parlato tanto della decarbonizzazione e dell’importanza dell’Accordo di Parigi sul clima, probabilmente anche per rispondere alla mossa di Trump che aveva da poco firmato l’ordine esecutivo per farne uscire gli Stati Uniti. L’Ue non rischia di trovarsi sempre più sola nella sfida per la transizione energetica, visto che anche i big della finanza non ci credono più?

Anche in questo caso si nota la prosecuzione di una concezione dirigista dell’economia, che non investe su uno sviluppo che parte dal basso, dalle imprese. La von der Leyen non si rende conto che i mercati sono fatti da una popolazione di imprese: non si può parlare di decarbonizzazione senza pensare a quanti produttori distrugge. Finalmente gli industriali europei si sono decisi a chiedere che venga applicato il principio della neutralità tecnologica, che prevede un approccio flessibile alle diverse tecnologie a disposizione, senza che una prevalga necessariamente sulle altre, in base alla loro maturità ed efficacia nel ridurre le emissioni. Si tratta di un principio che non mette a rischio la continuità dell’attività delle imprese. È un approccio molto diverso da quello della transizione green dell’Ue che fissa scadenze nette.

Von der Leyen ha anche parlato delle strategie di medio periodo contro gli alti prezzi energetici, ma sembra aver dimenticato di indicare soluzioni di breve termine…

A Bruxelles questo interessa poco. In generale mi sembra che la von der Leyen non possa abbandonare l’impostazione ideologica della transizione green per pura necessità politica: deve tenersi buoni i Verdi e quella parte del Pse ben rappresentato dalla vicepresidente Teresa Ribera, che ha la delega sul Green Deal e che ha già fatto intendere di voler portare avanti le politiche avviate da Timmermans. Mi preoccupa questo atteggiamento della von der Leyen, che di fatto getta discredito sulla classe politica europea cercando di poggiare la propria azione su una coalizione politica innaturale... La von der Leyen è una di quei “sonnambuli” di Christopher Clark che contribuiscono a creare le condizioni per lo scoppio di una nuova guerra mondiale."

 

Amen.

 

Alberto Cuppini

Alberto Clò: "Il cambiamento delle politiche tedesche dopo le elezioni avrà ripercussioni su quelle europee considerando il ruolo, sempre massimamente rilevante, che la Germania ha avuto sinora anche e non solo sul fronte della politica energetica e climatica. Tale influenza è stata negli anni forte al punto che alcuni provvedimenti adottati dal governo e parlamento tedesco venivano semplicemente recepiti da Bruxelles una volta tradotti. Il drastico cambio che si prospetta nelle politiche energetiche tedesche potrebbe così modificare i termini sinora dominanti del Green Deal europeo." Presto sarà il nuovo governo tedesco ad imporre pardon a chiedere all'Europa di "rallentare la corsa" della decarbonizzazione. A quel punto cesserebbe di conseguenza anche "l'imposizione di Berlino a Bruxelles di adottare misure a sostegno delle rinnovabili anche negli altri paesi europei". Un infausto presagio per gli speculatori che stanno sfregiando l'Italia con pale e pannelli, confidando nell'eterna generosità di Pantalone. Persino il Corriere della Sera, dopo tanti anni di incondizionato supporto a eolico e fotovoltaico, si riposiziona sul green. Ferruccio De Bortoli candidamente ammette che la narrazione su "decarbonizzazione accelerata" e urgenza della transizione energetica è stata offuscata da "un velo di ipocrisia collettiva".

 

 

Non bastava Trump. Dopo le traumatiche elezioni tedesche, che hanno visto il trionfo "delle destre" ed il disastro dei socialdemocratici, che avevano sconsideratamente accettato di formare un governo con i Grünen, il Re è nudo. Anzi: il Re è morto, è stato fatto a brandelli. Il Re, naturalmente, non è solo l'Energiewende, la politica energetica della Germania basata sulle rinnovabili, ma anche l'European Green Deal, che la sciagurata presidente tedesca della commissione UE Ursula Von der Leyen, delfina dell'altrettanto sciagurata Angela Merkel, ha voluto imporre a tutta Europa proprio sul modello delle politiche ambientali merkeliane. 

Adesso in Germania sarà automatica una riedizione della Große Koalition, composta per due terzi dai popolari e per un terzo dagli sconfitti social democratici, sotto la guida del vincitore delle elezioni Friedrich Merz, che noi avevamo (facilmente) pronosticato nuovo cancelliere già tre mesi fa, ai tempi della sua intervista televisiva da dispregiatore dell'eolico.

Si tratta solo di attendere un po' per assistere ad un brusco cambio di rotta della politica energetica tedesca. Forse solo qualche settimana. Il motivo lo si può dedurre dal post di Alberto Clò, pubblicato mercoledì sul blog della Rivista Energia sotto il titolo "Germania: quale politica energetica dopo le elezioni?".

Vi consiglio di leggerlo tutto sul sito web della Rivista Energia. Importante il paragrafo "Verso una giravolta completa?", ma ancor più importante l'ultimo, "Quali ripercussioni sull'Europa", il cui passaggio principale riporto qui di seguito:

 

"Il cambiamento delle politiche tedesche dopo le elezioni avrà infine ripercussioni su quelle europee considerando il ruolo, sempre massimamente rilevante, che la Germania ha avuto sinora anche e non solo sul fronte della politica energetica e climatica. Tale influenza è stata negli anni forte al punto che alcuni provvedimenti adottati dal governo e parlamento tedesco venivano semplicemente recepiti da Bruxelles una volta tradotti... Il drastico cambio che si prospetta nelle politiche energetiche tedesche potrebbe così modificare i termini sinora dominanti del Green Deal europeo."

 

Se Merz e l'SPD si metteranno d'accordo (e si metteranno d'accordo perchè altrimenti l'industria continuerà ad andare a rotoli e questo significherebbe consegnare rapidamente la Germania ad AfD) sarà lo stesso governo tedesco ad imporre pardon a chiedere all'Europa di "rallentare la corsa" della decarbonizzazione. A quel punto cesserebbe di conseguenza anche (uso le parole di Clò) "l'imposizione di Berlino a Bruxelles di adottare misure a sostegno delle rinnovabili anche negli altri paesi europei".

Un infausto presagio per gli speculatori che stanno sfregiando l'Italia con pale e pannelli, confidando nell'eterna generosità di Pantalone.

Faccio notare che l'AfD (che ha ricevuto meno voti in percentuale di quanto si sarebbero aspettati stando ai più recenti sondaggi) ha comunque ottenuto un quarto dei parlamentari. Il resto sono verdi ed ex (o neo?) comunisti. I tre partiti anti-sistema (perchè i verdi tedeschi si sono dimostrati nel governo Scholz ampiamente anti-sistema) rappresentano insieme quasi il 50% degli eletti. Se Merz non interverrà subito con la massima determinazione per "dare addio alle follie green in campo energetico" rilanciando così l'economia, prevedo presto altre elezioni anticipate in stile Weimar.

Proseguo la rassegna stampa con la candida ammissione di Ferruccio De Bortoli che la narrazione dei giornaloni su "decarbonizzazione accelerata" e urgenza della transizione energetica è stata offuscata da "un velo di ipocrisia collettiva". A proposito: "collettiva" di chi? De Bortoli (che, dalla scomparsa di Eugenio Scalfari, viene considerato dal mainstream il Padre Nobile del giornalismo italiano) mercoledì scorso ha scritto per l'inserto del Corriere della Sera Pianeta 2030 l'articolo "Si è squarciato il velo di ipocrisie e conformismi collettivi verdi. La nuova percezione va affrontata", in cui leggiamo:

 

"Trump è stato il detonatore che ha portato alla superficie del dibattito pubblico tanti dubbi rimasti inespressi. Ha contribuito a frenare slanci verdi del tutto apparenti e a smascherare conformismi di circostanza. Diciamo che ha squarciato un velo di ipocrisia collettiva... Il revisionismo anti-woke e quello ecologico sono parenti stretti, nonostante la lontananza abissale tra le due materie... Un alto livello di emissioni di gas serra appare oggi un male minore di fronte al rischio di una desertificazione industriale. La transizione energetica è di per sé socialmente iniqua. Questo è il punto dolente. Le compensazioni a favore dei ceti più deboli non appaiono al momento convincenti. E in una democrazia (per fortuna) le persone votano. E oggi il voto non va nella direzione di una decarbonizzazione accelerata. Tutt’altro. La paura non può essere una colpa. Non sembra reggere il sistema di carbon price... Ma al di là di queste osservazioni legate all’attualità politica, dobbiamo chiederci se qualcosa è cambiato anche nella percezione popolare della necessità urgente della transizione energetica."

 

Sic et simpliciter. Ma è troppo comodo cavarsela così, parlando di "percezione popolare"...

Anche Francesco Borgonovo si è accorto dell'enormità delle dichiarazioni di De Bortoli ed oggi ha scritto un articolo di commento, annunciato addirittura in prima pagina della Verità come "Il Corsera tenta un'affannosa retromarcia su green e diritti", dal titolo "De Bortoli trasmette il contrordine «Su woke e green si è esagerato»", che sottotitola

"Dopo aver sposato ogni follia ideologica progressista e aver diffamato chi sollevava dubbi, i commentatori dei grandi media iniziano a riposizionarsi. L’ex direttore del «Corriere»: «Ci sono stati eccessi e ipocrisie»"

Borgonovo riporta più della metà dell'articolo di De Bortoli stesso, per riprodurre parola per parola la gravità delle affermazioni in esso contenute. Manco l'edicola RRC si era mai permessa tanto. Chissà se il Corriere chiederà i diritti. Noi qui di seguito ci limitiamo a riportare l'incipit dell'articolo di Borgonovo sull'improvviso riposizionamento del Corrierone, sia perchè non ci piace maramaldeggiare, sia perchè non amiamo i bagni di sangue:

 

"L'ingrato compito lo hanno affidato a Ferruccio De Bortoli, che è un uomo di grande classe e di inattaccabile professionalità... In effetti, per il Corriere della Sera, si tratta di una retromarcia non proprio facile da spiegare, e ci voleva una penna sufficientemente felpata e avvolgente per far digerire ai lettori l'amaro boccone. Il succo è: abbiamo scherzato. Vi abbiamo propinato - assieme alla quasi totalità della grande stampa occidentale - le più angoscianti tirate apocalittiche dell'ecologismo modaiolo... ma adesso è il momento di tornare indietro e ammettere che si trattava di stupidaggini."

 

Armiamoci, ancora per un po', di santa pazienza. La resa dei conti con gli sgangherati sacerdoti delle rinnovabili salvifiche, delle pale eoliche su tutti i crinali dell'Appennino per "Salvare il Pianeta" e del "tutto elettrico" è appena cominciata. Dubito che si faranno prigionieri.

 

Alberto Cuppini

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Atlantico si allarga anche sulla "transizione green", imposta dall'alto dai burocrati UE, che non è sostenibile né come prezzi, né come organizzazione delle produzioni. L'impegno dei media europei a presentare le rinnovabili come soluzione e non come causa del problema dell'esplosione delle bollette aiuta a comprendere il contenuto di questo articolo di Joseph Sternberg sul Wall Street Journal di venerdì scorso.

 

 

Scriveva Federico Rampini, battitore libero sul Corriere della Sera di stretta ortodossia schleiniana, nel suo articolo del 15 febbraio "La Germania: il «malato d'Europa». L'aspirante cancelliere Merz ha la cura?"

 

"Comincio dall’economia, e da questa descrizione fulminante di un esperto americano del Council on Foreign Relations, il think tank geopolitico di cui sono membro: «In passato la Germania dipendeva dall’America per la sua difesa, dalla Russia per la sua energia, dalla Cina per le sue esportazioni. Oggi dipende dall’America per la difesa, dall’America per l’energia, dall’America per le esportazioni». In effetti al gas russo ha sostituito quello americano. E il boom dell’export tedesco sul mercato Usa ha in parte attutito la débâcle su quello cinese, che si sta chiudendo al made in Germany."

 

Questa premessa sulla crescente dipendenza dagli Stati Uniti della Germania, e quindi dell'Unione Europea di cui il governo tedesco è il Dominus, è indispensabile per unire gli altri puntini che seguono nella rassegna stampa e capire, come nella Settimana Enigmistica, che cosa ne verrà fuori.

Per prima cosa vi devo segnalare un'affermazione del vice presidente Vance tra le tante (la maggior parte delle quali perfettamente condivisibili, anche se qualcuno magari gli avrebbe potuto obiettare che i valori comuni in arretramento sono stati messi in crisi dal cosmopolitismo nichilista concepito e fatto lievitare a dismisura proprio dalle élite statunitensi) affermazioni con le quali ha preso a calci nei maroni gli europei alla conferenza della pace di Monaco (ma non si poteva scegliere un altro posto? Questo, oltre a dimostrare una abissale ignoranza della Storia, porta pure sfiga). L'affermazione su Greta Thunberg è stata ignorata da tutti i giornali italiani e riportata solo dal Sussidiario:

 

Se la democrazia americana può sopravvivere a 10 anni di rimproveri di Greta Thunberg, voi potete sopravvivere a qualche mese di Elon Musk“.

 

A testimonianza dell'inconcepibile aberrazione dell'operazione mediatica "Piccola Greta", di fronte alla quale le élite europee si sono genuflesse, vista con gli occhi del white trash americano, che ne ha subìto le conseguenze e che ha plebiscitato Trump.

Racconta la stessa storia del deragliamento green delle istituzioni del Vecchio Continente, ma in modo molto più raffinato, Giulio Sapelli, sempre sul Sussidiario di domenica: "Industriali e burocrati Ue, ecco i “sonnambuli” che chiudono le nostre imprese":

 

"l’ostilità (all'industria) non viene ormai solo dal mercato e dai fattori della valorizzazione del capitale, ma dall’ambiente istituzionale e in primis dall’Ue, con le regole imposte dall’alto sulla cosiddetta transizione green, che non è sostenibile né come prezzi, né come organizzazione delle produzioni. Il problema sonnambulesco che colpisce l’industria italiana ed europea viene da lontano: commissari si sono succeduti a commissari e hanno emanato regolamenti su regolamenti su tutto senza mai sentire qualcuno che avesse il fegato di reagire intelligentemente".

 

Sapelli però ignora (o finge di ignorare) che in Italia i poteri forti che controllano l'associazione degli industriali reclamano a gran voce proprio queste stesse "regole imposte dall'alto" e la "cosiddetta transizione green". Sulla stampa di domenica se ne trovava l'ennesima dimostrazione con le richieste che arrivano da Elettricità Futura (l'ex Assoelettrica, ossia gli elettrici della Confindustria ora dominata dai rinnovabilisti). Cominciamo dall'articolo di Laura Serafini del Sole 24 Ore, "Caro bollette, la proposta dei produttori di rinnovabili", dove si indicano i PPA "che abbiano come controparte il GSE"

come Deus ex machina, anche se la stessa giornalista è costretta ad ammettere che, "nei dettagli", il come fare "non è ancora chiarito". Intanto però EF afferma che "nei siti esistenti si potrebbero aggiungere ulteriori 20 TWh di produzione". Abundandis in abundandum. A dimostrazione che la mai chiarita sostituzione di Re Rebaudengo (che noi non rimpiangiamo di sicuro!) dalla presidenza di EF non è stata dettata dal desiderio di un ritorno alla realtà.

Peggio ancora il Corrierone nell'articolo di Claudia Voltattorni "Bollette, i produttori: «Aiuti a famiglie e imprese, non solo agli energivori»",

che nel sottotitolo scrive senza tanti infingimenti: "L'appello di Elettricità Futura: puntare sulle rinnovabili" e che chiede alle Regioni di "autorizzare gli impianti rinnovabili, invece bloccati da tempo". E tte pareva...

Questo impegno dei giornaloni (di tutta Europa. E delle televisioni. Soprattutto delle televisioni) a presentare le rinnovabili (ovviamente sto parlando di quelle non programmabili) come soluzione e non come causa del problema fa comprendere il contenuto di questo articolo di Joseph Sternberg sul Wall Street Journal di venerdì: "Le elezioni in Germania eludono la sua debacle sul clima", che sottotitolava:

 

"I partiti mainstream girano in punta di piedi attorno al fiasco green che sta devastando l'economia del Paese".

 

Raccomando a chi conosce l'inglese di mettersi di buona volontà a tradurlo tutto, perchè merita. Qui mi limito a tradurre i passaggi più significativi, ed in particolare quello, verso la fine dell'articolo, da noi evidenziato in grassetto:

 

"Il Paese si trova nel mezzo di una crisi economica globale e il problema più grave per le famiglie e le imprese riguarda l'energia. Si potrebbe quindi pensare che l'energia sia al centro dell'attenzione nella campagna elettorale. Vi sbagliate in gran parte perché questa, ebbene sì, è la Germania moderna. Le famiglie e le imprese tedesche pagano prezzi dell'energia tra i più alti al mondo... La colpa è della transizione verso l'energia verde in atto da circa 20 anni. La Germania ha gradualmente eliminato dal suo mix energetico fonti energetiche alternative a prezzi accessibili, come il carbone, abbandonando gradualmente anche l'affidabile energia nucleare... Un aspetto sorprendente della campagna elettorale è la resistenza dei politici mainstream ad offrire delle soluzioni... Merz (candidato alla Cancelleria della CDU e previsto vincitore. NdT) probabilmente capisce il problema dell'energia della Germania e forse, se lasciato fare, lo risolverebbe nel modo ovvio: abbandonando le rinnovabili e raddoppiando le fonti fossili più pulite e il nucleare. Il suo partito, comunque, non è dello stesso avviso... Com'è tipico per i partiti europei di centro-destra, la CDU include una corrente green che crede davvero all'agenda climatica. Questo spiega perchè le promesse della CDU sono un tale guazzabuglio... (La società tedesca) è il problema. I partiti della Germania non possono ammettere la dimensione del disastro dell'energia perchè gli stessi votanti non lo hanno riconosciuto come tale. E così il Paese sta sostenendo una campagna elettorale su chi può meglio amministrare una transizione verde e non se debba essercene una. Rimane per lo più senza risposta se le rinnovabili possano fornire energia ad una economia industriale avanzata, o anche se possa importare al clima globale se un Paese dalle modeste dimensioni della Germania attui la decarbonizzazione. L'eccezione è AfD..."

Questo sul quotidiano letto dall'alta finanza americana, non sui social dello sciamano e degli altri sfigati che hanno assalito il Campidoglio.

Prosit.

 

Alberto Cuppini

 

 

 

 

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